Imprenditore ticinese nel settore della sicurezza, opinionista e scrittore. Fondatore e presidente dell’Associazione “Amici delle Forze di Polizia Svizzere”

BOMB MANCHESTER NYT

Dopo l’attentato di Londra del 22 marzo scorso, in cui persero la vita cinque persone oltre all’attentatore e altre 20 furono ferite, per l’Inghilterra è di nuovo il tempo del terrore e del sangue. Questa volta a versarlo è toccato la sera del 22 maggio ai giovani spettatori del concerto della popstar americana Ariana Grande che si teneva a Manchester nella imponente Manchester Arena.

 

Subito dopo la fine del concerto (erano circa le 22.30), mentre la gente usciva dal palazzetto al termine dello spettacolo, Salman Ramadan Abedi, cittadino inglese di origine libica di 22 anni, si è fatto esplodere uccidendo 22 persone, tra le quali diversi bambini, e lasciando sul terreno almeno 120 feriti martoriati dai chiodi e dai pezzi di metallo contenuti all’interno dell’ordigno che è stato fatto deflagrare. La “qualità” della “bomba sporca” utilizzata ha subito fatto credere che Salman Abedi abbia agito supportato da una rete terroristica attiva tra l’area di Manchester e l’estero. E i primi sviluppi delle indagini lo stanno dimostrando.

 

Lo sviluppo delle indagini

Nella convulse giornate post-attentato la polizia ha arrestato in totale otto persone. Tre sono famigliari di Salman Abedi: suo padre (Abu Ismail Abedi) e il suo fratello minore (Hashem Abedi), fermati a Tripoli in Libia dalla RADA, la milizia che gestisce la sicurezza a Tripoli agli ordini del Governo di Accordo Nazionale del premier Faiez Al Serraj; suo fratello maggiore, fermato nel Regno Unito. Altri cinque sono stati invece arrestati nel Regno Unito tra Whalley Range, Chorlton, Fallowfield, tutti sobborghi di Manchester. Tutti appartengono, o hanno avuto contatti, con la vasta comunità libica concentrata principalmente nella parte sud della città. Appare inoltre ormai certa la notizia secondo cui il padre di Salman Abedi, Abu Ismail Abedi, è un attivista del Libyan Fighting Group, organizzazione islamica armata da tempo organica ad Al Qaeda. Inoltre, secondo Libya Herald, Hashem Abedi – il fratello minore dell’attentatore fermato insieme al padre a Tripoli – avrebbe confessato che sia lui che suo fratello sono affiliati all’ISIS ed erano a conoscenza del piano del fratello.

 

Mentre prosegue la caccia agli altri complici dell’attentatore, tra cui colui che ha materialmente fabbricato l’ordigno utilizzato per compiere la strage, a fare discutere è la fuga di notizie che ieri, mercoledì 24 maggio, ha permesso al New York Times di pubblicare le immagini di ciò che è rimasto della bomba esplosa. Un fatto che, secondo la BBC, potrebbe portare all’interruzione della condivisione di informazioni sensibili tra USA e Regno Unito, anche se in una fase così delicata come questa è difficile credere che ciò possa realmente avvenire. Secondo il repubblicano Mike McCaul, presidente della commissione Sicurezza interna della Camera USA, l’esplosivo usato per l’attentato di Manchester è il TATP (perossido di acetone), lo stesso usato dai commando di ISIS nel novembre del 2015 a Parigi e nel marzo del 2016 a Bruxelles.

 

Le immagini mostrate dal New York Times, al pari dell’identità dell’attentatore fatta circolare da canali televisi americani a insaputa del governo britannico, sono due fatti da interpretare nell’ambito dei contrasti all’interno dell’Amministrazione americana, con apparati del vecchio establishment – riconducibili principalmente a determinate aree dei servizi di intelligence- che con azioni come queste da mesi provano a screditare l’immagine e l’operato del presidente Donald Trump.

 

Per quanto riguarda invece le dichiarazioni del presidente della commissione Sicurezza interna della Camera USA, se confermate dimostrerebbero che ISIS continua a disporre di “basi di prossimità” in Europa, “territori franchi” in cui i jihadisti hanno facilità di trovare rifugio, ricevere armi e supporto logistico per compiere attentati.

 

L’Emirato inglese

L’attentato di Manchester arriva in una fase molto tesa per l’Inghilterra, alle prese sia con la complessa trattativa per l’uscita dall’Unione Europea sancita dalla “Brexit”, sia con l’imminenza delle elezioni politiche anticipate all’8 giugno, volute dalla premier Theresa May in cerca di legittimazione popolare in vista del braccio di ferro che la opporrà all’UE.

 

Nonostante la capillare azione di monitoraggio effettuata dai servizi segreti britannici, che dagli attentati del luglio 2005 aveva permesso finora di sventare diversi attentati, in questi anni l’Islam radicale in Gran Bretagna ha consolidato la propria presenza in varie città del Paese, compresa la stessa Manchester.

 

Basta citare qualche nome e qualche numero per comprendere le proporzioni di questo fenomeno. I nomi sono quelli dei più conosciuti imam – come Anjem Choudary, Omar Bakri Muhammed, Mizanur Rhaman, Abu Haleema, Abu Qatada – di molti dei quali sono stati confermati i legami con ambienti dell’estremismo islamico. Altro dato da tenere in considerazione riguarda il numero dei foreign fighters, 1.500 di cui circa 400 rientrati in patria. Alcuni sono diventati famosi come Mohammed Emwazi, all’anagrafe Muhammad Jassim Abdulkarim Olayan al-Dhafiri, meglio noto come “Jihadi John”.

 

L’integrazione mancata: il caso di Birmingham

L’Inghilterra è un Paese che negli ultimi decenni ha integrato migliaia di donne e uomini provenienti dai Paesi arabi, soprattutto dal Pakistan, dal Bangladesh, dalle Filippine, dalla Malesia. Il problema, però, è che migliaia di questi immigrati non hanno mai pensato realmente di voler “diventare inglesi”. Se ne ha prova andando per esempio a Birmingham, culla della Rivoluzione industriale, oggi la seconda città più popolata del Paese (l’ottava d’Europa) ma anche la più pericolosa.

 

L’analista Hannah Stuart, autrice di un report monumentale (1.000 pagine) dal titolo Terrorismo islamista: analisi dei reati e degli attacchi nel Regno Unito (1998-2015) per la Henry Jackson Society di Birmingham, parla della città come della «principale fonte di terrorismo della Gran Bretagna».

 

Nel quartiere di Small Heath, dove la popolazione musulmana è al 95%, oggi arrivano anche immigrati dalla Francia. Le bambine indossano il velo, la maggior parte degli uomini ha la barba lunga e i pantaloni all’afghana, le donne portano burka o il “niqab” per coprirsi come previsto dall’Islam rigorista. Stop ai commerci durante le ore di preghiera, nelle vetrine dei negozi fa bella mostra quasi esclusivamente l’abbigliamento islamico, mentre nella maggior parte delle librerie ci sono solo testi religiosi.

 

L’aumento di moschee e centri islamici

L’Inghilterra che si prepara a uscire dall’Europa ha registrato un aumento esponenziale dell’apertura di scuole coraniche (madrasse), di scuole private islamiche, di tribunali islamici dove si legifera secondo la sharia (legge islamica), di centinaia di moschee spesso ricavate da chiese cattoliche cadute in disuso per mancanza di fedeli. È il caso del Manchester Islamic Centre, il centro islamico della moschea di Didsbury, frequentato dalla famiglia di Abedi. Si tratta di centinaia di strutture che rendono alcune fette di territorio britannico addirittura più simili al Pakistan o al Bangladesh piuttosto che all’Inghilterra della Regina Elisabetta.

 

Basti pensare che ad oggi i fedeli musulmani sono più numerosi degli anglicani. Secondo le più recenti statistiche della Chiesa d’Inghilterra, ogni settimana la preghiera islamica del venerdì riunisce infatti quasi un milione di musulmani, mentre sarebbero solo 938mila gli anglicani che partecipano alla messa domenicale.

 

Questo dato sui musulmani praticanti in Inghilterra proviene da una stima del Financial Times, confermata dal direttore generale della Moschea Centrale di Londra, Ahmad al-Dubayan, secondo il quale tra le 3 e le 4mila persone partecipano alla preghiera del venerdì solo nel suo tempio. Le moschee a Londra sono più di cento e sono in continuo aumento le richieste per costruirne altre. Chi dall’estero le finanzia maggiormente sono Arabia Saudita e Qatar. Il governo britannico avrà l’intenzione politica e la forza economica per instaurare un rapporto basato su nuove regole con Riad e Doha, vale a dire con quelle monarchie del Golfo che di più investono nel Regno Unito?