BANGLADESH -

Gli assassini che hanno colpito nella capitale del Bangladesh sono lo specchio del nostro tempo: giovani ribelli che aspirano a morire come “martiri” della Jihad per essere ricordati per sempre

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Ormai è di moda”. Così il premier del Bangladesh Sheikh Hasina Wazed ha commentato il fatto di sangue firmato Stato Islamico a Dacca, capitale di un altro dei numerosi paesi che da mesi sono sotto l’attacco del terrorismo. E lo ha fatto forse senza comprendere a fondo la verità insita in quelle parole.

 

Si è parlato di figli della borghesia bengalese, ammaliati dal fascino della propaganda del Califfato, che hanno aderito al terrorismo più per gioco che per vocazione, a rimarcare il fatto che c’è un definitivo scollamento tra i vecchi schemi all’interno dei quali s’inserivano gli aspiranti terroristi e il nuovo terrorismo islamico, emerso e impostosi prepotentemente con l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Una nuova minaccia che è parte di un fondamentalismo virale e patologico che ormai supera la categoria di “religione” e s’inserisce invece nel disagio mentale, e che si accompagna a una visione distorta e fanatica della socialità e della politica.

 

Questi assassini sono specchio del nostro tempo. Un tempo in cui apparire è più importante di tutto, anche della vita stessa. Un tempo in cui a certe latitudini i giovani ribelli che desiderano diventare delle “rock star”, oggi preferiscono morire come “martiri” della Jihad, perché hanno la consapevolezza che in questo modo saranno ricordati per sempre. Sanno che il giorno dopo qualcuno guarderà ai loro gesti santificandoli come fossero eroi e ricordandoli per quante più vittime hanno lasciato sul terreno: è una promessa che il Califfato rispetta dopo ogni azione terroristica. Basta imbracciare fucili al posto di chitarre e drogarsi di rabbia contro l’Occidente e il gioco è fatto: video su YouTube, poster sul magazine Dabiq, prime pagine dei giornali e foto in evidenza sui network televisivi.

 

A relative mourns after receiving the body of a victim who was killed in the attack on the Holey Artisan Bakery and the O'Kitchen Restaurant, during a memorial ceremony in Dhaka

 

 (Dacca: i funerali delle vittime dell’attenato del primo luglio 2016)

 

Fa male sentirlo, ma è anche questa la guerra perversa che stiamo combattendo. Giovani insospettabili, inesperti e insoddisfatti della vita, fanno una strage prima di suicidarsi. È una patologia, non è fanatismo. Non mancano esempi di occidentali che hanno percorso la stessa strada, dai giovani borghesi che uccisero Walter Tobagi agli autori della strage del Columbine passando per i ragazzi di Molenbeek, dietro queste menti malate non c’è solo l’ideologia. Non c’è solo una società che non funziona. Non c’è solo la povertà. C’è un cattivo esempio.

 

Come è nato l’attentato a Dacca

È cosa nota che le azioni dei terroristi islamici contravvengano lo stesso Corano, che l’Islam sia solo la coperta di un movimento che va oltre il fanatismo religioso – la corrente radicale del wahabismo islamico esiste tranquillamente anche senza il terrorismo – e che la guerra che combatte Al Baghdadi sia politica prima che religiosa. Tutto ciò ci porta a una considerazione preliminare, di per sé evidente: questo nuovo terrorismo può colpire ovunque e in qualunque contesto sociale, perché può attingere a una spaventosa rete di finacheggiatori e di “fan club” dello Stato Islamico. Ed è forse questa la più potente e grave delle minacce del nostro tempo, che il Califfato sfrutta benissimo in proprio favore, anche quando non è direttamente dietro alle stragi.

 

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Vi sono però alcune distinzioni da fare. L’attentato in Bangladesh, rivendicato dagli stessi attentatori come opera dello Stato Islamico (anche se persino Al Qaeda se n’è voluta intestare la paternità), è stata un’operazione spettacolare e solo in parte spontaneista, che segna l’evoluzione delle cellule jihadiste nel Bengala, dopo che per anni si è andati avanti con piccoli segnali che inevitabilmente avrebbero portato prima o poi al salto di qualità. Una dimostrazione di forza per far sentire la voce del Califfato anche nel quadrante indo-cinese, in una sorta di gara a compiacere il Califfato.

 

Il Califfato aveva annunciato la strage su Dabiq

Sinora in Bangladesh era stata una lunga scia di singoli omicidi e aggressioni ad aver riempito gli obitori e le pagine dei giornali: scrittori, blogger, intellettuali, minoranze religiose e attivisti per i diritti civili erano state le vittime preferite, rimosse chirurgicamente da armi bianche e da qualche isolato colpo di pistola. Dall’inizio del 2013 sono stati almeno 39, secondo la polizia, gli omicidi riconducibili alla matrice terroristica. L’attentato di Dacca dimostra che c’è stata l’escalation definitiva: un gruppo organizzato e con una preparazione paramilitare ha agito sullo stile e secondo le tecniche già viste in altri contesti.

 

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(La sezione della rivista Dabiq dedicata a Shaykh Abu Ibrahim Al-Hanif)

 

Il che farebbe propendere per la tesi secondo cui il mandante è direttamente Raqqa, capitale del Califfato, e il suo “ministero per le operazioni estere” al cui vertice siede Abu Mohammed Al Adnani e che trova in Shaykh Abu Ibrahim al-Hanif il terminale di ISIS nella regione. Con il suo tributo di sangue Al Hanif avrebbe dimostrato al Califfo che la jihad è pronta a espandersi anche a Est. Del resto, i terroristi non mentono: segnali di quello che sarebbe potuto succedere a Dacca erano stati lanciati nel numero di aprile su Dabiq. Dal novembre 2015 la rivista ufficiale di ISIS ha dedicato una sezione del mensile ai successi militari ottenuti nel Bengala. Ad aprile è stata pubblicata un’intervista al nuovo emiro locale, Shaykh Abu Ibrahim Al-Hanif, canadese di origini bengalesi nato Tamim Chowdhury. E sempre nell’ultima edizione di Dabiq elogi sono stati espressi nei confronti di un altro combattente bengalese, conosciuto come Abu Jundal al-Banghali.

 

Probabilmente a Dacca si sono incrociate entrambi gli elementi: lo spontaneismo che intercetta gli interessi del Califfato (che ha esigenza di un palcoscenico sempre più globale) e la costante ricerca da parte dei miliziani di Al Baghdadi di nuove reclute da impiegare in Medio Oriente (dove la guerra richiede sempre più soldati) e ovunque si possa portare un vantaggio alla causa, colpendo gli occidentali ma non solo. La penetrazione in Asia, infatti, non inizia oggi ma è un’attività già teorizzata dal numero uno di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, e proseguita oggi dai suoi “eredi” confluiti nello Stato Islamico.

 

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Non dimenticare gli altri attentati del weekend

In ogni caso, non va dimenticato che, nello stesso fine settimana, a Baghdad due autobombe hanno fatto almeno 165 morti in un centro commerciale in risposta alla presa di Falluja da parte dell’esercito iracheno; che in Israele una tredicenne con doppia nazionalità, israeliana e americana, è morta dopo essere stata accoltellata da un palestinese di 19 anni, in un insediamento israeliano in Cisgiordania, mentre a Netanya altri due passanti sono stati accoltellati; e a Gedda, Arabia Saudita, è stato bloccato un kamikaze con cintura esplosiva che ha tentato di far strage al consolato americano. Come a dire che la lotta prosegue e di aspiranti “rock star” è pieno il mondo.

 

Ma dov’è e come si colloca il Califfato in questi episodi così diversi tra loro? Il Califfato è ovunque e da nessuna parte. Finché non comprenderemo che lo Stato Islamico è molto più di un’organizzazione ma un’entità pervasiva e trasversale alle logiche nazionali, sociali, politiche e religiose, continueremo a commentare simili tragedie che hanno portato l’orrore e l’incertezza in ogni angolo di mondo.