Giornalista freelance, vive da dieci anni in Brasile. Si occupa di America Latina.

BRAZIL-TEMER

Doveva essere il salvatore del Brasile, l’uomo del dopo impeachment di Dilma Rousseff. Ma il presidente Michel Temer è finito invece sulla graticola e rischia adesso di farsi molto male nonché di farlo all’intero Paese che vive uno dei capitoli più instabili e critici degli ultimi decenni. E così se fino a qualche settimana fa le headlines si focalizzavano solo sulle agognate riforme per rimettere in carreggiata la disastrata economia del gigante sudamericano – meno 10% del PIL negli ultimi due anni e mezzo – dopo le insostenibili politiche dei predecessori ed ex alleati Lula e Dilma, adesso nei titoli dei giornali è finita la durissima accusa di corruzione che dopo aver messo in ginocchio i precedenti governi sembra ora non risparmiare davvero nessuno.

 

A far dirompere lo scandalo Temer una serie di registrazioni in cui il più fido collaboratore del presidente chiede ai fratelli Batista – Joesley e Weslay, proprietari di JBS, la maggiore multinazionale di carne al mondo – una tangente da 50 milioni di real (circa 15 milioni di euro) per comprare il silenzio dell’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, già in carcere per corruzione e in grado di “far crollare la Repubblica” se solo decidesse di vuotare il sacco.

 

Peccato per Temer che i Batista – coinvolti sino al collo nella Lava Jato, la “Mani Pulite” nazionale, avendo confessato il pagamento di stecche a 1.890 politici brasiliani – al momento della richiesta della tangente fossero già collaboratori di giustizia. Non solo erano dunque microfonati ma le migliaia di banconote necessarie per il pagamento erano state contrassegnate dalla polizia federale mentre le valige di contanti contenevano microchip per seguirne il “percorso”. Follow the money insomma, e la tangente – negoziata lo scorso 7 marzo all’interno dello stesso Palazzo presidenziale – è stata seguita passo dopo passo dagli inquirenti con estrema facilità.

 

Un’operazione è il caso di dirlo degna dell’FBI in un Paese i cui destini sono oggi più incerti che mai visto che anche Aécio Neves – leader dell’opposizione e sconfitto di misura alle presidenziali da Dilma nel 2014 – s’è visto cassare il seggio da senatore per avere anch’egli portato a casa tangenti milionarie dai Batista. Temer, che essendo presidente per la Costituzione non può essere arrestato ma è già indagato dalla Corte Suprema per corruzione, ripete come un mantra che si tratta solo di «un complotto» e nel suo discorso alla nazione trasmesso dalla televisione verde-oro ha dichiarato chiaro e tondo che non si dimetterà. Tecnicamente però l’impeachment contro di lui sarà solo questione di tempo.

 

Intanto nella capitale Brasilia il clima si è fatto rovente. L’ultima manifestazione organizzata dalle sigle sindacali ha messo letteralmente a ferro e fuoco i palazzi ministeriali. Incendi sono stati fatti divampare dentro il ministero dell’Agricoltura. Ma il fuoco ha attecchito anche in quello della Sicurezza Sociale e altri sette palazzi sono stati devastati. Diversi i feriti tra poliziotti e manifestanti. Temer ha dunque deciso di mobilitare l’esercito a difesa degli edifici pubblici e governativi per il momento fino al 31 maggio.

 

In un clima così instabile e rovente diventa difficile adesso prevedere con esattezza quale sarà lo scenario che prevarrà nei prossimi mesi. Lula vuole elezioni anticipate. Secondo la Costituzione, invece, dopo l’uscita di scena di Temer (il tribunale elettorale potrebbero costringerlo a un passo indietro già il prossimo 6 giugno, mentre l’impeachment impiegherebbe mesi e mesi) sarà il presidente della Camera (Maia, peraltro indagato pure lui) a indire entro 30 giorni un’elezione indiretta, ovvero parlamentare, per scegliere chi sarà il presidente in grado di traghettare il Paese fino all’ottobre del prossimo anno quando si potranno svolgere le elezioni presidenziali a suffragio universale.