Arabista, laureata in Scienze Politiche, si occupa di analisi strategica (geopolitica e sicurezza) con particolare attenzione ai temi dell’Islam politico, del terrorismo e delle questioni di genere.

SAUDI ARABIA GIRL'S COUNCIL

Dopo i commenti sarcastici sul Consiglio delle Donne saudite senza donne – in riferimento alla foto d’apertura di un convegno per i diritti delle donne, tenutosi a Qassim la scorsa settimana, dove figuravano solo uomini e per questo viralmente contestata sul web – il Regno saudita ha offerto un altro assist ai suoi innumerevoli detrattori.

 

Il 20 marzo si è infatti aperta alla Mecca una conferenza organizzata dalla Lega Mondiale Musulmana sul rapporto tra libertà di espressione e norme sharaitiche. Il discorso di apertura, pronunciato dal governatore della Mecca in nome di Re Salman, ha infatti posto l’accento sulla volontà del Regno di rappresentare un modello nel campo dei diritti umani, delle libertà e dello sviluppo comunitario interno. Il che, detto da un Paese dove la pena di morte e le detenzioni arbitrarie contro gli intellettuali, i giornalisti e i dissidenti politici e religiosi sono all’ordine del giorno, e dove le donne hanno ingressi separati un po’ ovunque e non possono muoversi autonomamente, suona alle orecchie di tanti come una presa in giro.

 

Eppure, anche nel Regno dell’ultraortodossia islamica qualcosa sta cambiando, seppur lentamente. Dopo l’ammissione di 30 donne al Consiglio consultivo della Shura e la concessione del voto (attivo e passivo) alle donne nelle elezioni municipali, anche la partecipazione femminile al mondo del lavoro ha recentemente ricevuto nuovo impulso, grazie a Vision 2030, il programma lanciato dalla monarchia saudita che ha aperto nuovi settori alle donne nell’ottica di diversificare l’economia nazionale. Malgrado le discutibili uscite del Regno sull’argomento, sono dunque diverse le sedi in cui l’impegno per l’emancipazione femminile mostra i suoi frutti.

 

A fine febbraio è stato annunciato che le donne potranno ottenere il proprio documento di identità conquistando così l’equipollenza nelle sedi giuridico-amministrative, oltre che il puro e semplice diritto a esistere in qualità di individuo visto che finora l’identità di una donna doveva essere garantita da un suo accompagnatore uomo. Questo provvedimento, una volta implementato entro i prossimi tre anni, porterà con sé la possibilità di fare richiesta anche del passaporto, un ulteriore passo verso la “liberazione” della donna dalle restrizioni del suo “custode”: padre, marito, fratello o altro membro maschile della famiglia che deve autorizzarne gli eventuali spostamenti.

 

Inoltre è attualmente al vaglio della Shura una proposta di legge per assegnare la cittadinanza saudita ai bambini nati da madre saudita e padre straniero. Un ulteriore passo in avanti verso l’uguaglianza di genere dopo che nel 2013 era stato ammesso il passaggio per linea materna solo di pochi privilegi ai figli nati da matrimoni misti, come l’assistenza sanitaria o l’istruzione.

 

I potenziali cambiamenti investono anche ambiti più “futili” ma altrettanto incisivi nella quotidianità femminile. Nelle scorse settimane il dipartimento femminile dell’Autorità Generale per lo Sport, ha annunciato che saranno concesse nel Regno licenze per l’apertura di palestre destinate alle donne. Si tratta, certo, dell’ennesimo provvedimento che può essere letto in chiave duplice, contestando in questo caso la segregazione sessuale. Non vi sarebbe bisogno di apposite licenze se le donne fossero libere di frequentare palestre miste, direbbe chi ha commentato sarcasticamente la foto dell’incontro di Qassim.

 

Ma la realtà è che modificare i pregiudizi socio-culturali richiede tempo. E gli sforzi in tal senso devono essere mossi necessariamente dall’interno delle società in questione. Lo stesso incontro di Qassim non avrebbe probabilmente trovato sostenitori se concepito diversamente da come è stato organizzato, con le donne che partecipavano ma da una stanza separata e senza telecamere a loro favore.

 

Per quanto possiamo contestare le condizioni di vita imposte dal Regno wahhabita, giudicarle con gli stessi “filtri” con cui osserviamo le nostre società serve a poco. Per cogliere i passi in avanti che tante donne saudite stanno compiendo con estrema caparbietà (vista proprio l’ostinazione conservatrice della loro cultura), dobbiamo calare queste novità nella loro cornice di riferimento. E anche se può sembrare poca cosa, la chance che le donne saudite stanno sfruttando sull’onda del “rinnovamento” annunciato dalla monarchia in campo economico, sociale e culturale, con il programma Vision 2030, è per loro senza precedenti.