AFGHANISTAN -

L’attacco kamikaze è parte della strategia dello Stato Islamico che punta a reclutare nuovi combattenti, sottraendoli a Talebani e qaedisti per imporre il Khorasan

Afghan National Army (ANA) soldiers descend from helicopter on a roof of a military hospital during gunfire and blast in Kabul, Afghanistan

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Miliziani armati di fucili e granate hanno fatto irruzione nell’ospedale Sardar Daud, il più grande di Kabul e situato in pieno centro, travestiti da medici. Dopo aver fatto esplodere il cancello dell’ospedale hanno aperto il fuoco contro il personale e i pazienti, lasciando a terra oltre 30 vittime e facendo almeno 50 feriti. È accaduto alle nove del mattino ora locale dell’8 marzo.

 

Solo l’intervento dei corpi speciali, durato quasi sei ore, ha messo fine al massacro, che è rivendicato dallo Stato Islamico con un comunicato pubblicato sull’agenzia stampa Amaq e con la pubblicazione di foto sulla app di messaggistica Telegram. L’assalto si è concluso con la morte di tutti i componenti del commando, quattro jihadisti – secondo alcune fonti, pakistani – che non risultano avere alcun collegamento con i Talebani. I quali, peraltro, hanno negato ogni coinvolgimento.

 

Il presidente Ashraf Ghani ha affermato che l’attacco a un ospedale «calpesta tutti i valori umani. In ogni religione, un ospedale è considerato come un sito immune e attaccarlo significa attaccare l’intero Afghanistan».

 

Secondo i testimoni, gli uomini indossavano camici bianchi per mimetizzarsi tra la popolazione ospedaliera e sotto imbracciavano kalashnikov, con i quali hanno poi aperto il fuoco indiscriminatamente su chiunque gli si parasse davanti.

 

Smoke rises from a military hospital at the site of blast and gunfire in Kabul(l’ospedale Sardar Daud, nel centro di Kabul, luogo dell’attentato)

 

Il Califfato alla conquista dell’Afghanistan

 

L’Afghanistan, così come il Pakistan, sono nel mirino del Califfato sin dal gennaio 2015, quando è stata dichiarata la creazione della cosiddetta “provincia del Khorasan”, la prima ufficialmente istituita al di fuori del mondo arabo che riprende un antico nome utilizzato per definire l’Afghanistan e zone limitrofe. Da allora, lo Stato Islamico ha effettuato una serie ininterrotta di attacchi nel paese, l’ultimo dei quali è stato l’attentato suicida alla Corte suprema di Kabul del 7 febbraio scorso, quando sono morte 22 persone.

 

Le bandiere dello Stato Islamico hanno così cominciato a comparire in almeno cinque province afghane: Helmand, Zabul, Farah, Logar e Nangarhar, senza tuttavia significare una presenza radicata nel territorio. Solo nella provincia orientale di Nangarhar, il Califfato ha ottenuto qualche successo e da metà 2015 la zona è diventata la “capitale” de facto degli jihadisti, nonché base di partenza delle operazioni.

 

Questo principalmente è dovuto a due ragioni: la vicinanza con le aree tribali del Pakistan, zona contesa e “terra di nessuno”; e la presenza di gruppi che seguono condividono l’interpretazione wahhabita dell’Islam cui si rifà anche il Califfato. Si registra la presenza di altri gruppi minori nelle province di Kunar, Zabul e a Ghazni e al confine nord.

 

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Ma i tentativi di sfondare nel nord dell’Afghanistan, dove vorrebbero creare un corridoio per saldare le loro forze con quelle dei miliziani ceceni e degli uiguri cinesi, sinora si sono rivelati vani. Quanto all’Afghanistan meridionale e occidentale, la loro presenza è risibile, specie dopo che i talebani afghani e alcune operazioni militari condotte dalle forze afghane e dagli americani, li hanno più volte colpiti duramente.

 

Le stime circa la forza numerica dello Stato Islamico all’interno dell’Afghanistan variano, secondo la BBC, tra le mille e le 5mila unità. Il generale John Nicholson, comandante in capo delle truppe USA e NATO e in Afghanistan, stima in 1500 il numero di combattenti del Califfato attualmente presenti in Afghanistan e che almeno il doppio è stato eliminato nelle operazioni militari condotte negli ultimi due anni.

 

Men offer funeral prayers for the late Afghan Taliban leader Mullah Akhtar Mansour at a mosque in Peshawar

(Funerale del leader talebano Mullah Akhtar Mansour)

 

La sfida ad Al Qaeda

 

La dichiarazione del Khorasan è da intendersi, in ogni caso, soprattutto come una provocazione, una sfida diretta non tanto al governo di Kabul quanto piuttosto al dominio del talebani afghani, i quali sono oggi alleati del principale competitor internazionale dello Stato Islamico: Al Qaeda. I qaedisti sono, al contrario, una realtà radicata e forte nella regione tra l’Afghanistan e il Pakistan, e la mossa di Al Baghdadi punta a sottrarre loro un numero crescente di combattenti.

 

Si stima che circa il 70% dei miliziani passati allo Stato Islamico provenga dal gruppo dei talebani pakistani Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP), alcuni dei quali si sono spostati in Afghanistan dopo le ripetute incursioni dell’esercito pakistano nelle aree tribali del Nord Waziristan (2014). Dunque, la componente pakistana al momento è preponderante nel Califfato.