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Storia personale, lotte e trascorsi politici del candidato socialista che sta ostacolando più del previsto la corsa di Hillary Clinton verso la Casa Bianca

Democratic U.S. presidential candidate Bernie Sanders speaks during a campaign rally at Hunter's Point in the Queens borough of New York

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di Alfredo Mantici

Nel linguaggio politico americano la parola “socialista” è quasi una parolaccia. Evoca infatti principi lontani dall’“american way of life”, tutta polarizzata sul darwinismo sociale che premia chi “vince” e si arricchisce, e, se è aborrita dai repubblicani, fatica a trovare simpatie anche in campo democratico.

 

Eppure il senatore Bernie Sanders, che da sempre si definisce “socialista democratico”, è riuscito finora a mantenersi in pista nella corsa per la nomination per la scelta del candidato democratico alle elezioni presidenziali del prossimo novembre, rendendo tutt’altro che facile la campagna della sua avversaria, Hillary Clinton. Anche se i sondaggi nazionali indicano che la forbice dei consensi che separa i due contendenti resta ampia (52% alla Clinton e 41% per Sanders), i successi ottenuti dall’anziano socialista in molti stati dimostrano che il supporto di cui gode presso la classe media americana resta molto alto.

 

Chi è Bernie Sanders

Nato nel 1941 a Brooklyn, nello stato di New York, da una famiglia non agiata di profughi ebrei polacchi (il padre era commesso in un negozio di vernici), Sanders è cresciuto nelle contraddizioni sociali che da sempre caratterizzano la società americana. “Per tutta la mia gioventù – ha dichiarato in un’intervista al quotidiano inglese The Guardian – ho visto intorno a me l’ingiustizia. Questa è stata l’ispirazione della mia politica”.

 

Dopo la laurea in Scienze politiche, per sperimentare in prima persona il “modello di vita socialista”, nel 1964 a 23 anni si trasferì in Israele per vivere e lavorare in un kibbutz dove, secondo i principi più ortodossi del sionismo, venivano allora applicate le regole più rigide del collettivismo: vita sociale comune, lavoro secondo le proprie capacità, nessuna forma di proprietà o di ricchezza privata.

 

L’esordio in politica 

Al suo rientro negli Stati Uniti aderì al Liberty Union Party, una piccola formazione di sinistra nata per protestare contro l’impegno americano nella guerra del Viet Nam e fece il suo ingresso ufficiale in politica nel 1981 quando vinse il primo dei suoi tre mandati come sindaco di Burlington, nel Vermont, sostenuto da una formazione politica locale, la Coalizione Progressista.

 

U.S. CONGRESSMAN SANDERS LISTENS TO EVIDENCE ON GULF WAR SYNDROME IN LONDON.

 (Bernie Sanders nel 2002 ai tempi in cui era membro della Camera dei Rappresentanti)

 

Nel 1990, a sorpresa, come indipendente vinse un seggio alla Camera dei Rappresentanti e, giunto a Washington, si rese presto conto di dover aderire a uno dei due grandi partiti se voleva che il suo lavoro di deputato avesse sbocchi concreti in termini di produzione legislativa. In un’intervista al The Progressive, l’organo del piccolo partito che lo aveva sostenuto, Sanders spiegò che aderire al gruppo repubblicano era per lui “impensabile”, per cui doveva scegliere il partito democratico nonostante “la forte opposizione dell’ala conservatrice del partito”. Durante la sua esperienza alla Camera dei Rappresentanti, Sanders si fece un nome come politico indipendente, schietto e senza peli sulla lingua che non esitava a criticare ferocemente anche il suo partito di adozione, quando a suo parere sposava cause sbagliate.

 

Nel 2003 fu uno dei più vivaci oppositori in parlamento all’intervento militare in Iraq, che godeva di un vasto consenso bipartisan, dichiarando di essere preoccupato per i costi sociali e finanziari del conflitto. “Se siamo una nazione sensibile al benessere dei cittadini – sostenne durante il dibattito parlamentare – dovremmo fare qualsiasi cosa per prevenire le orribili sofferenze che la guerra provocherà. L’intervento militare è inspiegabile per un Paese come il nostro che ha un debito pubblico di 6 milioni di miliardi di dollari e un deficit in crescita”.

 

Il candidato della middle class

Nonostante la sua fama di democratico “scomodo”, nel 2006 vinse in Vermont le elezioni per il seggio del Senato, battendo ancora una volta a sorpresa il candidato repubblicano Richard Tarrant, che aveva investito nella campagna elettorale soldi propri per un ammontare di 7 milioni di dollari. Anche in Senato, Sanders si è distinto come difensore coraggioso e aggressivo dei meno abbienti. Nel 2010 è rimasto celebre un suo intervento ostruzionista in aula (parlò per ben 8 ore di fila) contro la conferma dei tagli alle tasse dei più ricchi adottata negli anni della presidenza Bush, con un discorso intitolato “Un ostruzionismo storico contro l’avidità delle Corporation e il declino della nostra classe media”. Un discorso che si concluse con un appello ai suoi colleghi senatori affinché si raggiungesse un accordo “per una proposta di legge in grado di soddisfare le esigenze della classe media e delle famiglie dei lavoratori del nostro paese”.

 

U.S. Democratic presidential candidate and U.S. Senator Bernie Sanders, his wife Jane and musician Michael Stipe eat hot dogs at Nathan's Famous in Coney Island

(Sanders a pranzo con due suoi sostenitori prima di un comizio a New York) 

 

Proprio la difesa degli interessi della middle class è stata alla base della scelta di Bernie Sanders di scendere in campo per le presidenziali alla non tenera età di 75 anni, con il sostegno di molti senatori democratici e una piattaforma politica di stampo molto radicale: aumento dei salari minimi e dei giorni di ferie, garanzia del mantenimento dello stipendio durante i giorni di malattia e università pubbliche gratuite. A ben vedere si tratta di benefici sociali ed economici dei quali in Europa si fa uso da oltre mezzo secolo ma che per la società americana, o almeno per la sua parte più benestante che è quella che finanzia le campagne elettorali, sono ancora un tabù.

 

Nel suo discorso di apertura della campagna per le primarie, Sanders ha dichiarato: “È tempo che milioni di famiglie di lavoratori si uniscano per rivitalizzare la democrazia americana per porre fine al collasso della classe media […] Siamo chiari. Questa campagna non è per Bernie Sanders o per Hillary Clinton. Questa campagna è per sostenere i bisogni del popolo americano e per diffondere le idee e le proposte che più siano in grado di soddisfare questi bisogni […] Noi viviamo nella nazione più ricca nella storia del mondo ma questa realtà conta molto poco per la maggioranza di tutti noi visto che la gran parte di questa ricchezza è in mano a una piccola manciata di persone”.

 

Come finirà lo scontro con la Clinton?

Con queste idee, che in Europa appartengono alla tradizione socialdemocratica e che sono servite a far uscire il vecchio continente dalle crisi del secondo dopoguerra, Bernie Sanders è riuscito a far piazza pulita dei suoi contendenti democratici, ad eccezione di quella Hillary Clinton accusata dagli avversari e dalla stampa liberal (che non le perdonano i milioni di dollari raccolti con conferenze alle grandi corporation) di essere la longa manus di Wall Street e di difendere i protagonisti della crisi economica del 2008, che tanto ha impoverito quella middle class americana difesa invece dal suo avversario.

 

Democratic U.S. presidential candidate Senator Bernie Sanders writes as his rival Hillary Clinton walks behind him during a commercial break at the Univision News and Washington Post Democratic U.S. presidential candidates debate in Kendall

 (Sanders e Clinton al termine di un confronto in Florida il 10 marzo 2016) 

 

La Clinton finora ha mostrato di essere favorita nella campagna per la nomination, ma Sanders è ancora in corsa. Il paradosso della situazione è che, secondo i ultimi sondaggi, mentre la gara per la Casa Bianca tra Donald Trump e la Clinton è tutt’altro che scontata, Bernie Sanders alle elezioni di novembre potrebbe sconfiggere Trump con dieci punti di distacco. Le ultime rilevazioni, infatti, danno Sanders al 49% contro il 39% del miliardario di New York.