BURKINA FASO -

Potrebbero essere più di 20 i morti negli attentati contro un hotel e un caffè nella capitale Ouagadougou. Liberati decine di ostaggi. Azione rivendicata da Al Qaeda nel Maghreb Islamico

Security officers take their positions outside Splendid Hotel in Ouagadougou

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Dopo Istanbul e Giacarta, anche Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, è stata colpita da un attacco terroristico. È avvenuto nella serata di venerdì 15 gennaio, quando un commando formato da 3 o 4 uomini armati ha assaltato due dei luoghi di ristoro maggiormente frequentati da occidentali e da personale delle Nazioni Unite nella città, l’hotel “Splendid” e il caffè-ristorante “Le Cappuccino”, quest’ultimo di proprietà di un italiano.

 

All’esplosione di due autobombe sono seguite ore di scontri a fuoco che, stando a quanto dichiarato dal ministro dell’Interno del Burkina Faso Simon Compaore, avrebbero finora causato almeno 10 morti e oltre 30 feriti. Ma le vittime secondo il direttore dell’ospedale di Ouagadougou, dove continuano ad arrivare feriti, sarebbero in realtà 20. Il blitz all’interno dell’hotel “Splendid” effettuato dalle forze speciali ha portato al salvataggio di più di 120 ostaggi tra i quali c’era anche il ministro dei Lavori Pubblici Clement Sawadogo. All’operazione stanno partecipando anche i corpi speciali francesi, mentre in queste ore è in corso un nuovo attacco nell’albergo l’albergo Yibi. 

 

Nell’ambito dell’“Operazione Barkhane” contro i gruppi jihadisti operativi nel Sahel, circa 3mila soldati francesi sono stati stanziati dall’Eliseo nei Paesi dell’area. I contingenti più numerosi si trovano in Repubblica Centrafricana e Gibuti, ma anche in Mali, Paese colpito da una guerra dalla fine del 2013 dove nel novembre scorso era stato attaccato un hotel al centro della capitale Bamako (27 morti). Soldati transalpini sono di stanza nello stesso Burkina Faso, che insieme ai governi di Mali, Mauritania, Niger e Ciad fa parte del G5 del Sahel in funzione anti-terrorismo. Qui i francesi cooperano con un’unità statunitense formata da circa 70 militari americani. L’hotel “Splendid”, in particolare, sarebbe stato colpito proprio perché, trovandosi vicino all’aeroporto internazionale di Ouagadougou, viene spesso utilizzato per pernottamenti anche dagli uomini del contingente francese.

 

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La rivendicazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico

Gli attacchi a Ouagadougou sono statu rivendicati da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI o AQIM), che nel loro messaggio hanno definito l’azione “una vendetta contro la Francia e l’Occidente infedele”. Se la rivendicazione dovesse essere confermata si tratterebbe dello stesso gruppo che, per bocca dei vertici della sua branca operativa nel Nord Africa, solo due giorni fa in un video aveva minacciato l’Italia lanciando un avvertimento ai nostri militari in ragione del maggiore sforzo che le forze di sicurezza del nostro Paese stanno approntando in Libia.

 

La presenza del gruppo AQMI nell’intero Maghreb è pluriennale. AQMI, Al Qaeda nel Maghreb Islamico, affonda le proprie radici nella guerra civile algerina dei primi anni Novanta, per poi evolversi in una sorta di “internazionale islamista” che nel tempo genererà altri gruppi di fuoco come Ansar Al Sharia. La sua presenza va dal Marocco alla Tunisia, dalla Mauritania al Mali, dalla Libia fino quasi all’Egitto e le sue azioni terroristiche abbracciano tutta la regione del Sahel.

 

Il gruppo è ufficialmente emerso all’inizio del 2007, dopo che il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), si è allineato alla rete internazionale di Osama Bin Laden. Ma si è poi diviso in vari rivoli e uno dei suoi più feroci leader, il famigerato signore della guerra Mokhtar Belmokhtar, ha lasciato il gruppo in polemica con la gestione economica delle risorse di AQMI.

 

La formazione islamista è, infatti, una delle più ricche e meglio armate della galassia jihadista africana: il suo potere nell’area è garantito dai proventi che le derivano dai rapimenti di occidentali, dal commercio di droga e dall’ingente traffico di sigarette in tutto il Sahara.

 

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AQMI si compone di membri provenienti da Mauritania, Marocco, Niger e Senegal, così come all’interno del Mali, dove il gruppo si è reso protagonista della guerra divampata dopo il golpe del 2012 e che ha impegnato sul campo anche le truppe francesi. Guerra che, ad oggi, non può dirsi del tutto conclusa, poiché blitz e imboscate proseguono nonostante la liberazione di città chiave come Bamako e Gao, resa possibile grazie all’intervento militare a guida francese.

Il gruppo oggi è stimato tra i 600 e 800 combattenti, guidati dall’algerino Abdelmalek Droukdel (nome di battagliaAbou Mossab Abdelwadoud, esperto di bombe). Ciò nonostante, il governo francese ha riferito di aver ucciso Droukdel nel 2013 e che, pertanto, il nuovo leader si ritiene sia Djamel Okacha, a sua volta algerino.

 

Il colpo di Stato e la difficile transizione politica

L’ex primo ministro Roch Marc Christian Kaboré ha vinto le ultime elezioni presidenziali che si sono tenute il 29 novembre in Burkina Faso, le prime dal colpo di stato che nell’ottobre del 2014 aveva deposto Blaise Compaoré. Kaboré, candidato del partito Movimento Popolare per il Progresso (MPP), si è aggiudicato la vittoria al primo turno con oltre il 53% dei consensi. Il suo rivale più accreditato alla vigilia, Zéphirin Diabré, candidato dell’Unione Popolare per il Cambiamento (UPC), non è andato oltre il 29%.

 

L’affermazione di Kaboré ha rappresentato un momento cruciale per il futuro del Burkina Faso. È infatti stata la prima volta nella storia del Burkina Faso, dall’indipendenza dalla Francia nel 1960, che chi ha ottenuto il potere lo ha fatto attraverso elezioni democratiche e non tramite un golpe militare. Non è però senza ombre la figura del nuovo presidente del Burkina Faso. Kaboré è infatti stato uno stretto collaboratore di Compaoré ricomprendo il ruolo di presidente dell’Assemblea Nazionale. I rapporti con Compaoré si era poi incrinati con la rottura definitiva all’inizio del 2014. Banchiere, cattolico praticante, durante la sua campagna elettorale ha promesso che varerà nuove misure contro la corruzione, per arginare la disoccupazione giovanile e migliorare l’istruzione e il sistema sanitario. I suoi detrattori lo accusano invece di essere un opportunista e di essere entrato in contrasto con Compaore nel momento in cui è iniziato ad apparire chiaro che i decenni al potere dell’ex presidente stavano per terminare.

 

A soldier stands guard outside building where a meeting between the military and opposition was taking place in Ouagadougou, capital of Burkina Faso

LA SCHEDA PAESE DEL BURKINA FASO 

 

Dopo il colpo di Stato che a fine ottobre del 2014 aveva allontanato dal potere l’ex presidente Blaise Compaoré e rimesso la guida del Paese nelle mani di un governo di transizione capitanato da Michel Kafando e Isaac Zida (rispettivamente presidente e primo ministro), le elezioni erano date ormai per vicine. Il primo turno di presidenziali e legislative era previsto per l’11 ottobre del 2015, sebbene la notizia andasse presa con tutti i dubbi del caso, vista l’esclusione del partito dell’ex presidente, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), e le denunce di parzialità e di brogli elettorali.

 

Il corso politico relativamente pacifico intrapreso dalla “Terra degli Uomini Integri” – Burkina Faso nella lingua locale significa proprio questo – è naufragato però il 16 settembre del 2015 con l’arresto di Kafando e Zida da parte dei militari e il rovesciamento delle autorità della transizione burkinabè. Il 17 settembre il Consiglio Nazionale per la Democrazia, organismo composto dalla giunta militare golpista, ha preso il potere nominando alla presidenza il Generale Gilbert Diendéré.

 

Ex capo del Reggimento per la Sicurezza Presidenziale, un corpo d’élite delle forze speciali dell’esercito burkinabè, e da sempre fedelissimo dell’ex presidente Compaoré, Diendéré aveva già preso parte al colpo di Stato che negli anni Ottanta aveva rimpiazzato Thomas Sankara con Compaoré. Con il tempo, è diventato uno degli uomini di maggior peso del Paese, sia grazie all’influenza della moglie Fatou Diendéré, vice-presidente del CDP (ex partito presidenziale), sia in ragione del peso che egli stesso aveva assunto nei reparti dell’intelligence nazionale, divenendo uno dei referenti privilegiati delle potenze occidentali.

 

Una settimana dopo il golpe, il 23 settembre Michel Kafando ha recuperato le sue funzioni di presidente della transizione. Dopo serrati negoziati tra i ranghi militari e politici burkinabè, la mediazione africana e internazionale è riuscita a prevalere. A Kaboré adesso il difficile compito di guidare il Burkina Faso verso un futuro istituzionale e sociale più stabile. Un Paese estremamente povero a maggioranza musulmana (50% della popolazione, mentre il 40% è animista e il 10% cristiano), dove finora nella primavera del 2015 si era registrata una sola azione in una miniera di manganese rivendicata dallo Stato Islamico.