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Il vertice tra il presidente americano e i rappresentanti dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha poche speranze di portare ad accordi concreti

U.S. President Obama staff line up to step aboard Marine One on the South Lawn of the White House in Washington

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di Marta Pranzetti

Mercoledì 13 e giovedì 14 maggio si discutono a Camp David le sorti delle relazioni tra gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo. Si tratta di un appuntamento considerato estremamente importante sia dall’Amministrazione Obama che dai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain, Qatar, Kuwait e Oman. In gioco vi sono infatti interessi fondamentali e contrastanti. Washington cerca l’avallo del GCC per chiudere l’accordo sul nucleare iraniano, mentre i Paesi del Golfo pretendono garanzie sul fatto che il ripristino delle relazioni con l’Iran non destabilizzeranno i rapporti di forza regionali e, soprattutto, che gli USA tornino a essere un partner militare fidato per salvaguardare la sicurezza nella regione.

 

Snobbare Obama per sminuire Teheran?

Ciò nonostante, sembra che l’incontro sia stato snobbato da alcuni dei leader attesi a Camp David. Sono infatti meno del previsto i capi di Stato che partecipano ai due giorni di summit, sostituiti da delegati. A rappresentare l’Arabia Saudita sono i due principi ereditari, Mohamed bin Nayef e Mohammed bin Salman, al posto di Re Salman.

 

Benché il presidente Obama fosse stato messo al corrente dell’impossibilità del monarca saudita di prendere parte all’incontro, in molti considerano la sua assenza come un segnale forte lanciato da Riad per sottolineare che il Regno non apprezza affatto il riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran e che non vede di buon occhio la confusa politica americana in Medio Oriente. Dopo il repentino dietro-front di Washington sull’attacco contro il regime siriano di Bashar Assad nel settembre del 2013, infatti, le relazioni tra USA e Arabia Saudita sono andate raffreddandosi sempre di più. Con il concretizzarsi poi di un accordo definitivo sul nucleare iraniano, Washington ha sempre più messo in secondo piano la sua decennale alleanza con Riad.

 

Saudi King Salman attends the opening meeting of the Arab Summit in Sharm el-Sheikh

 

A Camp David assent Re Salman. Casa Saud è rappresentata da i principi ereditari

Mohamed bin Nayef e Mohammed bin Salman

 

Ma Re Salman non è il solo ad aver declinato l’invito e ad aver mandato dei rappresentanti al suo posto. A rappresentare il Bahrain e gli Emirati Arabi sono infatti rispettivamente il principe ereditario Salman bin Hamad al-Khalifa e il principe ereditario Mohammad Bin Zayed Al Nahyan. Solo i capi di Stato di Kuwait e Qatar, l’Emiro Sabah al-Ahmad al-Sabah e l’Emiro Tamim bin Hamad al-Thani, sono volati negli USA, mentre l’Oman ha inviato il vice primo ministro Sayyid Fahd bin Mahmoud Al Said al posto dell’anziano e malato Sultano Qabus bin Said Al Said.

 

Rapporti di forza e compromessi

Obama si trova così a confrontarsi con una generazione nel complesso più giovane e determinata di quella dei leader con cui è stato abituato a trattare finora. Nonostante Mohamed bin Nayef sia ben noto e apprezzato da Washington, suo nipote e secondo principe ereditario saudita nonché figlio dell’attuale Re, Mohammed bin Salman, è nuovo negli ambienti statunitensi e appare meno incline al compromesso.

 

Soprattutto perché se da un lato l’Arabia Saudita dovrà convivere con il crescente ruolo internazionale dell’Iran (purché Teheran non aspiri all’espansione della sua influenza regionale), dall’altro non tollererà di certo il mantenimento di un rapporto di dipendenza di Riad nei confronti degli Stati Uniti. Se la storica alleanza con Casa Saud dovrà restare in piedi, sarà dunque certamente su nuove fondamenta.

 

Iranian President Hassan Rouhani walks after delivering speech at plenary session during Asian African Conference in Jakarta

 

Hassan Rouhani. I leader del Golfo temono che l’accordo sul nucleare consentirà

a Teheran di estendere la propria influenza in Medio Oriente

 

Tuttavia, appare difficile credere che i delegati del Golfo otterranno da Washington un accordo sicuro che garantisca loro l’impegno statunitense in Medio Oriente nel campo della sicurezza e del contenimento delle ambizioni regionali dell’Iran. Almeno non senza compromessi scomodi.

 

Se invece il summit di oggi e domani dovesse produrre risultati concreti nell’immediato, gli analisti non escludono che possa divenire quantomeno in prospettiva un utile strumento per accrescere le intese tra USA e Golfo non solo in materia di cooperazione militare ma soprattutto nel bilanciamento degli equilibri di potere tra Iran e i Paesi arabi.