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Al Congresso è in discussione la possibilità di desecretare dei documenti che dimostrerebbero il coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati alle Torri Gemelle

U.S. President Barack Obama and Saudi King Salman walk together following their meeting at Erga Palace in Riyadh

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di Tersite

La notizia data dal New York Times il 16 aprile scorso è che l’Arabia Saudita ha minacciato gli Stati Uniti di ritirare i suoi investimenti nel Paese e di vendere i suoi 750 miliardi di dollari in Treasure Bonds (T-Bond, obbligazioni di Stato statunitensi, ndr) se al Congresso passerà una legge che potrebbe coinvolgerla in merito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

 

La relazione della Commissione di indagine aveva escluso il coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’attacco alle Torri Gemelle, cui parteciparono 15 cittadini sauditi sul totale di 17 attentatori. Ma quella esclusione era basata sulle garanzie fornite a Stati esteri da una legge del 1976 che limitava la possibilità di essere portati davanti a corti americane. Una garanzia che aveva consentito di tenere secretate le 28 pagine di una inchiesta del Congresso in cui più voci ufficiose confermano esservi l’evidenza dei coinvolgimento saudita: direttamente del suo governo o di suoi funzionari che erano negli USA al momento dell’attacco, o, più probabilmente, di sue banche o organizzazioni caritatevoli, già altrove complici nel passaggio di fondi il cui terminale erano poi gruppi terroristici.

 

La minaccia saudita è giunta al punto culmine del criticismo crescente nel Congresso sull’alleanza tra Washington e Riad. Criticismo che giusto due settimane fa ha portato due senatori a presentare una risoluzione per la restrizione della vendita di armi al Regno del Golfo. Vendita che è largamente aumentata sotto l’Amministrazione Obama e che è culminata nelle forniture per la guerra in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran in cui i sauditi, usando quelle armi e supportati dall’intelligence ricognitiva USA, stanno causando migliaia di vittime civili.

 

La legge che ora ha scatenato la reazione saudita prevede che le garanzie di non processabilità fornite dalla legge del 1976 decadano in caso di attacchi terroristici compiuti su suolo americano. Passando la legge, le organizzazioni delle 3.500 vittime dell’attacco dell’11 settembre 2001 potrebbero ottenere ciò che finora gli è stato negato. Cioè portare al vaglio delle corti il ruolo dell’Arabia Saudita, delle sue banche e organismi, e dunque quelle 28 pagine della commissione di inchiesta del Congresso secretate.

 

U.S. President Barack Obama walks toward Marine One upon his arrival at King Khalid International Airport for a summit meeting in Riyadh

(Riad, 20 aprile 2016: summit tra Obama e i vertici del Regno saudita)

 

Chi vuole la legge, e chi no

La Casa Bianca si è presa 60 giorni per decidere se desecretare quelle pagine ma, nel frattempo, sta esercitando tutte le pressioni possibili affinché la legge venga ritirata, o non ottenga i voti. Il braccio di ferro è direttamente tra esecutivo e legislativo. Con la Casa Bianca a sostenere la prevalenza dell’interesse nazionale (rispetto alla verità sull’assassinio di 3.500 americani) e a evidenziare i pericoli che potrebbero derivare dall’approvazione di quella legge perché altri Stati potrebbero, per ritorsione, applicare leggi uguali e portare in giudizio gli USA (per le loro malefatte all’estero).

 

Ma la legge sull’esclusione di garanzie di immunità in caso di terrorismo è portata avanti – per la particolarità tutta americana della vita legislativa – da un nutrito gruppo bipartisan di senatori. Questo nonostante la forte attuale frattura politica con un Congresso in mano all’opposizione repubblicana e proprio nell’anno delle elezioni presidenziali. Ma l’America è fatta così. E questa è certo una sua grandezza. Un gruppo di senatori si è convinto che l’alleanza con l’Arabia Saudita è, ed è stata, più pericolosa che utile, e si è convinto che la verità sull’11 settembre è più importante di ogni altra considerazione politica. Forse anche per riscattare il Congresso dall’aver avallato, sotto la pressione del post attentati, delle leggi presidenziali apertamente lesive de diritti dei cittadini americani come il Patriot Act in base al quale sono spiati.

 

La legge è sponsorizzata infatti dal senatore John Cornyn, repubblicano del Texas, e dal senatore Chuck Schumer, democratico di New York. E ha il sostegno di una eterogenea coalizione di senatori liberali e conservatori (definizioni che possono ingannare i lettori italiani, perché lì assai più variegate) che include il democratico del Minnesota Al Franken e quel Ted Cruz candidato del Tea Party alle primarie presidenziali repubblicane. La legge era già passata a gennaio al vaglio della Commissione Giudiziaria del Senato senza alcun dissenso. Facendo da qui ritenere che possa essere approvato.

 

Ted Cruz speaks at the Conservative Political Action Conference (CPAC) in Maryland

(Ted Cruz, candidato del Tea Party alle primarie dei repubblicani)

 

Quali conseguenze nei rapporti USA-Arabia Saudita?

L’Arabia Saudita ha sempre negato il proprio coinvolgimento negli attacchi dell’11 Settembre, però ora minaccia apertamente gli Stati Uniti se farà passare una legge che si limita a togliere l’immunità a Stati esteri nei casi di giudizio su azioni terroristiche. Si sta cioè opponendo non a una condanna ma al fatto che le venga tolta l’immunità. Se ne può dedurre che se vuole mantenuta quella immunità è perché altrimenti verrebbe riconosciuto il suo coinvolgimento.

 

Allo stesso tempo Riad non si sta opponendo al vaglio di una corte di un Paese in cui la magistratura segua gli impulsi, politici o di parte, e non il primato della legge. Perché tutto negli Stati Uniti si regge sul funzionamento dei suoi tribunali. Basti ricordare che è stato un giudice repubblicano, John Sirica, a costringere alle dimissioni il presidente repubblicano Richard Nixon, ordinando la consegna dei nastri della Casa Bianca. Senza dimenticare che un processo di questa levatura sarebbe poi sotto gli occhi del mondo intero.

 

Questo significa che l’Arabia Saudita – oltre a tutte le altre rilevanze emerse sui suoi legami con il terrorismo wahabita – sta di fatto dichiarando di essere coinvolta in una qualche misura con gli attacchi del 11 settembre – per i quali gli USA hanno invaso l’Afghanistan. E per collusioni con Al Qaeda – inesistenti peraltro – Washington ha programmato l’invasione dell’Iraq.

 

La Casa Bianca, dal canto proprio, anziché mettere l’Arabia Saudita tra gli “Stati canaglia”, predisponendone un’invasione o più realisticamebte un regime change immediato che ponga termine alla dittatura dei Saud –  meno dispendioso in termini economici e di vite di soldati americani -, fa di tutto per impedire che Riad debba rispondere a una corte americana. Di mezzo, d’altronde, ci sono l’interesse nazionale e le importanti relazioni con un Paese alleato, non con uno scomodo nemico. Meglio evitare che la storia venga fuori. In faccia al mondo che ha pianto come suoi quei 3.500 morti.