REP. DOMINICANA -

La fuga dei due piloti francesi dalla Repubblica Dominicana ha innescato una crisi diplomatica tra Parigi e Santo Domingo. Sullo sfondo di questa vicenda resta un interrogativo: perché sul caso marò l’Italia non ha osato come la Francia?

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

La Francia non accetterà la richiesta di estradizione di Pascal Fauret e Bruno Odos, i due piloti francesi fuggiti dalla Repubblica Dominicana per sottrarsi a una condanna di venti anni di carcere per traffico di cocaina. Lo ha confermato il portavoce del governo francese Stéphane Le Foll, il quale ha spiegato che la Francia “non estrada cittadini francesi una volta che si trovano nel suo territorio” e che è già in corso un’indagine per verificare le accuse mosse dal governo di Santo Domingo nei confronti di Fauret e Odos (nella foto in apertura, France 24).

 

Come era prevedibile il caso, ribattezzato dalla stampa internazionale “Air Cocaine”, ha innescato una crisi diplomatica tra i due Stati. Anche se ad attirare maggiormente l’attenzione è la spy story che si cela dietro la rocambolesca fuga che ha permesso ai due cittadini francesi di lasciare la Repubblica Dominicana e di raggiungere Parigi in aereo, con in mezzo una traversata nel mar dei Caraibi.

 

L’arresto e la fuga

Partiamo dai fatti. Nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 2013 la polizia dominicana ha fermato all’aeroporto di Punta Cana – secondo alcuni su soffiata degli Stati Uniti – un jet privato Dassault Falcon 50, trovando a bordo del velivolo 26 valigie contenenti 680 kg di cocaina. In manette sono finiti i due piloti del jet Pascal Fauret e Bruno Odos, l’altro membro dell’equipaggio Alain Castany e il passeggero Nicolas Pisapia, tutti e quattro francesi. Detenuti per 15 mesi, i quattro sono stati rimessi in libertà vigilata nel giugno del 2014 in attesa del processo d’appello in cui ci sarebbe stata la verifica della condanna comminata nei loro confronti a metà agosto: 20 anni di carcere per traffico di stupefacenti. Due mesi dopo, il 26 ottobre, Pascal Fauret e Bruno Odos si sono ripresentati a Parigi. Come siano riusciti a lasciare la Repubblica Dominicana resta in parte un mistero.

 

Il canale televisivo francese BFM ha diffuso per primo il 27 ottobre l’unica immagine dei due piloti in fuga a bordo di un’imbarcazione. Secondo BFM con la scusa di una gita in barca i due sarebbero riusciti a raggiungere l’isola franco-olandese di Saint Martin nelle Antille, prendendo da qui un volo privato per la Martinica e, infine, un volo di linea per Parigi utilizzando dei passaporti falsi.

 

Fonti citate dal quotidiano francese Le Monde collocano la fuga nella notte tra il 17 e il 18 ottobre. Si tratterebbe, dunque, di un’operazione di esfiltrazione a cui avrebbero partecipato ex militari della marina francese ed ex agenti della Direzione Generale per la Sicurezza Esterna (DGSE, i servizi esterni francesi). Alla riuscita del piano avrebbero contribuito anche cittadini dominicani e funzionari del governo di Parigi. Pare inoltre che per creare un diversivo fosse stato prenotato un elicottero a nome dell’eurodeputato del Front National Aymeric Chauprade, sul quale però i due piloti francesi non sono mai saliti a bordo. Il coinvolgimento di Chauprade sarebbe dimostrato dal fatto che il politico aveva incontrato i due piloti poco prima della loro fuga.

 

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(fonte La Stampa)

 

I punti rimasti in sospeso

In questo groviglio di ipotesi, il ministero degli Esteri francesi ha tentato timidamente di smarcarsi dai sospetti di coinvolgimento, affermando che i due piloti non hanno ricevuto alcun aiuto da parte di Parigi per lasciare la Repubblica Dominicana. Sulla dinamica della fuga Eric Dupond-Moretti, uno degli avvocati che sta difendendo i piloti, si è trincerato dietro un laconico no comment, limitandosi a dire che i suoi assistiti non si vogliono sottrarre alla giustizia come dimostra il fatto che al loro arrivo in Francia si sono rivolti alla magistratura per essere giudicati. “Non scappiamo dalla giustizia, anzi, la cerchiamo – hanno dichiarato i due piloti in una conferenza stampa convocata il 27 ottobre a Parigi -. Ma fuggiamo da un Paese in cui la giustizia non esiste”.

 

Incassato il no di Parigi alla richiesta di un mandato d’arresto internazionale nei confronti dei due piloti, la Repubblica Dominicana non intende chiudere la faccenda alla luce del fatto che i due Paesi sono legati da un trattato di reciproca estradizione firmato nel 2000. Il procuratore generale Francisco Dominguez Brito ha chiesto chiarimenti alle autorità francesi sulla dinamica della fuga dei due piloti e sul presunto coinvolgimento dell’intelligence transalpina. Parigi continua a ripetere che lo Stato francese “non è coinvolto in alcun modo”, mentre nel Paese c’è attesa per sapere quale sorte toccherà agli altri due francesi rimasti in Repubblica Dominicana, per i quali si teme adesso una “vendetta giudiziaria” da parte delle autorità dominicane.

 

Dominican Republic's Attorney General Dominguez Brito speaks during a news conference in Santo Domingo

 (Il procuratore generale della Repubblica Dominicana Francisco Dominguez Brito)

 

Il parallelo con il caso Marò

La stampa internazionale è invece totalmente focalizzata su quella che appare in maniera sempre più chiara come una riuscita operazione di esfiltrazione da parte dei servizi segreti francesi. Il fatto che la DGSE si sia esposta in prima linea per questa operazione potrebbe significare che Pascal Fauret e Bruno Odos non sono due semplici piloti d’aereo, ma più probabilmente due agenti segreti infiltrati in ambienti del narcotraffico del Centro-Sud America e fermati dalle autorità dominicane nel corso di una loro operazione. Quale sia invece il ruolo degli altri due cittadini francesi, Alain Castany e Nicolas Pisapia, appare invece ancora meno chiaro: “complici” dei due piloti oppure trafficanti di droga, motivo quest’ultimo che spiegherebbe perché non sono stati esfiltrati?

 

A prescindere da come andrà a finire questa vicenda, è d’obbligo una riflessione di riflesso sul noto caso dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, da anni in carcere in India per l’accusa di aver ucciso due pescatori imbarcati su un peschereccio indiano nel febbraio del 2012 mentre erano in servizio a bordo della petroliera italiana Enrica Lexie. Al netto delle evidenti distinzioni che separano i due casi, viene però naturale chiedersi perché l’Italia, pur avendo diverse occasioni a disposizione, non abbia mai puntato su un’operazione di esfiltrazione e, soprattutto, perché non abbia deciso di trattenere in territorio italiano i due fucilieri nel momento in cui è stato concesso loro dal governo indiano di rientrare nel nostro Paese. Interrogativi leciti soprattutto alla luce dell’operatività mostrata nel caso “Air Cocaine” dai servizi segreti francesi, ma che rischiano di rimanere senza risposta ancora a lungo.