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e sui Balcani.

MACEDONIA SKOPJE PROTESTE

Che succede nei Balcani? Un po’ di tutto, verrebbe da rispondere. Lo scorso 27 aprile a Skopje, in Macedonia, un numero non ben definito di manifestanti nazionalisti ha fatto irruzione in parlamento in segno di protesta, tutt’altro che pacifica. Negli incidenti in aula sarebbero, infatti, rimaste ferite circa 45 persone. A scatenare la rabbia degli assalitori è stata l’elezione alla presidenza dell’Assemblea di un esponente della minoranza albanese.

 

Il contestato leader del partito Socialdemocratico (SDSM) Zoran Zaev, anche lui ferito negli scontri, sostiene da tempo un’alleanza con i partiti in rappresentanza della non poco influente minoranza albanese. La situazione nella piccola Repubblica dei Balcani è ormai sfuggita di mano da tempo e la stabilità politica sembra irraggiungibile.

 

Oltre alle problematiche interne, elementi fortemente destabilizzanti provengono dall’esterno. In particolare dalla vicina Albania. Le pressioni politiche di Tirana nei confronti della Macedonia non sono certo un mistero. Come non è un mistero il fatto che il premier albanese Edi Rama, abbia cercato più volte di pilotare i politici rappresentanti della minoranza sqipetara nella scena politica macedone.

 

Albania's Prime Minister Edi Rama(Il primo ministro albanese Edi Rama)

 

Proprio dall’Albania, dove si segnala la recente elezione a nuovo presidente della Repubblica di Ilir Meta, sembrano poter provenire scossoni in grado di far tremare tutta la penisola balcanica. La crisi politica interna vede il premier Edi Rama impegnato a confrontarsi con una forte opposizione. Il primo ministro ha, poi, più volte parlato, forse in tono provocatorio e minatorio, così come per strappare consensi, circa la possibile unione tra Albania e Kosovo. Uno scenario che, qualora dovesse mai verificarsi, andrebbe a significare la posa formale della prima pietra del progetto della “Grande Albania”. Spauracchio che è di fatto innegabile considerando la grande espansione demografica della popolazione di origine albanese nella vicina Macedonia, così come nelle aree meridionali della Serbia e in quelle orientali del Montenegro.

 

Sull’asse Serbia-Kosovo, la negata estradizione in Serbia e il rilascio da parte di una Corte francese di Ramush Haradinaj, ex primo ministro della ex provincia serba nonché leader dei guerriglieri UCK (Esercito di liberazione del Kosovo), e i successivi battibecchi sull’asse Belgrado-Pristina, con il solito insignificante ruolo di pacificatore delle istituzioni europee, non hanno certo giovato alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi.

 

In Serbia, poi, per diversi giorni successivi all’elezione a presidente della Repubblica dell’ex primo ministro Aleksandar Vucic, avvenuta lo scorso 2 aprile, sono andate in scena delle manifestazioni. La gente scesa in strada ha protestato contro la “dittatura di Vucic”, figura che caratterizza la scena politica nazionale e non solo ormai da anni. Le proteste sono andate via via scemando con il passare dei giorni e non hanno prodotto alcun risultato significativo.

 

BELGRADO PROTESTE(Proteste contro il governo a Belgrado, 25 aprile 2017)

 

Nell’area si segnalano poi il sorgere di una nuova crisi politica in Croazia dove Bozo Petrov, leader del partito Most ha dato le dimissioni dal ruolo di presidente del parlamento. La decisione è avvenuta dopo che la mozione di sfiducia da lui promossa nei confronti del ministro delle Finanze, Zdravko Maric, non ha raggiunto l’intento da lui sperato. Già precendentemente i rapporti tra il partito di maggioranza, l’HDZ (Unione Democratica Croata) del premier Andrej Plenkovic, e il partito Most avevano mostrato segni di usura.

 

Il Montenegro è invece alle prese con la gestione di pallide proteste per l’adesione del Paese alla NATO, ma il countdown è ormai già iniziato.

 

In Bulgaria, dopo che lo scorso 4 maggio è stata votata la fiducia al “nuovo” esecutivo guidato dal leader del GERB Boyko Borisov, sono ufficialmente entrati al governo le forze nazionaliste del partito Patrioti Uniti.

 

Nulla di particolarmente significativo si registra in Slovenia e Bosnia-Herzegovina. Mentre la prima procede sulla sua strada di Paese europeo ben integrato, per la seconda le solite criticità stentano a tramontare. Stesso discorso per la Romania.

 

Dato un quadro generale della situazione così dipinto sembra, purtroppo, che l’appellattivo spesso affiancato ai Balcani di “polveriera d’Europa” continui a essere quanto mai attuale. Tra i complici del fallimento di integrazione e normalizzazione dell’area ci sono le latitanti istituzioni, la corruzione, la tendenza criminale, la scarsa propensione di tutti gli esponenti politici coinvolti ad abbassare i toni, così come la retorica che troppo spesso insieme ai retaggi del passato alleggia sull’area in questione, contribuendo a darne un’immagine negativa.

 

Che si sappia però che i Balcani, così vicini, così lontani, sono ricchi di storia e tradizioni, così come di cultura e di valori di cui la società civile si erge ad unico baluardo difensivo. È dalla gente, dal desiderio di riscatto, dai giovani e dalla valorizzazione del territorio che si deve ripatire, ma occorre fare in fretta.