SPAGNA -

Per comprendere quanto avvenuto a Barcellona e impedire che si consumino nuove stragi in Europa è necessario arrivare a chi finanzia le cellule jihadiste. Riflettori puntati sulle monarchie del Golfo

Police patrol the area after a van crashed into pedestrians near the Las Ramblas avenue in central Barcelona

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Stefano Piazza

 

Gli attacchi terroristici di Barcellona realizzati da una delle tante cellule islamiste attive nel vecchio continente riportano al centro dell’interesse mediatico la questione del terrorismo in Europa. La Catalogna, e in particolare la zona di Barcellona, vive l’emergenza islamista da decenni. Sono circa 500mila i musulmani, quasi tutti di origine marocchina, che risiedono nella regione dove abbondano comunità islamiche ermeticamente chiuse, quartieri autoreferenti dove gli itineranti “predicatori del male” sauditi, kuwaitiani e balcanici hanno avuto gioco facile a comprare consenso potendo disporre di ingenti somme di denaro contante.

 

I salafiti in Spagna

A chi ha buona memoria di queste cose non è sfuggita la tournée trionfale proprio in Catalogna nella primavera del 2016 dello sceicco saudita Saleh Al-Maghamsi, il quale nonostante dica cose come «agli occhi di Allah, la morte di Osama Bin Laden è stata un onore ed ha la santità riservata ai musulmani»,ha ottenuto il visto dalle autorità spagnole. La tre giorni di predicazione dell’odio di Al-Maghamsi ha avuto il suo gran finale nella moschea di Cornellà, dove 600 persone si sono radunate in visibilio per ascoltare il suo sermone dai contenuti a dir poco roventi come è facile immaginare.

 

I Mossos d’Esquadra, criticati come sempre dalla sinistra politica per la loro «eccessiva muscolarità», da anni si confrontano con l’affermazione della dottrina salafita nella comunità islamica della regione. Un rapporto stilato dalla polizia catalana nel 2016 ne descrive l’ascesa. Costoro controllano ormai 80 delle 256 moschee censite della Catalogna, mentre nel 2006 erano 36, senza contare cosa accade nelle “moschee garage” e negli appartamenti ad uso moschea dei quali nulla o quasi si sa.

 

XVG182-Spain+AttacksA

 

Gli investimenti di Riad e Doha

Alla luce di quanto accaduto lo scorso 17 agosto sulla Rambla, molti si chiedono se quella di Barcellona è stata una strage annunciata che si poteva evitare? Lo diranno le inchieste della magistratura spagnola. Tuttavia che la situazione fosse gravissima è qualcosa che si sapeva e da tempo, ma per motivi oggi incomprensibili non si è voluto intervenire.

 

La costruzione di moschee, la predicazione del salafismo e il jihad costano, e per sostenere questa “macchina” ci vogliono soldi. Occorrono milioni di dollari, che nel caso della Spagna come altrove arrivano dalle sulfuree associazioni caritatevoli islamiche di Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Tra sauditi e qatarini, come noto, al momento non corre buon sangue e la lotta per la supremazia nel Golfo Persico si combatte a colpi di milioni di dollari anche nel vecchio continente. In Catalogna comandano gli uomini di Doha, che nell’ambito di un progetto di espansione della loro influenza nella regione intendono edificare oltre 100 moschee.

 

14602876864922(Un momento di preghiera all’interno della Mezquita de la M-30 di Madrid)

 

I sauditi, custodi della dottrina wahabita- salafita, rispondono nella capitale Madrid e nei sobborghi circostanti, con imponenti edifici lastricati di pregiati marmi e dotati di ogni comfort. A Madrid è stata edificata tra il 1987 e il 1992 la monumentale “Mezquita de la M-30”, meglio conosciuta come “Centro culturale islamico e moschea Omar”: 12mila mq suddivisi su sei piani dove sono passati anche molti fanatici andati a morire in Siria e Iraq, tanto che nel 2015 si scopri che una cellula jihadista si era formata proprio al suo interno.

 

A certificare la gravità della situazione spagnola bastano i numeri: dagli attentati di Madrid del 2004 sono state arrestate nel Paese 700 persone e si è perso il conto degli attentati sventati.

 

L’uccisione di Abouyaaqoub, il killer di Barcellona

Tornando ai fatti di Barcellona, più passano le ore e maggiori sono i dettagli che vengono rivelati sulla strage del 17 agosto, ad esempio che la cellula che è entrata in azione da mesi – o forse addirittura da un anno – si preparava acquistando il materiale per uccidere il maggior numero di persone, facendo sopralluoghi e tutte le attività utili allo scopo. Nel frattempo Younes Abouyaaqoub, unico superstite del commando di Barcellona che sembrava svanito nel nulla dopo aver ucciso un ingegnere di 34 anni al quale aveva rubato l’auto, è stato intercettato e ucciso il 21 agosto nel comune di Subirats nei pressi di Barcellona , mentre un suo sodale, Mohamed Houli Chemla, ha iniziato a collaborare con la polizia.

 

ricercato-kf2B-U11004111219771li-1024x1414@LaStampa.it

 

Le domande a cui l’Europa deve rispondere

Tante sono le domande alle quali dovrà rispondere, anche sulle complicità delle quali il commando del quale ha fatto parte ha potuto godere. Com’è possibile che nessuno abbia potuto informare la polizia che una casa era stata occupata da alcune persone che andavano e venivano con 120 bombole di gas e che si spostavano di continuo? E ancora, chi ha venduto 120 bombole di gas a dei ragazzi senza insospettirsi e senza darne conto alla polizia? Sono domande a cui è il momento di dare delle risposte. Altrimenti l’odore dei petrodollari, gli inviti all’odio della dottrina salafita e l’insopportabile peso della nostra irresponsabile debolezza continueranno ad aleggiare nel nostro continente oltre questo triste finale d’estate macchiato dal sangue.