LIBANO -

Il deserto kenyota, le periferie di Beirut, gli alloggi per i lavoratori in Qatar, l’esilio forzato del popolo saharawi. Storie di esclusione diventate ormai “normali” agli occhi del mondo

A Palestinian boy shouts as he climbs the fence of the Shatila refufee camp in Beirut

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Shatila, Libano

Il fenomeno dell’inurbamento

Il campo di Shatila è stato riconosciuto ufficialmente dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) nel 1951. Se nei primi vent’anni di gestione libanese dei campi il numero dei rifugiati è stato contenuto dalle restrizioni imposte dal governo di Beirut, con l’arrivo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) all’interno dei campi tra il 1969 e il 1970, questi hanno subito una rapida evoluzione sul piano demografico e urbanistico.

 

Durante il conflitto libanese (1975-1990) il campo è divenuto centro di pressioni politiche, scontri regionali e rivalità interne palestinesi, coinvolto nel tristemente noto massacro di Sabra e Shatila del “Settembre Nero” 1982, quando vi morirono almeno 3.500 profughi. Ancora, tra il 1985 e il 1987, Shatila è rimasto coinvolto nella cosiddetta “guerra dei campi” che rifletteva la contrapposizione tra Siria e Libano. Negli attacchi del regime siriano attraverso i suoi alleati libanesi (le milizie sciite di resistenza, Amal) contro i campi palestinesi nel sud del Libano, in pochi mesi l’80% di Shatila è stato distrutto.

 

A Palestinian boy holds pigeons inside the Shatila refugee camp in Beirut

 

Ricostruito negli anni Novanta, il “nuovo” campo di Shatila è obbligato a crescere e a svilupparsi in altezza a causa della politica libanese – che intende confinare i palestinesi all’interno del campo – e del contestuale aumento della popolazione rifugiata. Ormai è una città di periferia alle porte di Beirut. Oggi ospita: le famiglie di sfollati palestinesi provenienti dai campi profughi libanesi chiusi di Tall el-Zaatar e Nabatiyyeh (10mila persone); parte della popolazione libanese fuggita durante la guerra civile; gli iracheni fuggiti dal conflitto del 1991; la popolazione siriana che ha abbandonato il Paese nel 2011.

 

Dadaab, Kenya

La periferia più grande del mondo

Con oltre 450mila occupanti registrati nel 2013, il campo sorge alla periferia del villaggio di Dadaab in Kenya e rappresenta la più grande concentrazione di rifugiati al mondo. Situato vicino alla frontiera somala, nel deserto kenyota, questo imponente agglomerato umano si compone di quattro unità distinte: ai tre campi (Ifo, Dagaheley e Hagadera) aperti nel 1991 per ospitare profughi in fuga dalla guerra civile in Somalia, se ne è aggiunto un quarto (Ifo-2) nel 2000. Considerate come un unico blocco, queste quattro unità fanno di Dadaab il terzo centro demografico nel Paese, dopo le città di Nairobi e Mombasa.

 

An aerial picture shows the market section of the Hagadera camp in Dadaab near the Kenya-Somalia border

 

Dadaab rappresenta al meglio la tensione tra emergenza e sviluppo, laddove interventi umanitari che impiegano soluzioni logistiche sostenibili e durature e mezzi tecnologici per migliorare le condizioni di vita dei suoi occupanti, si scontrano con la persistente concezione di precarietà dell’emergenza. A Dadaab più che altrove il carattere di eccezionalità, che è intrinseco alla condizione di profugo, si scontra con l’organizzazione definitiva dei campi.

 

I campi-dormitorio in Qatar

Il confinamento dei migranti economici come gestione dell’indesiderabile 

La globalizzazione del lavoro e la circolazione dei lavoratori hanno prodotto in alcuni Paesi come quelli del Golfo, un fenomeno di relegazione degli immigrati economici in campi-dormitorio, che sorgono nelle zone industriali alle periferie cittadine e che rispondono alla politica di contenimento del fenomeno migratorio. In Qatar, su una popolazione di poco più di 2 milioni di abitanti, i lavoratori stranieri sono almeno l’85%, ma senza alcuna speranza di ottenere la cittadinanza o i diritti politici.

 

Labourers' accommodation is pictured in Sanaya Industrial Area in Doha

 

La non-integrazione degli stranieri, che si produce con il loro confinamento fisico in appositi campi che sorgono nei pressi delle aziende dove sono impiegati, risponde al bisogno dello Stato di gestire vantaggiosamente lo straniero e l’“indesiderabile”. Seppur diversi dai campi per rifugiati o sfollati, queste sistemazioni sono sottese agli stessi criteri di temporaneità, esclusione ed extra-territorialità.

 

Tindouf, Algeria

L’amministrazione dello Stato in esilio 

I campi dei rifugiati saharawi a Tindouf, nel sud dell’Algeria, rappresentano la seconda più vecchia installazione d’emergenza della storia dopo quelle palestinesi. Nati nel 1975 per ospitare temporaneamente la popolazione saharawi fuggita dai territori (tuttora contesi) del Sahara Occidentale dopo l’annessione da parte del Marocco, oggi rappresentano l’unico esempio al mondo di autogestione totale di un campo profughi, se non addirittura una forma di amministrazione statuale in esilio. L’Algeria lascia, infatti, alle istituzioni della Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD) il controllo e l’amministrazione delle varie unità che formano l’agglomerato dei campi di Tindouf: Rabouni, Smara, El-Ayoun, Dakhla, Ausserd e 27 Febbraio.

 

A general view of a Sahrawi refugee camp in Tindouf

 

Gli oltre trent’anni di vita in esilio dell’autoproclamatasi Autorità Saharawi, hanno trasformato Tindouf in un terreno di sperimentazione politica di “nation-building” che non ha eguali. Nonostante godano di condizioni più favorevoli rispetto ad altri quanto a disponibilità alimentare, accesso all’acqua, livello di istruzioni minimo e speranza di vita, e nonostante l’autonoma organizzazione della vita quotidiana grazie a scuole, centri ricreativi, bar-ristoro e mercati, il carattere mobile e spartano dell’architettura dei campi riflette comunque la lotta politica contro l’“occupazione” marocchina tale che conferisce a questi ambienti, dove crescono ormai le terze generazioni, quel senso di temporaneità e precarietà che alimenta l’aspirazione al ritorno.

Articolo pubblicato sul n. 16 del magazine