BRASILE -

Prima Dilma Rousseff, poi Michel Temer, adesso la figura simbolo del Partito dei Lavoratori. Fin dove si spingerà ancora la Mani pulite brasiliana?

A demonstrator displays photo cutouts of Brazil's President Dilma Rousseff and former president Luiz Inacio Lula da Silva during a protest in favor of Rousseff's impeachment, in front of the National Congress, in Brasilia

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di Maria Zuppello

Per molti mesi il Brasile è rimasto con il fiato sospeso in attesa di una condanna desiderata da alcuni, contestata da altri. Alla fine il 12 luglio è arrivata l’agognata sentenza del giudice Sérgio Moro, simbolo del pool della Lava Jato, la “Mani pulite brasiliana” che da tre anni ormai ha scoperchiato un coacervo di corruzione e complicità politiche che non salva nessuno, dall’attuale presidente Michel Temer fino all’ex “presidente dei poveri” Lula Inacio da Silva. Perché proprio di Lula si attendeva la condanna per uno dei nove processi che lo vedono reo. Una condanna ora arrivata: 9 anni e 6 mesi per corruzione e riciclaggio.

 

L’ex presidente era stato, infatti, accusato formalmente lo scorso 14 settembre insieme ad altre sei persone di corruzione attiva, passiva e riciclaggio di denaro. La denuncia riguardava tre contratti della OAS, una multinazionale brasiliana nel settore dell’edilizia, con la Petrobras. Il valore delle tangenti pagato a Lula secondo l’accusa si aggira sui 3,7 milioni di reais (circa un milione di euro) oltre a un mega attico sul mare, nel litorale paulista.

 

An aerial view of new oil platforms P-52 for the oil company Petrobas at Campos basin in Rio de Janeiro

(Una piattaforma petrolifera della Petrobas a largo di Rio de Janeiro)

 

Ma dietro ci sarebbe molto di più. Uno schema di corruzione senza precedenti che vedrebbe nell’ex presidente il «comandante massimo». Parole fortissime che spiegano come sotto un incredibile effetto domino siano caduti uno a uno centinaia di politici brasiliani. In tre anni, da quando l’inchiesta è stata aperta da questo giovane e agguerrito pool di magistrati di Curitiba, nel sud del Brasile 116 persone sono state condannate e 27 arrestate. Tra queste anche due ex ministri dell’Economia del governo del Partito dei Lavoratori, ovvero Guido Mantega, poi rilasciato, e Antonio Palocci, ancora in carcere.

 

Ora la condanna è toccata a Lula. Si tratta della prima condanna penale dalla fine della dittatura che riguarda un ex presidente, anche se ancora di primo grado. Il giudice Moro, non chiedendone l’arresto, ha specificato nella sua sentenza che Lula potrà fare ricorso. L’eventuale condanna al carcere arriverà dunque con il processo di secondo grado, e per questo bisognerà attendere mesi. Ciononostante, questa prima sentenza ha scatenato da subito un acceso dibattito sia tra i sostenitori dell’ex presidente che, soprattutto, tra i suoi detrattori.

 

ROUSSEFF LULA

(Lula insieme all’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff)

 

Per Alvaro Dias, senatore di Podemos, «la condanna del presidente Lula è storica e mostra che la giustizia è uguale per tutti, anche per un ex presidente della Repubblica». Durissimo, invece il giudizio di Carlos Zarattini, deputato del Partito dei Lavoratori alla Camera, secondo il quale «si tratta di una sentenza che non ha tenuto conto dei testimoni, che non si basa su nessuna prova reale se non la confessione di un imprenditore arrestato. L’obiettivo è solo quello di impedirgli di candidarsi (riferito a Lula, ndr) alle elezioni del 2018».

 

Già perché Lula era uno dei nomi papabili in vista delle prossime presidenziali in un Paese che nelle ultime settimane ha visto finire sotto la lente dei magistrati anche l’attuale presidente Michel Temer, diventato presidente dopo l’impeachment che lo scorso anno ha costretto alle dimissioni Dilma Rousseff.

 

Anche Temer è stato accusato di corruzione passiva dopo le denunce dell’imprenditore pentito Joesley Batista, ma si è rifiutato di dimettersi portando il Brasile sull’orlo di una drammatica impasse istituzionale. E la lista non finisce qui. Nelle ultime settimane anche il senatore Aécio Neves, altro nome tirato in ballo in vista delle presidenziali, è stato riammesso in senato dopo esserne stato sospeso con l’accusa di corruzione passiva e ostruzione alla giustizia.

 

BRAZIL-TEMER

(Il presidente del Brasile ad interim Michel Temer)

Insomma, il Brasile sta attraversando una delle peggiori crisi politiche ed economiche della sua storia. Oltre a una classe politica che ha dato scarsa prova di valore etico, i cittadini si trovano a fronteggiare un quotidiano sempre più complesso dove la disoccupazione dichiarata colpisce oggi oltre 13 milioni di persone e l’inflazione impazzita rende l’acquisto dei beni primari sempre più difficile.