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La ricorrenza di violente calamità naturali non consente più di parlare di caso e fatalità. Solo individuando le cause e programmando interventi sul lungo periodo avremo la possibilità di salvare il pianeta

Rolly Hinostroza collects water from a container at Nuevo Pachacutec shantytown on the outskirts of Lima's  port of Callao

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Gli eventi climatici che stanno investendo l’Italia durante questa estate meritano una riflessione accurata. La Penisola è soffocata dall’Anticiclone Africano che si è insediato al posto del più mite Anticiclone delle Azzorre, a causa di temperature molto fredde registrate nell’Atlantico settentrionale, conseguenza della corrente pacifica di El Nino quest’anno  particolarmente violenta.

 

Il permanere dell’Anticiclone Africano sull’Europa mediterranea ha fatto sì che in Italia le temperature, soprattutto nelle città, si siano mantenute attorno ai 40 gradi da metà luglio. Le acque dei mari hanno raggiunto in media i 30 gradi, favorendo così le fioriture algali, come nel basso Adriatico dove è esplosa la proliferazione dell’alga tossica (ostreoptis ovata), con picchi di 34 gradi nella laguna di Orbetello in provincia di Grosseto, dove si è registrata la moria di tutti i pesci per asfissia. Lo zero termico, infine, si è collocato a un’altezza compresa tra i 4.000 e i 4.500 metri di altitudine. Afa, elevata umidità (anche 90%) e piogge torrenziali: una situazione chiaramente non riconducibile a un’area di clima temperato.

 

L’anomalia climatica è testimoniata anche dalla serie di eventi estremi che hanno colpito l’Italia: la tromba d’aria che si è abbattuta sulla Riviera del Brenta l‘8 luglio; le precipitazioni tropicali (35 mm in 45 minuti) che hanno colpito Firenze il primo agosto; il 5 agosto la frana che ha sconvolto il Cadore uccidendo tre persone, conseguenza di piogge torrenziali (40 mm in un’ora); le ripetute frane sulle Dolomiti provocate dallo scioglimento dei ghiacci e dai violenti nubifragi che accelerano lo sgretolamento delle rocce e che l’8 agosto in Val Fiscalina e Valdidentro hanno investito decine di escursionisti; infine, il 10 agosto, l’esondazione dei bacini del monte Perna, in Abruzzo, che ha ucciso  un escursionista.

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Il nubifragio di inizio agosto a Firenze

 

Le immagini delle devastazioni prodotte dagli eventi climatici estremi rappresentano l’istantanea più eloquente delle condizioni del territorio nazionale. La casa sventrata dalla frana  di San Vito di Cadore, costruita su di un tombotto che copre il Ru Secco, il torrente sul cui letto si sono incanalati 100.000 mila metri cubi di roccia e fango scivolati dal Monte Antelao, è la sintesi emblematica di ciò che hanno prodotto in questo disgraziato Paese l’incuria, la superficialità e l’irresponsabilità di costruttori, amministratori e proprietari.

 

Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha annunciato lo stanziamento di 1.300 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio, a cui vanno aggiunti altri 1.800 milioni che il governo del premier Matteo Renzi si è impegnato a recuperare nel 2016. Sicuramente un buon inizio, anche se la stima del costo della messa in sicurezza dal dissesto idrogeologico del territorio nazionale supera i 40 miliardi.

 

Riscaldamento globale e cambiamenti climatici

Esiste una causa profonda che lega tutti questi eventi ed è rappresentata dal riscaldamento globale (global warming) e dai conseguenti cambiamenti climatici (climate change). La ricorrenza e la violenza degli eventi climatici a cui si assiste, infatti, non consentono più di parlare di caso e fatalità, ma obbligano a ricercarne le cause in processi sistemici che stanno investendo l’intero pianeta blu.

 

In questi giorni è stato pubblicato il rapporto Climate Change: A Risk Assessment curato da Sir David King (Università di Cambridge) per Philip Hammond, ministro degli Esteri del Regno Unito e del Commonwealth del governo di David Cameron. Il rapporto chiarisce che “nessuno dovrebbe avere alcun dubbio che il cambiamento climatico pone gravi rischi non solo per l’ambiente, ma anche alla sicurezza nazionale e globale, alla lotta alla povertà e alla prosperità economica”.

 

Residents wearing masks travel on a bicycle and an electric tricycle along a street on a hazy day in Beijing

IL RAPPORTO CLIMATE CHANGE: A RISK ASSESSMENT

 

La prima domanda a cui il rapporto cerca di dare una risposta è perché gli esseri umani  sottovalutano i rischi legati ai cambiamenti climatici. Nel rapporto si osserva che, come nel caso delle abitazioni o dei parcheggi costruiti sull’argine dei torrenti, è la colpevole sottovalutazione dei rischi la vera causa delle fatalità che si associano a eventi metereologici estremi. Il rapporto del professor King attribuisce alla negazione psicologica (psychological denial), cioè al meccanismo di difesa attraverso cui si nega l’esistenza di una realtà esterna pericolosa o sgradevole, l’origine di questo comportamento e chiarisce che, nel caso degli eventi climatici, questa attitudine mentale ha una dimensione comunitaria e non solo individuale che ne moltiplica la potenzialità distruttiva. Questa sottovalutazione coinvolge anche la stima degli effetti legati all’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera (picco di 401,3 ppm a luglio). Il cambiamento climatico globale è ormai evidente, ed è altrettanto certo che questo è il risultato dell’esplosione della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera terrestre. Tuttavia, pochi sembrano essere consapevoli delle conseguenze che questo evento produrrà sull’umanità.

 

Il rapporto cerca di chiarire in modo semplice e chiaro – va ricordato che è una sorta di vademecum a uso dei politici – quali siano le aree di maggiori criticità che l’umanità intera si troverà ad affrontare nei prossimi anni, indipendentemente dalle azioni che si intraprenderanno per mitigare i rischi associati al cambiamento climatico, vista l’azione inerziale secolare dei fenomeni di riscaldamento globale. Il cambiamento climatico è un problema di lungo periodo che produce conseguenze irreversibili, caratterizzate da una profonda incertezza. I cambiamenti prodotti dal riscaldamento globale sono permanenti e non seguono dinamiche lineari quando sorpassano le soglie di tolleranza.

 

Il sollevamento dei mari

Sulla base del più probabile sentiero futuro di crescita delle emissioni di gas serra, il rapporto individua il più probabile scenario e come questo condizionerà aspetti cruciali della vita umana  come: salute, cibo, acqua, etc. La conseguenza prima dell’aumento della concentrazione di C02 nell’atmosfera – a luglio si è registrato il picco assoluto di 401,30 ppm (parti per milione) – sarà il sollevamento dei mari. Infatti, oltre il 90% dell’energia prodotta dalla CO2 è assorbita dagli oceani, a fronte del 3% assorbito dalla superficie terrestre. Alle attuali condizioni il livello di emissioni di CO2 potrebbe raggiungere gli 8 miliardi di tonnellate annue nel 2020 e ben 35 miliardi di tonnellate nel 2100 (attualmente il costo sociale di una tonnellata di CO2 è stimato in 37 dollari).

 

 

Whale dives into sea off the coast of Greenland's capital NuukI mari della Groenlandia

 

Il rapporto calcola che in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, il livello medio dei mari, che cresce di 3,4 millimetri annui dal 1990, salirà di 7 metri e di altri 6,5 metri nel caso di scioglimento dei ghiacci antartici. Lo scioglimento della Groenlandia è considerato certo con una concentrazione di C02 di 550 ppm, mentre sussistono dubbi sul completo scioglimento dei ghiacci antartici. I danni alle sole cose e proprietà provocati dall’innalzamento del livello globale dei mari sono compresi tra 6 e 52 miliardi di dollari annui, con un picco di 1.000 miliardi annui in assenza di opere di contenimento sulle coste.

 

L’aumento delle temperature e la siccità

Lo stress da calore, cioè da temperature stabili sopra i 36 gradi, provocherà effetti importanti sugli esseri umani, non solo riducendo la qualità del sonno e quindi del lavoro, ma anche modificando le curve di sopravvivenza. Sui raccolti lo stress da calore per temperature comprese tra 30 e 34 gradi durante la fioritura potrebbe inibire la produzione di polline soprattutto nel caso di mais (USA) e riso (Cina e India), con gravi conseguenze sulle rese. L’effetto sulle disponibilità di cereali e riso, la cui crescita stimata è del 14% ogni dieci anni, potrebbe essere devastante, considerando che ci si attende una crescita della domanda compresa tra il 60%-100% entro il 2050.

 

Il cambiamento climatico modificherà la disponibilità d’acqua dolce, determinando siccità e scarsità. Nel 2010, a fronte di una popolazione mondiale di 6,9 miliardi di individui, 2,4 miliardi di persone vivevano con meno di 1.000 metri cubi (mc) (scarsità cronica) e circa 800 milioni con meno di 500 mc annui (scarsità estrema). Nel 2050 il numero di individui in condizioni di scarsità estrema d’acqua potrebbe raggiungere 1,8 miliardi di persone.

 

Sign is seen on the dry part of Guarapiranga reservoir, during a drought in Sao PauloBrasile, Sao Paulo 

 

Le siccità potrebbero diventare molto più frequenti e “triplicarsi in Sud Africa e crescere del 50% negli USA e Asia del Sud”. Mentre le inondazioni dei fiumi, attualmente responsabili del 27% delle morti e del 32% delle perdite provocate da catastrofi naturali, potrebbero determinare già nel 2050 un aumento del 50% delle persone colpite dalle inondazioni nell’africa sub-sahariana.

 

Infine, il rapporto afferma che la crescita della popolazione e dell’economia produrranno una significativa pressione sulle risorse naturali. La domanda globale per cibo, acqua ed energia potrebbe crescere già nel 2030 rispettivamente del 35%, 40% e 50% rispetto ai livelli del 2012. Il cambiamento climatico potrebbe quindi minacciare la disponibilità di queste risorse e generare rischi per la sicurezza nazionale e globale.

 

Le prospettive disegnate dal rapporto sono semplicemente disastrose. Occorre comprendere che piccoli cambiamenti nelle temperature globali corrispondono a grandi cambiamenti climatici, le cui conseguenze sono potenzialmente catastrofiche. A questo proposito lo studio pubblicato lo scorso luglio da The Economist The Cost of Inaction: Recognising the Value at Risk from Climate Change, stima che a fronte di un valore complessivo dello stock di manageable asset di 143.000 miliardi di dollari, le perdite medie associabili al cambiamento climatico ammontino a 4.200 miliardi di dollari (il valore di listino di tutte le società petrolifere del mondo o il PIL del Giappone). I costi dell’immobilità e dell’inazione sono quindi insostenibili.