Militante politico negli anni Settanta,
saggista, analista politico e geopolitico.

U.S. President Barack Obama and Russian President Vladimir Putin walk into a photo opportunity before their meeting at the United Nations General Assembly in New York

Gli Stati Uniti sono ai ferri corti con la Turchia, Paese vitale nello schieramento sud-est della NATO, ma divenuto inaffidabile sotto la presidenza Erdogan per l’eccessiva autonomia della sua politica estera finita in contrasto con gli interessi USA. L’evidenza della tensione è emersa nel parapiglia a Louisville tra la scorta di Erdogan e gli agenti del Secret Service al momento del suo anticipato rientro a Istanbul che ha interrotto bruscamente, come fosse persona poco gradita, la sua visita negli States.

 

L’eccedente autonomia di Erdogan in Medio Oriente, e la sua riluttanza nell’offrire assistenza agli alleati NATO contro l’ISIS sono certamente cause di attrito, ma pur sempre relative. Quello che invece contrastava radicalmente con gli interessi degli States è stata la politica di partnership portata avanti da Erdogan nei confronti della Russia. Con gli USA, fautori delle sanzioni, che la volevano emarginata e, tanto più, non avvicinata da un membro della stessa NATO. La quale, dalle vicende ucraine in poi, sta cercando in tutti i modi di stringere la Russia entro una “cortina di ferro”.

 

La stretta della NATO e lo sbocco al Mediterraneo

Nelle scorse settimane la Russia – costretta dalla morsa NATO dalla Finlandia alla Romania a garantirsi l’acceso al Mediterraneo – ha manifestato l’intenzione di rinormalizzare l’indispensabile rapporto con la Turchia, che controlla i Dardanelli, dopo l’abbattimento da parte turca del Sukhoi russo nel novembre 2015.

 

La Russia ha subordinato la ripresa di rapporti a scuse e riparazioni turche per quell’abbattimento e, per la prima volta da allora, dopo averne sempre rivendicato la legittimità, il 31 maggio Erdogan ha parlato di una grande questione creata su un possibile errore: “quando per un errore del pilota o per qualsiasi altro motivo si sacrifica un Paese grande come la Turchia viene da pensare”. Non si sa se quel “viene da pensare” detto da Erdogan si riferisca a una esagerazione nella reazione russa, oppure alla possibile provocazione di questo effetto nella catena di comando che ha ordinato l’attacco al Sukhoi russo.

 

Poland's 6th Airborne Brigade soldiers train during the NATO allies' Anakonda 16 exercise near Torun

(Fase di addestramento di militari polacchi nell’ambito dell’esercitazione NATO “Anakonda”)

 

Erdogan, Putin e la questione siriana

Quello che fa pensare noi è che giusto due settimane prima era stata diffusa la notizia, con relativo video, dell’abbattimento di un elicottero Cobra turco da parte della guerriglia PKK con un missile russo Igla SA-18. E sui media occidentali sono subito arrivate le speculazioni sulla possibile fornitura dei MANAPD da parte della Russia. Considerato che gli USA, per nascondere la mano, fornirono missili russi Strela SA-7 (predecessori dell’Igla) ai mujaheddin afghani, non potrebbe allora neanche escludersi che abbiano fatto filtrare ai curdi turchi i SA-18 attraverso l’YPG siriano, da loro armato ufficialmente.

 

Mesi fa la Turchia, vista la malaparata delle milizie spalleggiate in Siria, le aveva rifornite di MANPADS con cui Al Nusra e ISIS hanno abbattuto obsoleti aerei siriani. La Russia intimò alla Turchia di bloccare immediatamente la fornitura di MANPAD agli islamisti (evitata anche dagli USA, e negata ai sauditi), altrimenti avrebbe potuto fornirli per ritorsione al PKK.

 

Ma un conto sono le minacce verbali e altro le costrizioni geopolitiche. In questo caso costrizioni reciproche venute al pettine nelle ultime settimane. Per la Turchia vi è da un lato l’evidenza della sconfitta delle sue ambizioni in Siria. Dall’altro per essersi spinta troppo oltre si è inimicata gli alleati occidentali mentre, al contempo, le sue esigenze commerciali richiedono il riallaccio di partenariato con la Russia. Sia per tornare nel suo mercato interno sia per il ruolo ormai assunto dalla Russia nell’area. Si veda il recente contratto per fornitura di gas con l’Iran, e futuri sviluppi commerciali.

 

Dal canto suo la Russia, stretta nell’area continentale europea dalla morsa creata dalla NATO, deve a ogni costo mantenere l’accesso al Mediterraneo, per non essere tagliata fuori dall’Europa e sospinta verso Oriente. La presenza nel Mediterraneo (motivo decisivo dell’intervento in Siria per difendere la base di Tartus) è anche peraltro una carta fondamentale per l’alleanza con la Cina, per la quale deve garantire il vitale passaggio di merci dal canale di Suez agli scali greci e adriatici.

 

Di conseguenza la ripresa di relazioni con la Turchia sopravanza qualsiasi altra esigenza. Compresa quella dell’appoggio ai curdi. Così la bozza di Costituzione preparata per la Siria non prevede l’indipendenza dei territori curdi, perché questa potrebbe fomentare un’uguale aspirazione per i curdi di Turchia. Alimentando la guerra interna e pregiudicando così il riavvicinamento tra Mosca e Ankara.

 

I russi affrontarono un uguale dilemma nel 1919, quando l’appena costituita Repubblica Sovietica era sotto assedio da Leningrado alla Crimea da parte di inglesi e truppe bianche. Un accerchiamento assai simile a quello odierno. Prossima alla fame e all’esaurimento di risorse, l’unica salvezza per la Russia era il commercio del petrolio di Baku (Hammer, Rotschild francesi e Nobel) che passava dal Mar Nero per arrivare alle raffinerie di Trieste.

 

In quel caso, per assicurarsi il vitale passaggio dei Dardanelli, dovette a malincuore (ubi maior) sacrificare il progetto di una grande Armenia, che aveva sempre sostenuto, e anche quello dell’indipendenza curda. E l’abbandono della causa degli armeni portò al loro genocidio da parte del governo dittatoriale dei Giovani Turchi.

 

RTX2FYQG

 

Armare oggi i guerriglieri del PKK di missili terra-aria da spalla, come è stato tentato di far credere, sarebbe una mossa del tutto controproducente. Quello che da ancor prima sta tentando Mosca è ricostituire un difficile equilibrio tra le aspirazioni frustrate di Erdogan per la Siria, la sua necessità di uscire dall’isolamento politico-commerciale e le aspirazioni dei curdi siriani e turchi.

 

Dapprima Erdogan si deve convincere di aver perso irreversibilmente la sua scommessa in Siria, mentre invece vorrebbe ancora mantenere aperte le vie di rifornimento ai miliziani jihadisti verso Aleppo e Raqqa. Accettato questo, diviene inevitabile accettare il centrale ruolo futuro della Russia in Siria e Medio Oriente: dall’Iran all’Egitto, passando per una rinnovata vicinanza con Israele. Un ruolo che, dipende dalla disponibilità di Erdogan, potrà essere positivo anche per la Turchia. Meno della strapotenza sognata avventurandosi nell’abbattimento di Assad, e di Mubarak, ma assai più della precaria condizione attuale, in cui scarseggia di amici ovunque guardi.

 

Il difficile equilibrio della questione curda

Per i curdi a quel punto si può tornare a prima che, per non perdere le elezioni, Erdogan rompesse i patti (la “transizione democratica”) e riprendesse la guerra. Autonomia, rispetto della lingua, fine della negazione dell’esistenza dell’etnia curda, restaurazione dei nomi originali dei villaggi curdi.

 

I curdi, ora che in Siria hanno conquistato il proprio territorio combattendo strenuamente contro ISIS e jihadisti, vorrebbero di più. Ma il raggiungimento in Turchia dell’autonomia già promessa porrebbe anch’essi davanti a un dilemma. Quelli dell’YPG siriano godono dell’appoggio degli USA da cui sono armati e sostenuti. Ma strumentalmente. Per tenere i piedi in Siria, non lasciare alla Russia l’esclusiva della lotta contro il terrorismo islamico (un danno politico di grande portata), e non perdere una posizione di forza a Ginevra.

 

 

Fighters of the People's Protection Units (YPG) walk with their weapons in the city of Qamishli

(Miliziani curdi dell’YPG a Qamishli in Siria)

 

Ma gli americani non resteranno lì. Anzi ci resterà la Russia. Con il suo peso sul futuro governo siriano, con l’alleanza con l’Iran, con la possibilità sempre aperta che, riavvicinatasi a Erdogan, possa mollarli al proprio destino se non si accontenteranno di quanto è ora ottenibile. Sempre più di quanto avevano prima.

 

Da qui probabilmente il “balletto” sull’avanzata verso Raqqa, perché i curdi dell’YPG-SDF non hanno alcun interesse politico-strategico a occupare le terre arabe della Siria, dato che poi dovrebbero comunque abbandonarle. Se a sei mesi dell’annuncio americano della discesa verso Raqqa la loro avanzata non è fulminante può essere perché i curdi bilanciano il loro scarso interesse strategico con quello di mantenersi l’appoggio americano.

 

Raqqa come Berlino

Cosicché adesso l’avanzata congiunta delle truppe governative e del SDF verso Raqqa, capitale siriana del Califfato, potrebbe assumere la connotazione della corsa tra alleati e sovietici verso la Berlino capitale del Terzo Reich. Chi vi arriva per primo – e l’esercito siriano, appoggiato dai caccia russi, sta praticamente correndo nelle lande semidesertiche che non offrono riparo ai miliziani di ISIS – avrà l’aura del “liberatore”. Un’aura di gran peso politico, tanto da valere per russi e siriani il momentaneo stand by nell’attacco ad Aleppo.

 

Ma, ovviamente, USA e Inghilterra non gradiscono che Russia e Turchia siano troppo vicine. Da qui una loro possibile interferenza nell’abbattimento del Sukhoi russo, un possibile ruolo nell’arrivo del SA- 18 in mano al PKK o, comunque, il loro gioco di PSYOP nei media per allarmare sulla fornitura di lancia-missili da parte della Russia.

 

Lo stesso gioco fatto per il non gradito stretto partenariato tra Italia ed Egitto (con di mezzo l’indigesto boccone degli 850 miliardi di metri cubi di gas del giacimento Zohr, gestito dalla nostra ENI e non da BP o ESSO). Perché per USA e Inghilterra il Mediterraneo deve rimanere instabile e non essere assolutamente valvola di sfogo e sviluppo, economico e geopolitico, per i Paesi meridionali dell’Europa. Che devono invece restare nella morsa della recessione per mantenersi sudditi obbedienti, e non concorrenti, dell’alleanza politico finanziaria anglo-americana. Quella che ha come obbiettivo spartirsi la fetta più grande degli ormai ridotti profitti dell’Occidente.

 

Gli ultimi buchi nell’acqua della PSYOP

In quel caso, anziché l’abbattimento di un elicottero è stato giocato il cadavere del nostro Giulio Regeni, fatto rinvenire proprio nel giorno dell’arrivo della delegazione commerciale italiana al Cairo. Sabotando così il decisivo incontro. Lookout News aveva già scritto che la chiave della vicenda era nell’Università di Cambridge. Da sempre, assieme a Oxford, una succursale di arruolamento e consulenza per i servizi segreti britannici.

 

Puntuale è arrivata la conferma della coscienza sporca degli accademici di Cambridge – per aver lasciato giocare ai loro servizi segreti la vita di Regeni – che hanno rifiutato collaborazione ai magistrati italiani. Gli stessi accademici che in febbraio avevano per primi lanciato un appello da migliaia di firme (di sprovveduti occidentalisti) in cui si chiedeva la verità al governo egiziano, sempre su sollecitazione dell’MI6, per andare in suo danno.

 

An Egyptian activist holds a poster during a demonstration in front of the Press Syndicate in Cairo

 (Manifestanti al Cairo chiedono la verità sull’omicidio Regeni)

 

L’operazione era andata a gonfie vele, sfruttando dapprima le infiltrazioni della Fratellanza Musulmana nei servizi egiziani (i probabili esecutori) e poi l’impossibilità per quel governo – come qualsiasi governo – di riconoscere le deviazioni dei propri servizi, o poter efficacemente ribattere alle accuse di arresti arbitrari e torture. Una manna per i media occidentali che hanno seguito alla lettera il copione di PSYOP (Psychological Operations) previsto dai servizi inglesi. Finché non sono saltati fuori i tabulati con le troppe telefonate dall’Inghilterra nella cella telefonica dell’area dove era scomparso Regeni.

 

Così Erdogan sui lanciamissili ha da prima voluto abboccare, giocando a fine maggio la palla alzatagli dai media (servizi) occidentali, accusando la Russia per la fornitura ai curdi. Poi, dopo qualche giorno di riflessione, deve essersi reso conto che giocare quella palla così invitante non era negli interessi della Turchia ma di chi l’aveva alzata. E ha così scritto una lettera di riappacificazione a Putin, sfruttando l’occasione della Giornata della Russia del 12 giugno. Parallelamente il nuovo primo ministro turco Yildirim ha scritto analoga lettera all’omologo russo Medvedev, esprimendo l’augurio che “prossimamente la cooperazione e le relazioni tra i nostri paesi possano raggiungere il livello necessario agli interessi dei nostri popoli”. Questo il punto reale.

 

Tempi duri per la PSYOP. L’ultima che gli è andata davvero bene è stata la montatura sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam. Da ultimo, stavolta per la Siria, dopo un avvio che sembrava promettente gli è andata male l’analoga montatura sull’uso dei gas contro i civili da parte di Assad. Prima gli era andata così così quella sull’Ucraina, per cui non erano stati Paesi NATO ad abbattere un governo legittimo armando fascio-nazisti e facendo uccidere 80 persone da cecchini, ma l’aggressiva Russia a volersi prendere la Crimea e minacciare l’Europa.

 

La montatura sull’assassinio del povero Regeni è durata tre mesi, prima che gli si ritorcesse contro, e questa sui lanciamissili russi al PKK lo spazio di un mattino. Tutto l’est del Mediterraneo e il Medio Oriente che vi si affaccia si sta sottraendo alla tutela USA-GB, cercando di costruirsi un proprio autonomo sistema di reciproche garanzie che blocchi la destabilizzazione e sia profittevole (nei limiti del possibile) per tutti.