AFGHANISTAN -

Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’ordigno non nucleare più potente a loro disposizione per distruggere una rete di tunnel dell’ISIS nella provincia di Nangahar, al confine con il Pakistan. Trump: “un’altra missione di successo”

U.S. Air Force handout of the GBU-43/B, also known as the Massive Ordnance Air Blast, is launched successfully from a MC-130E Combat Talon I aircraft during a test at Eglain Air Force Base, Florida

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Dopo la raffica di missili Tomahawk contro la base aerea siriana di Al Shayrat, gli Stati Uniti alzano il tiro in direzione dell’Afghanistan. Una bomba Gbu-43/B MOAB (Massime Ordnance Air Blast), conosciuta come la “madre di tutte le bombe”, è stata sganciata nella provincia di Nangahar, al confine con il Pakistan, con l’obiettivo di distruggere una rete di tunnel usati dalle locali cellule dello Stato Islamico. L’ordigno, sviluppato nel 2003 durante la Seconda Guerra del Golfo, è il più potente a disposizione degli Stati Uniti dopo quelli nucleari. È la prima volta che gli USA ne fanno utilizzo. I miliziani dello Stato Islamico sarebbero oltre 35 secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa afghano.

 

«La Moab – spiega Giordano Stabile de La Stampa – è lunga 9,17 metri ed ha un diametro di 1,02 metri. Guidata da un sistema Gps sull’obiettivo, pesa 8,5 tonnellate di esplosivo H-6 ad altissimo potenziale la sua deflagrazione equivale all’esplosione di 11 tonnellate di tritolo. Esplode prima di raggiungere il suolo e sviluppa un’onda d’urto e un calore devastanti. Probabilmente è stata usata per espugnare la rete di tunnel che altrimenti avrebbero richiesto una battaglia corpo a corpo con gli islamisti, con gravi perdite per le truppe americane. Nei giorni scorsi un soldato statunitense è morto in combattimento nella zona».

 

L’operazione è stata definita da Trump «un’altra missione di successo». Con questa prova di forza militare oltre a mandare un messaggio perentorio allo Stato Islamico, il presidente americano lancia un nuovo segnale d’avvertimento alla Corea del Nord. Sabato 15 aprile a Pyongyang si celebra il 105esimo anniversario della nascita di Kim Il-sung, il padre fondatore della nazione e “presidente eterno”. Per questa data, secondo gli analisti, il suo imprevedibile nipote Kim Jong-un potrebbe decidere di sfruttare la massima visibilità per dare al mondo una dimostrazione di forza. Con l’occasione, potrebbe spingersi ad esempio a condurre un ennesimo test missilistico-nucleare, visto che ormai la sfida diretta con gli Stati Uniti ha raggiunto il suo apice.

 

Colpendo ISIS in Afghanistan, il tycoon newyorchese ha implicitamente fatto capire al regime nordcoreano quale sarà la reazione degli Stati Uniti in caso di sue mosse sconsiderate.

The GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast bomb is pictured in this undated handout photo

 

Il progetto dell’emirato islamico del Khorasan

Nonostante la presenza nettamente dominante dei Talebani, il piano del Califfo Al Baghdadi di rafforzare il ruolo del Califfato in Afghanistan, e dare così sostanza al progetto transnazionale che prevede la nascita di un emirato islamico del Khorasan (ISIS Wilayat Khorasan), ha registrato negli ultimi anni un innegabile sviluppo. Khorasan è l’antico nome della provincia più orientale dell’impero persiano, che ad oggi si estende dal nord-est dell’Iran al subcontinente indiano passando per Afghanistan, Pakistan Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. Per ISIS il terreno in questa vastissima area geografica non è generalmente fertile. I talebani, che in passato hanno accettato di convivere con Al Qaeda per opportunismo economico, hanno opposto resistenza da subito all’arrivo di ISIS.

 

Finora l’esistenza di cellule di ISIS in Afghanistan era stata confermata esclusivamente nelle regioni montuose della provincia orientale di Nangarhar, soprattutto nel distretto di Haska Mina, (chiamato anche Deh Bala), nei pressi di Tirah Valley, località dell’area tribale pakistana del Khyber. Da qui per mesi ISIS ha diffuso messaggi di propaganda attraverso la radio Seda-i-Khilafat (“Voce del Califfato”) nelle lingue pashto, dari e uzbeko, prima che la sede dell’emittente venisse colpita e distrutta da un drone americano.

 

Khorasan_mappa

 

Nel distretto di Haska Mina la penetrazione di ISIS è stata guidata da un ex comandante talebano afghano, Abdul Khaliq, alias Umar. In seguito cinque comandanti del gruppo talebano pakistano Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader dell’area tribale Bajaur Hafiz Saeed Khan e il portavoce Shahidullah Shahid, hanno giurato fedeltà al Califfato. Hafiz Saeed Khan è stato scelto per dirigere la provincia del Khorasan (ISIS Wilayat Khorasan) che comprende aree al confine tra Pakistan e Afghanistan. La nomina a wali (governatore) gli è stata attribuita in persona dal portavoce del Califfato Abu Mohammad al-Adnani. Hafiz Saeed Khan in questi mesi è diventato famoso per la sua crudeltà (avrebbe fatto saltare in aria diversi prigionieri talebani) e per la capacità di attrarre nuove leve nella provincia di Nangarhar.

 

Qui ISIS dispone di campi di addestramento e può fare leva sul favore di una forte componente salafita avversa ai talebani. In quest’area i miliziani jihadisti hanno più volte attaccato i talebani puntando in più occasioni alla presa del capoluogo Jalalabad e al controllo della strada che conduce al valico di frontiera di Torkham al confine tra Afghanistan e Pakistan. Nell’aprile del 2015 ISIS Wilayat Khorasan ha rivendicato un attacco suicida a Jalalabad all’esterno di una banca, in cui sono morirono oltre 30 persone e altre 100 sono rimaste ferite. A dare l’annuncio di quell’attacco fu Shahidullah Shahid, il quale aveva abbandonato i talebani pakistani nel 2014 per passare al servizio dell’esercito del Califfato Al Baghdadi.

 

La presenza di ISIS nella provincia di Nangarhar preoccupa non solo il governo afghano, la leadership talebana e gli USA (qui si trova una grande base aerea militare controllata dagli americani), ma anche le potenze regionali. In allarme sono la Russia, gli Stati dell’Asia Centrale limitrofi alla regione AF-PAK (il Movimento Islamico dell’Uzbekistan è solo uno dei gruppi di quest’area che ha giurato fedeltà a ISIS) e l’Iran. Teheran, che in questi anni ha dovuto accogliere migliaia di sciiti afghani in fuga dalle violenze in Afghanistan compresi molti hazari, negli ultimi mesi ha cercato di aumentare la propria influenza sulla leadership talebana per ottenere un suo appoggio in funzione anti-ISIS.

 

Al momento però il Paese che sta incidendo maggiormente sugli equilibri interni afghani è il Pakistan. Da quando, lo scorso 25 maggio, Haibatullah Akhundzada ha assunto la guida dei talebani, il potente servizio segreto pakistano ISI (Inter-Services Intelligence) ha gradualmente ristabilito i contatti con i vertici dell’organizzazione. L’ex leader Akhtar Mohammad Mansour, succeduto nel luglio del 2015 al Mullah Omar, nei suoi dieci mesi di mandato aveva infatti provato a voltare le spalle a Islamabad cercando sostegno a Teheran e Mosca. Per affrancarsi dal Pakistan Mansour aveva deciso di trasferire il consiglio della Shura dei talebani da Quetta, città situata nella provincia pakistana sud-occidentale del Baluchistan dove negli ultimi dieci anni ha avuto la propria sede, in Afghanistan. Ma il progetto di rendere più autonoma l’organizzazione dall’intelligence pakistana è di fatto naufragato con la sua morte, avvenuta nel corso di un blitz di droni americani nel maggio scorso nei pressi di Ahmad Wal, proprio nella provincia del Baluchistan.

 

Da allora l’ISI ha ripreso le redini del gioco e Quetta è tornata a essere il centro delle attività dei talebani. Secondo fonti di intelligence accreditate, il nuovo capo Haibatullah Akhundzada vivrebbe a Kuchlak, a nord di Quetta, e molti uomini di vertice dell’organizzazione risiederebbero nei pressi del campo profughi di Surkhab. Anche se il Pakistan appare padrone assoluto della situazione, è verosimile che nei prossimi mesi Russia e Iran cercheranno di avvicinare Haibatullah Akhundzada e stabilire una relazione con lui.