Militante politico negli anni Settanta,
saggista, analista politico e geopolitico.

U.S. Republican presidential candidate Donald Trump looks to the ceiling referencing the height of a promised immigration wall during a rally at the The Myrtle Beach Sports Center in Myrtle Beach

È una strana coincidenza che proprio mentre Donald Trump sbaragliava la concorrenza nella nomination repubblicana, la Casa Bianca, dopo mesi di attesa, abbia deciso di mandare una nave da guerra, l’incrociatore lanciamissili USS William Lawrence, a forzare il limite delle 12 miglia dalle Isole Spratly, rivendicate e recentemente occupate e fortificate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale.

 

Nelle sue prepolitiche esternazioni – nella corsa alle presidenziali i candidati cercano di manifestare sulla maggioranza degli argomenti una limpida ambiguità, per non alienarsi nessuna fetta di elettorato – Trump ha apertamente dichiarato che, da presidente, avrebbe posto all’ordine del giorno il pericolo cinese e avviato un deciso confronto e una guerra economica contro la Cina. Alle aperte provocazioni politiche di Trump è ora seguita l’aperta provocazione militare della Casa Bianca. Le Isole Spratly sono infatti rivendicate da tutti i Paesi – compreso il microscopico Brunei – che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale, ma tra questi non possono esserci, ovviamente, gli Stati Uniti.

 

Le dichiarazioni del portavoce della Difesa USA mostrano in chiaro il senso della provocazione, oltre all’assoluta percezione autocentrica degli americani. Secondo il Pentagono l’azione intesa “a sfidare le eccessive rivendicazioni di qualche Paese sul Mar Cinese Meridionale”. Senza però rendersi conto che, come già detto, gli USA sono l’ultimo Paese che potrebbe avanzare o tutelare una qualsiasi rivendicazione nel Mar Cinese Meridionale. Questo è ciò che vale per il Diritto Internazionale. Il discorso cambia se si parla invece di geopolitica.

 

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In quest’ultimo caso il senso della provocazione degli Stati Uniti è netto. La Cina non può che sognarsi di prendere il controllo delle rotte marittime attraverso cui si sviluppa ogni anno un traffico merci del valore di 5mila miliardi di dollari. Rotte vitali nel progetto della Via della Seta marittima su cui Pechino – parallelamente a quella terrestre-ferroviaria – punta per il proprio futuro sviluppo economico. E motivo dell’occupazione, fortificazione e allestimento areo-portuale nelle Isole Spartly.

 

Nella competizione globale – che obbliga gli USA a sfruttare la propria forza militare per tenere a freno la crescita di potenze autonome, e contenere gli effetti del crollo del proprio peso economico – l’incrociatore Lawrence mandato alle Isole Spratly sta a dire che il controllo di quelle rotte – vale a dire la posizione dominante, di esattore, su quelle rotte – deve rimanere appannaggio unico degli USA.

 

I punti deboli di Hillary Clinton

La mossa della Casa Bianca, peraltro a fine mandato presidenziale, sembra l’annuncio di un passaggio di testimone all’“anticinese” Trump. Mentre Hillary Clinton rimane prigioniera del suo “bellicismo neo-con russofobico”. Oppure, al rovescio, potrebbe essere uno sprone alla Clinton per adeguare le proprie scelte alla logica geopolitica del futuro, non a quella del passato.

 

Eppure, è proprio la Clinton ad aver ricevuto il più che sostanzioso finanziamento di 7 milioni di dollari dalla Fondazione Soros. E il miliardario, politicamente molto attivo in tutto il mondo con le sue pervasive ONG, è stato il primo a lanciare il monito sulla inderogabile necessità per gli USA di assumere la Cina come proprio nemico principale.

 

Evidentemente la Clinton, cosa di cui aveva già dato ampia dimostrazione, non possiede gli strumenti geopolitici per comprendere il monito di Soros, e quindi i motivi per cui l’aveva finanziata. In compenso sa essere sussiegosa con i banchieri che hanno sempre finanziato lei e suo marito Bill Clinton (ricompensati dall’ex presidente con l’abolizione del Glass Steagall Act, varato dopo la crisi del 1929 per frenare l’attività speculativa delle banche), sa architettare una sciagurata destabilizzazione per come avvenuto nel 2011 in Libia con la destituzione di Gheddafi e, infine, sa che la Russia va tenuta costantemente sotto minaccia.

 

U.S. Democratic presidential candidate Hillary Clinton takes photos with campaign supporters during a campaign rally in Louisville

 (Hillary Clinton)

 

 

Il vantaggio di Trump

La Clinton, però, non sa che perderà le elezioni contro Trump. Perché lei è troppo incompetente e troppo antipatica. Anche Trump è un mostro di antipatia ma, a differenza di quella fredda della Clinton, la sua è un’antipatia calda. Un’antipatia che crea schieramento. Un’antipatia che spacca.

 

Per quanto è chiaro chi abbia dietro la Clinton (i suoi massimi contributor sono il mondo finanziario e i grandi studi legali, cioè le lobby della grande industria), non si riesce a capire chi stia dietro a Trump. Alla luce dell’andamento delle primarie dei repubblicani, può forse dirsi oggi che Trump alle sue spalle non aveva forse che se stesso. Visto che, a differenza della Clinton già “predestinata” in campo democratico, nessuno nel suo schieramento avrebbe contato su di lui e sul suo parrucchino rosso.

 

Eppure, proprio perché è stato sconfessato dagli stessi leader repubblicani (anche loro troppo autocentrati per capire l’enorme vantaggio che questo gli ha dato), Trump riuscirà a scompaginare, dopo quello repubblicano, anche il campo democratico. E d’altronde, se era malvisto dalla dirigenza repubblicana era anche perché la sua famiglia aveva sempre appoggiato sindaci e governatori democratici della città e dello stato di New York.

 

Sganciato dall’establishment politico, e dalle sue rigidità mentali, Trump ha colto il segno delle paure americane, e adesso le sta amplificando e gli sta dando voce: in primis il debito contratto dagli USA e, per l’appunto, la Cina. Indebolire il dollaro per diminuire il debito. Instabilità monetaria e guerra valutaria per rilanciare l’industria USA. E forse appoggio alla Brexit per indebolire l’euro. Poi abbandonare a se stessi gli alleati europei – cioè lo scacchiere europeo – e prendere sul serio quel pivot to Pacific che nella presidenza Obama era rimasto solo un annuncio, nel mentre che gli USA si impantanavano contro la Russia in Ucraina, poi nel Mediterraneo, poi in Siria, fino a doversi scusare per le proprie incompetenze geopolitiche.

 

U.S. Republican presidential candidate Donald Trump tosses off his overcoat as he speaks at a campaign event in an airplane hangar in Rome, New York

 

Da animale prepolitico Trump ha annusato e compreso tutto questo senza aver avuto bisogno di suggeritori e stimolatori. Forse gli è bastato ascoltare le chiacchiere nelle file in qualche ufficio pubblico, o appoggiato al bancone dei bar. Come detto, è odiato dall’establishment politico sia democratico che repubblicano, e proprio per questo arrafferà voti a man bassa dall’uno e dall’altro schieramento. Anche per Soros è arrivato il momento di decidere se continuare a credere, e finanziare, nella perdente Clinton, o spostare fondi e risorse verso l’incontrollabile magnate immobiliare. Ben sapendo che occorre essere in prima fila una volta che, alla Casa Bianca, anche l’esagitato populista verrà messo a parte dei limiti reali del suo potere, e dei veri poteri cui deve dare ascolto. Ferma restando la fondamentale comunanza di intenti nei confronti della Cina.

 

L’incrociatore lanciamissili USS Lawrence è lì nel mare delle Spratly a marcare il territorio della futura guerra. Più a vantaggio di Trump, della cui linea suona conferma, che non dell’antirussa Clinton.