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Pressing del Pentagono sul presidente Trump per ottenere rinforzi nella guerra contro talebani e ISIS. Ma il “piccolo sforzo” richiesto potrebbe tradursi in un nuovo fallimento

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Il 4 maggio scorso, durante un’audizione presso la Commissione Forze Armate del Senato a Washington, il sottosegretario alla Difesa Theresa Whelan ha dichiarato che il Pentagono sta elaborando piani per aumentare la presenza di militari americani in Afghanistan. «Io ritengo che questa proposta – ha detto la Whelan – verrà presto presentata al presidente con l’intento di migliorare la situazione attuale di stallo (nelle operazioni militari in Afghanistan, ndr)».

 

Eppure, la situazione in Afghanistan non appare affatto in fase di «stallo», almeno per quanto riguarda il fronte dei talebani. Solo poche settimane fa, lo scorso 21 aprile, i guerriglieri hanno attaccato a Mazar-e-Sharif, nel nord del Paese, una base dell’esercito regolare afghano uccidendo 140 soldati.

 

Il bollettino del conflitto

La verità è che dopo sedici anni di guerra, costata finora agli americani 2.300 morti, la situazione vede ancora gli islamisti radicali bene insediati nelle loro province nonostante un impegno militare internazionale che ha toccato la sua punta massima nel 2014, quando solo il contingente americano era arrivato a schierare sul terreno 100mila soldati.

 

Attualmente in Afghanistan sono presenti circa 13.000 effettivi del contingente internazionale nell’ambito della missione NATO Resolute Support, iniziata il primo gennaio del 2015 in sostituzione della missione ISAF (International Security Assistance Force). Di questi, 8.400 appartengono alle forze armate statunitensi e poco più di mille all’esercito italiano.

 

NATO RESOLUTE SUPPORT

 

 

Dal 2014, anno dell’inizio del disimpegno militare sul terreno deciso dall’allora presidente Barack Obama, il contingente internazionale è impegnato quasi esclusivamente in missioni di addestramento dei militari di Kabul e azioni di pattugliamento difensivo. Piccole unità delle Special Forces americane sono attive inoltre al fianco dei reparti afghani in missioni antiterrorismo contro i nuclei di guerriglieri che hanno aderito all’ISIS (ISIS Wilayat Khorasan) in aperto contrasto e dissenso con la leadership dei talebani.

 

Il pressing dei generali su Trump

Già nello scorso febbraio il comandante americano in Afghanistan, John Nicholson, intervenendo al Congresso aveva definito la situazione nel Paese in fase di «stallo», sottolineando che con l’aumento di «poche migliaia di soldati» si sarebbe potuta affrontare in modo più efficace la crisi. Dunque, secondo il Pentagono un aumento del numero dei soldati del contingente NATO «da 3mila a 5mila unità» sarebbe sufficiente a spostare l’ago della bilancia dell’equilibrio militare sul terreno a favore delle forze armate del governo di Kabul. Anche se, come ha ammesso nella sua audizione di febbraio lo stesso Nicholson, «è molto difficile prevalere sul campo di battaglia se il nemico dispone di supporto esterno e di santuari oltreconfine (in riferimento al sostegno clandestino fornito ai talebani dal Pakistan, ndr)».

 

Nonostante l’avvertimento di Nicholson, sia i militari del Pentagono sia la comunità di intelligence degli Stati Uniti insistono sulla necessità di maggiori sforzi militari poiché i massici investimenti fatti e le migliaia di soldati inviati in Afghanistan finora non sono serviti per eliminare il problema dei talebani e degli altri gruppi armati più o meno indipendenti – come le milizie sciite di Gulbuddin Hekmatyar o la formazione degli Haqqani (più una vera e propria organizzazione criminale che un gruppo islamista, ndr) – che continuano a dettare legge nelle ampie zone del Paese sotto il loro controllo, ottenendo profitti enormi dal traffico di stupefacenti ricavati dalle immense coltivazioni di oppio.

 

Mattis_Nicholson_Kabul(Il generale Nicholson e il segretario alla Difesa Mattis a Kabul) 

 

Secondo fonti del Pentagono, citate dal Washington Post, il pressing dei generali americani sull’Amministrazione Trump è aumentato da diverse settimane a questa parte, forte del sostegno del generale H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, e del generale James Mattis, segretario alla Difesa.

 

Trump dovrebbe prendere una decisione prima del vertice NATO del prossimo 26 maggio. Nel caso di una sua accettazione delle proposte del Pentagono, successivamente chiederà – e otterrà – nuovo sostegno economico e militare di quei membri dell’Alleanza – tra cui l’Italia – che già hanno contingenti schierati sul terreno.

 

La guerra in Afghanistan

La guerra in Afghanistan viene scatenata dall’ex presidente americano George W. Bush alla fine del 2001 dopo gli attentati dell’11 settembre, per imprimere una svolta al lotta al terrorismo internazionale. Gli USA decidono di aprire un nuovo fronte proprio in Afghanistan poiché in possesso delle prove della presenza nel Paese del leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, rifugiato nelle grotte di Tora Bora.

 

In poco tempo, nei primi mesi del 2002, l’infrastruttura di Al Qaeda viene smantellata e il governo dei talebani abbattuto. Nella sua prima fase, quindi, l’intervento militare americano ottiene un successo, ma Bush e i suoi consiglieri non si accontentano pretendendo di “esportare la democrazia” in un Paese islamico popolato di pastori e di coltivatori d’oppio.

 

AFGHANISTAN TALEBANI ISIS

 

Riconquistata Kabul nei primi mesi del 2002, gli americani insediano nella capitale afghana il governo di Hamid Karzai. La scelta si rivelerà sbagliata. Negli anni successivi Karzai si distingue infatti più per i casi di corruzione che vedono coinvolti esponenti della sua famiglia e membri del suo governo, che per la capacità militare del suo esercito, incapace in oltre un decennio di riprendere il controllo del Paese al di là della capitale e delle aree circostanti.

 

A sedici anni dall’inizio del conflitto il Pentagono, rifiutandosi di prendere atto del fatto che i talebani rappresentano una minaccia forse ancora più difficile da eliminare rispetto al passato, propone un ulteriore «piccolo sforzo» per raggiungere risultati che non si sono conseguiti quando gli americani schieravano fino a 100mila soldati in Afghanistan.

 

La proposta di una ulteriore escalation ricorda quelle che negli anni Sessanta e Settanta hanno portato al pantano vietnamita e alla sconfitta degli Stati Uniti al costo della vita di 58mila soldati, caduti inutilmente in un conflitto che non poteva essere vinto con mezzi militari convenzionali. C’è da sperare che prima di ordinare un nuovo intervento, potenzialmente sterile e costoso, Trump e gli alleati della NATO riflettano con cura sull’esperienza del Vietnam ed optino su una strategia dei piccoli passi (seppur insidiosa), evitando di sprecare ancora soldi e vedere morire altre centinaia di soldati.

di Alfredo Mantici