ARABIA SAUDITA -

Assenze illustri e convivenze improbabili accompagnano la nascita della nuova alleanza militare annunciata dall’Arabia Saudita

Graduating soldiers from the Saudi special forces demonstrate their skills before their graduation ceremony near Riyadh

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

I dubbi iniziali sulla costituzione di una nuova coalizione militare islamica contro il terrorismo, annunciata il 15 dicembre dall’Arabia Saudita, trovano conferma nelle prime reazioni di disappunto da parte di quegli stessi Paesi che sulla carta dovrebbero farne parte. Il blocco dei 34 Stati musulmani, forgiato da Riad per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico, Al Qaeda e di altri gruppi jihadisti in Medio Oriente e Africa, ha infatti già iniziato a scricchiolare, tra smentite e conferme di partecipazione a insaputa di alcuni dei Paesi coinvolti.

 

È il caso del Pakistan, che attraverso il suo ministro degli Esteri Aizaz Chaudhry ha spiegato di aver appreso di essere stato incluso nella coalizione dalle agenzie di stampa e di attendere chiarimenti dal governo saudita prima di confermare o meno il proprio appoggio all’iniziativa. Una reazione simile è arrivata dalla Malesia, che ha dichiarato di non essere disponibile a rispondere alla chiamata alle armi di Riad. Resta in bilico, invece, la posizione dell’Indonesia, inserita dal ministro della Difesa saudita, il principe Mohammed bin Salman, nella lista delle dieci nazioni interessate all’iniziativa. Ma il Paese asiatico, dove risiede il più alto numero di musulmani al mondo, per il momento ha deciso di congelare l’ipotesi di un’adesione all’alleanza militare.

 

I punti in sospeso

Come era prevedibile, anche da parte delle potenze occidentali ai primi messaggi di approvazione sono seguite richieste di maggiori dettagli. I punti lasciati in sospeso nel piano di Riad, d’altronde, sono evidenti. Perché in questa coalizione non sono stati coinvolti quei Paesi in cui sta imperversando la minaccia jihadista, vale a dire Siria e Iraq? E, ancora, quale strategia militare intende darsi questa alleanza? Si limiterà alla condivisione di informazioni tra i servizi di intelligence dei Paesi membri e al rifornimento di addestratori ed equipaggiamento alle forze che sul terreno combattono ISIS e Al Qaeda? Oppure, come ha lasciato intendere il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir, non sono da escludere né l’invio di armi né tantomeno quello di mezzi e soldati nei teatri del conflitto? Sono domande rispetto a cui pretendono delle risposte non solo i russi ma anche gli USA, preoccupati di possibili rischiosi accavallamenti rispetto alle operazioni militari che stanno conducendo in Siria e Iraq.

 

E poi c’è il nodo degli illustri assenti. Damasco e Baghdad, per l’appunto, ma soprattutto l’Iran, segno inequivocabile di quelle che sarebbero le reali intenzioni dell’Arabia Saudita, vale a dire consolidare attraverso la formazione di una nuova coalizione la propria leadership sunnita nello scontro con gli sciiti. Un ruolo rimarcato da Re Salman bin Abdulaziz Al Saud da quando questi si è insediato al trono nel gennaio 2015, e che i sauditi stanno provando a far valere – non senza difficoltà – anche in Yemen, dove dal marzo scorso guidano un’altra coalizione araba contro i ribelli Houthi, che invece godono dell’appoggio militare di Teheran.

 

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A questi interrogativi se ne aggiungono altri relativi alle difficili convivenze all’interno di questa coalizione. Come possono coesistere nella stessa alleanza Egitto e Qatar, che in Libia sostengono rispettivamente i governi rivali di Tobruk e Tripoli? E ancora, come possono combattere nello stesso fronte Turchia ed Egitto, considerato che Ankara resta è uno dei principali sponsor dei Fratelli Musulmani che sono stati annichiliti dal golpe del generale Abdel Fattah Al Sisi?

 

Chiaramente si tratta di interrogativi che per buona parte potrebbero essere rivolti anche agli Stati Uniti, che per combattere ISIS in Medio Oriente hanno messo insieme una coalizione ben più ampia, variegata e caratterizzata da controsensi rispetto a quella saudita. Ed è altrettanto chiaro che con la propria potenza economica, e una immensa capacità di investimenti, Riad può spingere tutti i Paesi membri a mettere da parte dissapori e tensioni politiche.

 

Il dissenso della Russia

Se questi sono i presupposti alla base della coalizione araba, è inevitabile che non tutti esprimano il proprio supporto all’iniziativa. A cominciare da Mosca, che non ha lesinato perplessità in proposito. “Ci aspettiamo di ricevere informazioni più dettagliate dai promotori di questa iniziativa – ha dichiarato all’agenzia RIA Novosti il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov – così come vorremmo sapere di più su ciò che è stato discusso a Parigi”. Il riferimento di Lavrov è all’incontro tenutosi nella capitale francese il 14 dicembre, nel corso del quale USA, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Qatar e Turchia hanno fatto il punto sulla crisi siriana, dopo i negoziati della settimana scorsa a Riad tra i rappresentanti dell’opposizione siriana e in vista del vertice di domani, venerdì 18 dicembre, a New York.

 

Putin attends his annual end-of-year news conference in Moscow

 (Mosca, Putin alla conferenza stampa di fine 2015)

 

Esclusa finora dalle trattative per la definizione della road map che dovrà portare alla formazione di un governo di transizione in Siria, la Russia adesso non può che dissentire rispetto alla fuga in avanti di Riad, di cui non condivide né gli obiettivi né tantomeno la strategia d’azione per contrastare la minaccia jihadista. Il Regno saudita continua infatti a tenere nel mirino il regime di Bashar Assad e per raggiungere questo obiettivo ha consolidato attraverso questa coalizione l’alleanza con la Turchia, con cui Mosca è invece in rotta di collisione dopo l’abbattimento di un jet russo al confine con la Siria da parte di Ankara. Concetto ribadito poche ore fa dal presidente Vladimir Putin, il quale nel corso della tradizionale conferenza stampa di fine anno a Mosca non ha lasciato spazio alla possibilità di ricucire i rapporti con Recep Tayyip Erdogan.

 

L’alleanza islamica annunciata dall’Arabia Saudita rischia pertanto di perdere credibilità ed efficacia sin dalla sua nascita se il Regno non chiarirà almeno parte di questi lati oscuri. In caso contrario la sua coalizione si tradurrà solamente in una nuova sigla: l’ennesima di una guerra in cui le ampie coalizioni hanno finora prodotto ben poco per sconfiggere lo Stato Islamico.