Giornalista, si occupa di migrazioni e diritti umani con particolare attenzione al Medio Oriente e al Nord Africa. Studia la lingua araba.

MIGRANTI MEDITERRANEO ONG

Ricerca, soccorso e obbligo di salvataggio in mare, doveri del comandante della nave, dei governi e dei centri di coordinamento del soccorso. Il diritto internazionale marittimo è molto chiaro in materia di Search and Rescue (SAR). Così come sono ben definite le competenze e le aree di intervento.

 

Tuttavia, le attività di ricerca e soccorso connesse al fenomeno migratorio sono oggetto di un’attenzione particolare, sia per via dei continui flussi migratori nel Mar Mediterraneo Centrale, sia per la presenza dei trafficanti. In particolare, a preoccupare l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la nuova Frontex, è l’attività svolta da alcuni attori impegnati nel SAR, vale a dire le organizzazioni non governative. Il loro contributo nell’affrontare l’emergenza migranti è innegabile. L’aspetto su cui si sta indagando riguarda invece la loro modalità di agire, spesso non in linea rispetto a quanto previsto dalle leggi che normano le attività di soccorso nel Mediterraneo.

 

Le accuse di Frontex

Spingendosi troppo in prossimità delle coste della Libia, le ONG sono state accusate infatti di ostacolare la lotta ai trafficanti libici e, secondo alcuni, addirittura di cooperare con loro. Prima di partire a bordo di barconi, i migranti riceverebbero dai trafficanti precise indicazioni sulla direzione da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle associazioni. E le persone salvate dalle ONG sarebbero meno disposte a collaborare con le autorità italiane e con gli operatori di Frontex. Le accuse sarebbero contenute in due rapporti confidenziali dell’Agenzia europea, citati in un articolo del Financial Times del dicembre 2016, ma mai resi pubblici.

 

È invece disponibile il Risk Analysis per il 2017, in cui Frontex riflette sulla strategia usata dai trafficanti, che approfittano della grande risposta umanitaria per organizzare più viaggi lungo questa rotta. In questo contesto, le missioni di controllo dei confini e di SAR, anche vicino alle acque territoriali libiche, avrebbero conseguenze negative, che però l’Agenzia definisce in maniera più cauta «conseguenze non intenzionali». Se le ONG dichiarano di operare in linea con le varie Convenzioni, è importante capire cosa prevede il diritto internazionale, quali sono i soggetti coinvolti nel soccorso in mare dei migranti e a chi spetta il coordinamento delle operazioni.

 

Il diritto internazionale marittimo

La Convenzione UNCLOS delle Nazioni Unite (1982) impone di prestare soccorso a chiunque si trovi in mare in pericolo di vita, individua il porto di sbarco nel primo porto sicuro e i limiti delle acque territoriali, entro le 12 miglia nautiche dalla costa. La Convenzione SOLAS per la sicurezza della vita in mare (1974) obbliga il comandante di una nave a portare assistenza e a comunicare il suo intervento al centro di coordinamento. Allo stesso tempo, prevede che ogni Stato garantisca un servizio di SAR con mezzi specializzati.

 

Infine, la Convenzione SAR sulla ricerca e il soccorso in mare (anche detta Convenzione di Amburgo, 1979) delimita le sezioni marittime di intervento di ciascuno Stato (SRR, Search and Rescue Region), prevede di fornire cure mediche immediate alle persone, nonché di trasferirle nel primo luogo sicuro, e richiede a ciascun Paese di coordinare i soccorsi. A queste Convenzioni si aggiungono una serie di emendamenti e il codice della navigazione per quanto riguarda l’Italia.

 

Il coordinamento delle operazioni

Il nostro Paese ha ratificato tutte le Convenzioni affidando il ruolo di coordinamento del soccorso in mare al Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di porto della Guardia Costiera, in qualità di IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) con sede a Roma. L’IMRCC ha competenza su un’area SAR che va ben oltre le acque territoriali italiane, estendendosi per circa 500.000 km2. Inoltre, mantiene i contatti con i centri di coordinamento degli altri Paesi, per garantire una collaborazione internazionale. Tutte le Capitanerie di porto fanno capo al Comando Generale che a sua volta risponde al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti italiano, autorità responsabile dell’attuazione della Convenzione di Amburgo.

 

Il ruolo delle ONG

Nel Mediterraneo Centrale, sono tanti gli attori impegnati nel SAR: le unità navali di Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Marina Militare e Carabinieri, a bordo delle quali opera personale medico e paramedico. Le navi mercantili, le navi delle Organizzazioni non governative (attive dal 2014), l’agenzia Frontex attraverso l’operazione Triton, EUNAVFOR MED con l’operazione Sophia, finanziata dall’Unione Europea, e le unità militari estere. Tutti i comandanti hanno il dovere di informare la centrale operativa riguardo le loro operazioni. A questo punto, spetta alle autorità italiane competenti indicare il porto sicuro di destinazione.

 

Proprio l’IMRCC, nel suo ultimo rapporto relativo alle attività in mare legate ai flussi migratori, riporta i numeri dei migranti soccorsi dai vari assetti navali, delineando uno scenario ben preciso. Nel 2016, la maggior parte delle operazioni di soccorso sono state effettuate da navi appartenenti a ONG, Guardia Costiera, Marina militare e EUNAVFOR MED. Le ONG (Moas, Seawatch, Sos Mediterranée, Sea Eye, Medici Senza Frontiere, Proactiva Open Arms, Life Boat, Jugend Rettet, Boat Refugee, Save The Children), molte delle quali tedesche, da sole hanno salvato 46.796 persone, il doppio rispetto all’anno precedente.

 

Come è cambiato il Search and Rescue

Di fatto, il rapporto registra un progressivo aumento della loro presenza in mare negli ultimi tre anni, soprattutto tra giugno e ottobre 2016, con un picco di 13 assetti. Allo stesso tempo, però, sono diminuite negli anni le navi mercantili impegnate in attività SAR e la Marina Militare, dalla fine del 2014, ha interrotto il soccorso in mare nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum (sostituita da Triton, con finalità diverse di pattugliamento delle coste).

 

Un’altra novità è l’incremento degli avvistamenti aerei da parte di assetti militari (EUNAVFOR MED e Marina Militare). Sempre più spesso, i gommoni o i barconi, che iniziano la traversata in condizioni di sicurezza precarie, non sono dotati di telefoni satellitari. Di conseguenza, diminuiscono le chiamate alla Guardia Costiera e aumentano gli avvistamenti. E l’unità navale potrebbe impiegare alcune ore prima di raggiungere il barcone intercettato e mettere in salvo i migranti. In altri casi, invece, sono le stesse ONG ad avvistare i gommoni in mare.

 

In questo nuovo scenario, sia per l’aumento degli avvistamenti sia per l’invio delle richieste di soccorso subito dopo la partenza dalle coste della Libia, le operazioni di salvataggio avvengono sempre di più al confine con le acque territoriali libiche. E le ONG sono, quasi sempre, più vicine al luogo del soccorso rispetto a qualsiasi peschereccio o imbarcazione, proprio perché operano nel Mediterraneo Centrale con il preciso obiettivo di salvare delle vite.

 

Il fenomeno del proliferare delle ONG è ora oggetto di un’indagine conoscitiva, avviata dalla Procura della Repubblica di Catania. La Procura si interroga se ci sia un coordinamento effettivo tra queste navi e la centrale operativa di Roma, soprattutto nella scelta del porto di approdo, o se piuttosto vi possa essere un collegamento diretto tra le ONG e i trafficanti. Al momento non è stato contestato alcun reato, nemmeno a carico di ignoti.

 

Alice Passamonti