AFGHANISTAN -

Mosca e Teheran hanno approfittato dei vuoti lasciati dalla exit strategy di Obama per consolidare i contatti con la leadership talebana. Ma per Donald Trump il dossier afghano al momento non è una priorità

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Non è un mistero che la guerra in Afghanistan non sia al momento tra le priorità del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Durante la campagna elettorale, Trump ha più volte definito un “disastro” i 15 anni di intervento militare americano contro i Talebani, parlando in diverse occasioni della necessità di richiamare in patria le truppe ancora oggi stanziate nel Paese. Lo scorso 2 dicembre, a meno di un mese dalla vittoria elettorale, incontrando il presidente afghano Ashraf Ghani ha però pubblicamente rivisto la sua posizione in merito, promettendo che l’impegno americano a sostegno della stabilizzazione dell’Afghanistan proseguirà, senza però spiegare né come né fino a quando.

 

Oggi, a nemmeno due settimane dal suo insediamento alla Casa Bianca, con le sue prime mosse Trump sta però confermando che il dossier sull’Afghanistan può attendere. Il presidente è ben consapevole dei fallimenti inanellati dai suoi predecessori George W. Bush e Barack Obama – ad oggi solo il 63% della nazione è sotto il controllo del governo di Kabul mentre i traffici di oppio in mano ai talebani sono tornati a toccare livelli record – ma al contempo sa anche che non è possibile tirare in tempi relativamente stretti gli USA fuori da questo conflitto in cui Washington dispiega al momento ancora 8.400 soldati, 6.400 dei quali nell’ambito della missione NATO Resolute Support, iniziata il primo gennaio del 2015 in sostituzione della missione ISAF (International Security Assistance Force).

 

La questione è sul tavolo del segretario alla Difesa James Mattis, che essendo stato comandante dello United States Central Command fino al marzo 2013 conosce bene i problemi che gli USA hanno riscontrato in questi anni in Afghanistan, e del consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn. Entrambi i generali stanno lavorando soprattutto sull’asse Washington-Islamabad. L’obiettivo è ottenere informazioni di prima mano dai vertici dei potenti servizi segreti pakistani dell’Inter-Services Intelligence (ISI) – da sempre molto influenti sui talebani – e fare così pressione, seppur non direttamente, sul nuovo leader dell’organizzazione Haibatullah Akhundzada così come sulla rete degli Haqqani. Allo stesso scopo gli USA hanno riattivato i canali diplomatici con il Qatar, che dal 2012 ospita un ufficio di rappresentanza dei talebani a Doha.

 

Taliban new leader Mullah Haibatullah Akhundzada is seen in an undated photograph, posted on a Taliban twitter feed and identified separately by several Taliban officials, who declined be named.(Il leader dei Talebani Haibatullah Akhundzada)

Il confronto con Russia e Iran

Ma la vera partita gli USA la condurranno con Russia e Iran, le due potenze che maggiormente negli ultimi mesi hanno sfruttato i vuoti lasciati in Afghanistan dall’exit strategy americana, annunciata anni fa da Obama ma nei fatti lasciata a metà.

 

A dicembre era stato il generale americano John Nicholson, capo militare di Resolute Support, a lamentarsi dell’invadenza di Mosca negli affari di Kabul e del suo presunto tentativo di destabilizzare la già estremamente complicata situazione in Afghanistan. Un monito di cui il Cremlino non sembra però essersi curato particolarmente. Sempre a dicembre la Russia ha infatti ospitato a Mosca un incontro sul futuro dell’Afghanistan coinvolgendo esponenti dei governi di Cina e Pakistan. Ma, soprattutto, da mesi il Cremlino ha intensificato i contatti con l’entourage del mullah Haibatullah Akhundzada, leader dell’organizzazione dal maggio scorso. Secondo fonti di intelligence accreditate, membri del GRU (i servizi segreti militari russi) hanno preso parte a riunioni con alti funzionari dei talebani a Lahore e Peshawar. Il compito di condurre le trattative, e far accrescere l’influenza del Cremlino in Afghanistan, è stato affidato a Zamir Kabulov. Questi conosce bene l’Afghanistan: vi ha ricoperto incarichi istituzionali dal 1983, fino al settembre del 2009 è stato ambasciatore e in più occasioni in passato ha avuto colloqui personali con la guida spirituale dei talebani mullah Omar, morto nel 2013.

 

TALEBANI MAPPA

 

Come detto, anche l’Iran si è mosso molto in Afghanistan negli ultimi mesi. Oltre che a rafforzare i rapporti con le milizie sciite Hazara, i vertici della Guardia Rivoluzionaria iraniana hanno puntato a consolidare i contatti anche con i Talebani e con gli Haqqani. Un’intromissione che però non è stata vista positivamente da Ashraf Ghani, il quale attraverso il capo dei servizi segreti afghani (NDS, National Directorate of Security) Masoom Stanekwai ha preteso un passo indietro dal capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jaafari, e dal direttore dell’intelligence iraniana, Hussein Tayeb.

 

All’ombra degli attentati a Kabul, dei ripetuti attacchi alle basi militari dell’esercito regolare e delle truppe NATO e del rischio sempre più concreto di un radicamento di gruppi affiliatisi allo Stato Islamico, la situazione diplomatica in Afghanistan è dunque in continuo divenire. Nella ricerca di un equilibrio con i Talebani, Russia e Iran al momento sembrano nettamente in vantaggio sugli USA. Resta da capire se Trump ha davvero intenzione di gareggiare con loro o, molto più praticamente, di cercare un compromesso vantaggioso per Washington. Se con Teheran la strada verso il dialogo sembra sbarrata, con il Cremlino è invece possibile un accordo per una soluzione win-win, come Trump e Putin stanno già tentando di fare per la Siria.