AFGHANISTAN -

Il Califfato rivendica l’ultima strage di sciiti a Kabul per dare corpo a un proprio emirato islamico in Asia Centrale. Un progetto ambizioso che porterà allo scontro frontale con la leadership talebana

Afghan men attend the burial ceremony a day after a suicide attack in Kabul

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Almeno 80 morti, oltre 250 feriti, un Paese nel mirino degli attacchi jihadisti e delle violenze settarie. Due giorni dopo gli attentati kamikaze che il 23 luglio a Kabul hanno provocato una strage tra le migliaia di manifestanti sciiti della comunità Hazara che si erano radunate a piazza Deh Mazang per chiedere il passaggio della nuova linea elettrica nelle loro terre, è lo Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghadi a cavalcare il caos. Rivendicando la mattanza di civili, la più pesante dall’intervento delle truppe americane in Afghanistan nel 2001, ISIS lancia un duplice messaggio di sfida: ai talebani e al suo nuovo leader Haibatullah Akhundzada, insediatosi da soli due mesi ma già in difficoltà per l’affermazione della sua leadership; al fragile governo afghano del presidente Ashraf Ghani e, soprattutto, agli Stati Uniti che nelle settimane scorse avevano annunciato il mantenimento nel Paese nel 2017 di 8.400 soldati e non di 5.550 come era stato inizialmente stabilito.

 

Sulla dinamica dell’attentato di Kabul i dubbi sono d’obbligo. Perché se è vero che c’è stata la rivendicazione da parte di ISIS, è da verificare la consistenza della ramificazione del Califfato nella capitale afghana. La perdita di terreno e roccaforti in Medio Oriente sta infatti imponendo allo Stato Islamico di attestarsi qualsiasi attacco che si registra a livello globale nel tentativo di rimarcare sul piano mediatico la propria pericolosità. Al contempo non è da escludere la matrice settaria che collegherebbe quanto accaduto a Kabul alle uccisioni di massa di sciiti a opera di gruppi jihadisti sunniti che si stanno verificando soprattutto in Iraq, Siria e Yemen. In passato in Afghanistan più volte gli sciiti, e nello specifico anche gli hazari, sono infatti finiti nel vortice di attentati e rappresaglie.

 

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Il progetto dell’emirato islamico del Khorasan

Al netto di tutto ciò, è innegabile che il piano di Al Baghdadi di rafforzare la presenza del Califfato in Afghanistan, e dare così sostanza al progetto transnazionale che prevede la nascita di un emirato islamico del Khorasan, stia attraversando una fase di innegabile sviluppo. Khorasan è l’antico nome della provincia più orientale dell’impero persiano, che ad oggi si estende dal nord-est dell’Iran al subcontinente indiano passando per Afghanistan, Pakistan Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. Per ISIS il terreno in questa vastissima area geografica non è generalmente fertile. I talebani, che in passato hanno accettato di convivere con Al Qaeda per opportunismo economico, hanno opposto resistenza da subito all’arrivo di ISIS.

 

Finora l’esistenza di cellule di ISIS in Afghanistan era stata confermata esclusivamente nelle regioni montuose della provincia orientale di Nangarhar, soprattutto nel distretto di Haska Mina, (chiamato anche Deh Bala), nei pressi di Tirah Valley, località dell’area tribale pakistana del Khyber. Da qui per mesi ISIS ha diffuso messaggi di propaganda attraverso la radio Seda-i-Khilafat (“Voce del Califfato”) nelle lingue pashto, dari e uzbeko, prima che la sede dell’emittente venisse colpita e distrutta da un drone americano.

 

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(Mappa overpassesforamerica.com)

 

Nel distretto di Haska Mina la penetrazione di ISIS è stata guidata da un ex comandante talebano afghano, Abdul Khaliq, alias Umar. In seguito cinque comandanti del gruppo talebano pakistano Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader dell’area tribale Bajaur Hafiz Saeed Khan e il portavoce Shahidullah Shahid, hanno giurato fedeltà al Califfato. Hafiz Saeed Khan è stato scelto per dirigere la provincia del Khorasan (ISIS Wilayat Khorasan) che comprende aree al confine tra Pakistan e Afghanistan. La nomina a wali (governatore) gli è stata attribuita in persona dal portavoce del Califfato Abu Mohammad al-Adnani. Hafiz Saeed Khan in questi mesi è diventato famoso per la sua crudeltà (avrebbe fatto saltare in aria diversi prigionieri talebani) e per la capacità di attrarre nuove leve nella provincia di Nangarhar.

 

Qui ISIS dispone di campi di addestramento e può fare leva sul favore di una forte componente salafita avversa ai talebani. In quest’area i miliziani jihadisti hanno più volte attaccato i talebani puntando in più occasioni alla presa del capoluogo Jalalabad e al controllo della strada che conduce al valico di frontiera di Torkham al confine tra Afghanistan e Pakistan. Nell’aprile del 2015 ISIS Wilayat Khorasan ha rivendicato un attacco suicida a Jalalabad all’esterno di una banca, in cui sono morirono oltre 30 persone e altre 100 sono rimaste ferite. A dare l’annuncio di quell’attacco fu Shahidullah Shahid, il quale aveva abbandonato i talebani pakistani nel 2014 per passare al servizio dell’esercito del Califfato Al Baghdadi.

 

Il ruolo delle potenze straniere

La presenza di ISIS nella provincia di Nangarhar preoccupa non solo il governo afghano, la leadership talebana e gli USA (qui si trova una grande base aerea militare controllata dagli americani), ma anche le potenze regionali. In allarme sono la Russia, gli Stati dell’Asia Centrale limitrofi alla regione AF-PAK (il Movimento Islamico dell’Uzbekistan è solo uno dei gruppi di quest’area che ha giurato fedeltà a ISIS) e l’Iran. Teheran, che in questi anni ha dovuto accogliere migliaia di sciiti afghani in fuga dalle violenze in Afghanistan compresi molti hazari, negli ultimi mesi ha cercato di aumentare la propria influenza sulla leadership talebana per ottenere un suo appoggio in funzione anti-ISIS.

 

Taliban new leader Mullah Haibatullah Akhundzada is seen in an undated photograph, posted on a Taliban twitter feed and identified separately by several Taliban officials, who declined be named.

(Il leader dei talebani Haibatullah Akhundzada)

 

Al momento però il Paese che sta incidendo maggiormente sugli equilibri interni afghani è il Pakistan. Da quando, lo scorso 25 maggio, Haibatullah Akhundzada ha assunto la guida dei talebani, il potente servizio segreto pakistano ISI (Inter-Services Intelligence) ha gradualmente ristabilito i contatti con i vertici dell’organizzazione. L’ex leader Akhtar Mohammad Mansour, succeduto nel luglio del 2015 al Mullah Omar, nei suoi dieci mesi di mandato aveva infatti provato a voltare le spalle a Islamabad cercando sostegno a Teheran e Mosca. Per affrancarsi dal Pakistan Mansour aveva deciso di trasferire il consiglio della Shura dei talebani da Quetta, città situata nella provincia pakistana sud-occidentale del Baluchistan dove negli ultimi dieci anni ha avuto la propria sede, in Afghanistan. Ma il progetto di rendere più autonoma l’organizzazione dall’intelligence pakistana è di fatto naufragato con la sua morte, avvenuta nel corso di un blitz di droni americani nel maggio scorso nei pressi di Ahmad Wal, proprio nella provincia del Baluchistan.

 

Da allora l’ISI ha ripreso le redini del gioco e Quetta è tornata a essere il centro delle attività dei talebani. Secondo fonti di intelligence accreditate, il nuovo capo Haibatullah Akhundzada vivrebbe a Kuchlak, a nord di Quetta, e molti uomini di vertice dell’organizzazione risiederebbero nei pressi del campo profughi di Surkhab. Anche se il Pakistan appare padrone assoluto della situazione, è verosimile che nei prossimi mesi Russia e Iran cercheranno di avvicinare Haibatullah Akhundzada e stabilire una relazione con lui.

 

L’exit strategy degli USA e i militari italiani

È in questa fitta rete di contatti e accordi segreti che si decide il futuro dell’intera regione dell’AF-PAK. Piuttosto che badare ai rapporti con il presidente afghano Ashraf Ghani, la cui presidenza finora non ha segnato alcuno scatto in avanti rispetto a quella del suo predecessore Hamid Karzai, è questa zona grigia che gli USA dovrebbero tentare di penetrare. Altrimenti la loro exit strategy dall’Afghanistan si complicherà ulteriormente. In questo scenario lo Stato Islamico punta a guadagnare terreno alimentando le tensioni settarie e sfruttando a proprio favore la faida all’interno dei talebani. E gli hazari, appartenenti a una comunità di confessione sciita che in Afghanistan rappresenta una minoranza di lingua persiana pari al 15-20% della popolazione totale, sono stati le prime vittime di questo progetto.

 

A Italian soldier from ISAF patrols on a street as an Afghan woman walks past him in Herat province

 (Un soldato italiano ad Herat) 

 

La questione afghana, è bene non dimenticarlo, interessa direttamente anche l’Italia. In Afghanistan le nostre forze armate impiegano uno dei contingenti più numerosi all’estero (secondo solo all’Iraq) sebbene alla fine nel 2014 sia iniziato il lento ritiro del contingente ISAF (International Security Assistance Force) della NATO. Tra Kabul ed Herat al momento sono operativi 950 soldati italiani con compiti di addestramento nell’ambito della nuova missione Resolute Support, subentrata all’inizio del 2015 a ISAF. L’Italia ha accolto la richiesta degli Stati Uniti di mantenere almeno fino alla fine del 2016 le proprie truppe in Afghanistan oltre il termine previsto dell’ottobre 2015. Ma in corrispondenza all’exit strategy americana i rischi in Afghanistan anziché diminuire stanno progressivamente aumentando. Come dimostrano non solo la minaccia onnipresente dei talebani e quella sempre più concreta di ISIS, ma anche l’ultimo rapporto dell’UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan), secondo cui nel Paese dall’inizio del 2016 ci sono stati 1.600 morti solo tra i civili, il 4% in più rispetto al 2015.