LIBIA -

Ahmed Safar, ambasciatore del governo di Tripoli in Italia, ha affrontato in un incontro con i giornalisti le questioni cruciali che tengono in sospeso il presente e il futuro della Libia

20160224_133209

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

I libici non vogliono un intervento militare di forze straniere. La tripartizione del Paese in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan sarebbe come ricostruire un muro in Germania. L’accordo sul governo di unità nazionale è vicino e già la prossima settimana potrebbe essere raggiunto. Nell’incontro con i giornalisti tenuto il 24 febbraio alla Camera di Commercio Italo-Libica di Roma, l’ambasciatore del governo di Tripoli in Italia Ahmed Safar ha affrontato le questioni cruciali che tengono in sospeso il presente e il futuro della Libia. Safar ha usato parole prudenti ma di speranza per i quattro dipendenti italiani della società Bonatti Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, rapiti il 19 luglio del 2015 in Libia mentre rientravano dalla Tunisia nella zona di Mellitah, a 60 chilometri da Tripoli. E rivolgendosi sempre all’Italia ha condiviso il monito del presidente della Camera di Commercio Gianfranco Damiano, affinché il nostro Paese sia protagonista della ricostruzione del tessuto economico della Libia.

 

Mentre i media internazionali continuano a sviscerare la notizia di imminenti raid aerei americani contro postazioni dello Stato Islamico in Libia, a tenere banco nel Paese nordafricano è il dibattito sull’approvazione del nuovo esecutivo proposto dal premier Faiez Serraj, bloccato ancora una volta dal parlamento di Tobruk. “Siamo molto vicini alla formazione del governo di unità nazionale che avrà sede a Tripoli – ha affermato in proposito Safar -. Come noto, ci sono ancora dei problemi per arrivare all’intesa ma sono sicuro che le aspettative del popolo spingeranno le varie fazioni politiche ad accordarsi entro la prossima settimana. Una volta che questo governo sarà formato, esso non porterà alla fine di tutti i problemi ma rappresenterà l’inizio di una nuova fase del dialogo politico interno”.

 

Intanto però a Bengasi, Derna, Sabratha e in alcuni sobborghi di Tripoli negli ultimi giorni si è continuato a combattere. “Stiamo correndo una maratona – prosegue Safar -. Ci sono dei conflitti politici interni che proseguiranno anche dopo la formazione dell’esecutivo unitario. In Libia il problema principale è che circolano troppe armi. Chi dialoga lo fa avendo alle spalle milizie armate e ciò complica l’arrivo a un accordo”.

 

Sul cosiddetto “piano B”, che sarebbe stato ipotizzato dalla comunità internazionale in caso di fallimento delle trattative a Tobruk e che consisterebbe nella divisione del Paese in tre distinte aree di protettorato straniero, il suo commento è perentorio. “La Libia divisa in tre grandi regioni – spiega – appartiene alla storia passata del nostro Paese. È come se si dicesse di ricostruire un muro in Germania, nessuno lo accetterebbe. Abbiamo sofferto per quarant’anni un regime dispotico. Quello che adesso vuole il popolo libico è un governo democratico, liberale, non centralizzato in cui ogni regione abbia accesso equo alle risorse del Paese su cui adesso si stanno concentrando gli scontri”.

 

Lo stesso tono è utilizzato in merito alla possibilità di un intervento militare di forze straniere in Libia in funzione anti-ISIS, anche alla luce del presunto sostegno di commando francesi alla vittoriosa offensiva a Bengasi e Ajdabiya condotta dalle truppe comandate dal generale Khalifa Haftar, capo delle forze armate di Tobruk: “Le forze politiche e il popolo libico non vogliono interventi militari di forze straniere nel Paese – risponde – perché ciò destabilizzerebbe ancor di più la situazione”. Mentre proprio sul ruolo di Haftar, escluso dalla nuova squadra di governo stilata da Serraj, il suo commento non va oltre il diplomaticamente corretto: “Tutte le forze che dimostrano di voler combattere ISIS sono ben accette, compreso Haftar e i militari che rispondono a lui. Solo i libici uniti possono combattere lo Stato Islamico sul terreno”.

 

Armed Libyan men wave their national flags in celebrations marking the fifth anniversary of the Libyan revolution, in Benghazi, Libya

(Bengasi, 17 febbraio 2016: festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione del 2011) 

 

Dopo anni passati a combattersi tra di loro, i libici hanno capito secondo Safar che è lo Stato Islamico il nemico comune da sconfiggere. “Adesso tutti se ne stanno rendendo conto e via via stiamo reintegrando nel processo di dialogo chi mostra di voler far parte dell’accordo su cui stiamo lavorando. Non possediamo un numero preciso sulla presenza di miliziani di ISIS in Libia, ma possiamo dire con certezza che il Califfato finora non è riuscito a radicarsi nel tessuto sociale della Libia. Dove ha una forte presenza, come a Sirte, è perché per convenienza ha stretto un patto di convivenza con i gheddafiani. ISIS dichiara di rappresentare il vero Islam in Libia ma ciò non è assolutamente vero. La stragrande maggioranza dei libici ripudia lo Stato Islamico”.

 

Battute conclusive sull’UE e l’Italia e sulla necessità di cooperare per costruire un ponte che attraversi il Mediterraneo unendo realmente Europa e Libia: un ponte fatto non solo di interventi emergenziali ma anche di investimenti economici sul medio e lungo periodo. “Una volta che verrà formato il nuovo governo speriamo che l’aiuto che ci arriverà dalla comunità internazionale e in particolare dall’UE contribuirà a rimettere in sesto il nostro Stato: non solo la polizia e l’esercito, non solo addestratori per combattere il terrorismo e aiuti per contenere i flussi dell’immigrazione clandestina, ma investimenti per la ricostruzione del Paese. Abbiamo bisogno di iniziative per creare lavoro e agevolare il ritorno delle aziende europee e italiane in Libia. Chiediamo inoltre che vengano sbloccati fondi e beni libici che sono stati confiscati all’estero, molti dei quali in passati sottratti da Gheddafi allo Stato, per un valore di centinaia di miliardi di euro”.

 

“Le richieste di lavori dalla Libia stanno ripartendo – aggiunge Damiano -. Attualmente in Libia sono attive circa 30 aziende italiane che operano principalmente nei settori della manutenzione e dell’impiantistica e nel 2015, nonostante tutto, l’interscambio si è aggirato attorno ai 600 milioni di euro. Sbloccando i fondi e i crediti libici congelati in Italia possiamo garantire nuove opportunità di business a queste e a molte altre realtà. Ma il nostro governo deve mostrarsi maggiormente presente in Libia”.

 

“Con l’Italia – conclude Safar – le relazioni sono rimaste buone anche nei momenti più bui. L’Italia ha avuto un ruolo importante nel sostenere il dialogo e sarà altrettanto importante nella costruzione del nostro futuro”. Il conflitto in Libia sta per entrare in una fase decisiva. Ma se un giorno questa guerra finirà, quel ponte immaginato dai libici non potrà che passare per l’Italia.