UCRAINA -

Il congelamento della guerra civile nell’Est del paese ha prodotto un inasprimento delle relazioni tra NATO e Russia e danni economici per tutti

Member of self-proclaimed Donetsk People's Republic forces sits inside building destroyed during battles with Ukrainian armed forces at Donetsk airport

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di Alfredo Mantici

Le relazioni internazionali sono storicamente soggette a intense ondate di volubilità. Crisi che sembrano per qualche tempo minacciare la pace e la stabilità di interi scacchieri e che per settimane monopolizzano l’attenzione dei media e delle opinioni pubbliche di tutto il mondo, all’improvviso spariscono dalle prime pagine e dalle agende dei leader politici senza che si siano risolte o che abbiano trovato uno sbocco politico. È il caso dell’Ucraina che, nonostante l’impegno degli Stati Uniti, della NATO e dell’Europa, continua a essere in una condizione di guerra civile strisciante. Una guerra che nelle regioni dell’est del paese – dove sono attive le milizie di separatisti che vogliono riunirsi alla “madre Russia” – secondo stime delle Nazioni Unite, ha provocato 9.300 morti nell’ultimo biennio.

 

Alla fine dello scorso mese di giugno, nonostante le riserve di alcuni Paesi tra i quali l’Italia e la Germania, l’Unione Europea ha deciso di prorogare fino all’inizio del prossimo anno le sanzioni contro la Russia decretate nel 2015 in seguito all’annessione della Crimea nel 2014. Mosca ha occupato la Crimea in risposta alla cacciata del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, spodestato brutalmente nel corso di disordini violenti organizzati da “dissidenti” sostenuti apertamente dalla CIA e dal governo di Washington. Yanukovich era infatti contrario all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e alla sua adesione alla NATO, ritenendo che l’ulteriore spostamento verso oriente delle frontiere militari europee potesse costituire un’inutile e destabilizzante provocazione nei confronti della Russia. Secondo l’ex presidente, quella decisione sarebbe stata foriera di gravi conseguenze economiche per un Paese come l’Ucraina, fortemente dipendente da Mosca in termini di interscambio commerciale e di forniture energetiche.

Members of the self-proclaimed Donetsk People's Republic forces sit on an armored vehicle on the roadside near the site of the Malaysia Airlines flight MH17 plane crash outside the village of Hrabove

 (Miliziani filorussi dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk)

 

 

Il dopo Yanukovich e le sanzioni

Dalla defenestrazione di Yanukovich, e nonostante gli accordi di Minsk del febbraio 2015 che avrebbero dovuto garantire un percorso di stabilizzazione del Paese concordato con Mosca, la situazione in Ucraina è costantemente peggiorata. Anche se al momento non si spara più. Tuttavia, a Donetsk e nel Donbass, le aree orientali abitate in maggioranza da russi etnici, la guerriglia separatista è proseguita, mentre il nuovo governo di Kiev non è ancora riuscito a rendere concreti gli impegni, assunti con l’Europa e con i partner occidentali, volti a depotenziare le spinte irredentiste concedendo alle regioni “ribelli” ampi margini di autonomia amministrativa e politica. Nel frattempo, la situazione economica ucraina è ulteriormente peggiorata, mentre le sanzioni contro Mosca producono danni seri nei confronti di Paesi come l’Italia, che pagano un conto molto salato per provvedimenti che, di fatto, si sono dimostrati inefficaci.

 

Ousted Ukrainian President Yanukovich attends a news conference in Rostov-on-Don

(L’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich destituito nel febbraio 2014)

 

Il 7 luglio scorso, Marietta Tidei, membro della delegazione italiana dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea), intervistata dalla BBC ha dichiarato a proposito delle sanzioni contro la Russia: “Si tratta di una faccenda piuttosto complicata. Occorre capire se le sanzioni siano misure efficaci o meno. Finora, visto che gli accordi di Minsk non sono rispettati da ambedue le parti in causa (Ucraina e Russia, ndr), queste sanzioni non sono produttive”. Un linguaggio diplomatico che tuttavia non riesce a nascondere il disagio, comune a molte cancellerie occidentali, per la sensazione che gli sforzi fatti finora per sostenere Kiev contro Mosca siano inutili o, peggio, controproducenti.

 

Le perplessità della NATO

Il 9 luglio, durante il vertice di Varsavia, l’Alleanza Atlantica ha deciso (a parole) di fortificare le frontiere dell’Ucraina ma non è riuscita a dare concretezza al desiderio dell’attuale presidente Petro Poroshenko di una rapida adesione del suo Paese alla NATO. Al contrario, durante il vertice, dietro le quinte diversi leader occidentali tra cui Angela Merkel hanno espresso disagio per l’incapacità di Kiev di risanare l’economia e di combattere la corruzione dilagante. Molti hanno manifestato forti perplessità sull’opportunità di proseguire il duro confronto col Cremlino senza che si aprano prospettive realistiche di soluzione per una situazione che non può durare all’infinito.

 

NATO Secretary-General Stoltenberg and Ukrainian President Poroshenko arrive for a joint press conference at the NATO Summit in Warsaw

(Stoltenberg e Poroshenko al vertice NATO di Varsavia del 9 luglio 2016)

 

 

Alle roboanti affermazioni del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, secondo cui “gli alleati sono uniti nel sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina, nel rifiutare di riconoscere l’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e nel condannare l’opera di destabilizzazione dell’est del paese da parte di Mosca”, hanno fatto da immediato controcanto le dichiarazioni del vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, leader del partito socialdemocratico, secondo il quale “l’Occidente dovrebbe tornare al tavolo del negoziato con Mosca. Io ho forti dubbi – ha sottolineato Gabriel – circa l’efficacia di un aumento della presenza militare della NATO nell’Europa dell’est e non vedo con favore un’escalation della tensione nelle relazioni con la Russia”.

 

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Parole di sano realismo che tuttavia difficilmente produrranno effetti decisivi nella soluzione della “crisi dimenticata” dell’Ucraina, una crisi che dovrà attendere l’esito delle elezioni presidenziali americane di novembre per raggiungere un risultato accettabile da parte di tutte le parti in causa, Russia compresa.