IRAN -

È la prima volta che il Califfato fa esplicito riferimento a Teheran e alle conseguenze della sua politica regionale anti-sunnita. Il pericolo del terrorismo nel paese è poco conosciuto ma concreto

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di Luciano Tirinnanzi

 

Lo Stato Islamico ha rilasciato un video di minacce nei confronti dell’Iran, sollecitando una rivolta contro gli Ayatollah e incitando i militanti iraniani apparentemente affiliati al gruppo a promuovere attacchi contro Teheran.

 

Il video, dal titolo “Persia: il passato e il presente”, è in lingua farsi e inizia con uno scorcio di storia persiana, che mostra jihadisti appartenenti a una supposta nuova divisione, denominata “Salman al-Farsi” (dal nome di un compagno del Profeta Maometto), mentre è in azione nella provincia irachena di Diyala.

 

Secondo IraqiNews, l’Iran è descritto dal commentatore come «un rifugio per gli apostati e infedeli» e accusato di perseguitare i sunniti, poiché sostenitore tanto dei ribelli Houthi nello Yemen, quanto delle milizie libanesi Hezbollah. Inoltre, il paese persiano viene biasimato anche per il suo offrire protezione agli ebrei.

 

Nella seconda parte del video, si vedono alcuni jihadisti decapitare quattro soldati iracheni, uno dei quali sarebbe appartenente alle Brigate Badr, uno dei gruppi paramilitari sciiti che combatte insieme alle truppe governative irachene, considerato particolarmente vicino alle forze iraniane.

 

A tank belonging to the Shi'ite Badr Brigade militia takes position in front of a gas station in Suleiman Beg, northern Iraq(mezzo corazzato delle Brigate sciite Badr)

 

La minaccia esplicita

 

È praticamente la prima volta che lo Stato Islamico dichiara apertamente di voler colpire l’Iran. Ciò nonostante, Teheran è da sempre nel mirino degli uomini di Al Baghdadi: sin dalla nascita del Califfato nel 2014, infatti, le province al confine tra Iraq e Iran come Diyala, hanno rappresentato una seria minaccia per la sicurezza nazionale iraniana.

 

Teheran ha sin da subito intrapreso una serie di misure volte a contenere il rischio di infiltrazioni e, non a caso, è il principale sponsor delle truppe irachene e siriane che combattono nei due teatri di guerra dove il Califfato si è espanso a dismisura tra il 2014 e il 2015.

 

Il coinvolgimento iraniano nel “Siraq”, che ha ovviamente anche intenti geopolitici, si è palesato principalmente in Iraq, dove si è concentrata l’azione delle Guardie Rivoluzionarie del regime, al fianco degli eserciti che guidano la riconquista dei territori occupati, a cominciare da Mosul.

 

Iran's Revolutionary guards commander Mohammad Ali Jafari speaks during a conference to mark the martyrs of terrorism in Tehran(il comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane Mohammad Ali Jafari)

 

I precedenti del terrorismo in Iran

 

Se Teheran ambisce dunque a giocare un ruolo da potenza regionale in questa guerra, deve guardarsi dai pericoli anche in casa. Nel 2016, il ministero dell’intelligence iraniano ha annunciato di aver sventato diversi complotti terroristici all’interno dei confini nazionali, a giugno e ad agosto che, secondo i funzionari della sicurezza, avevano come obiettivo principale attaccare la capitale Teheran.

 

Il 27 settembre, le forze di sicurezza hanno fatto trapelare la notizia di aver ucciso il leader dello Stato Islamico in Iran, noto con il nome di battaglia Abu Aisha al-Kurdi. L’emiro sarebbe stato freddato a Kermanshah, una città non lontana dal confine occidentale con l’Iraq, dopo un’operazione che è stata descritta come «complessa e massiccia» condotta da agenti segreti iraniani.

 

Secondo fonti iraniane, sarebbero stati attivi due diversi gruppi rifacentisi allo Stato Islamico, quello di Kermanshah e un secondo, ambedue tenuti sotto controllo sin dall’inizio delle attività eversive. Abu Aisha al-Kurdi avrebbe dovuto costituire una cellula dormiente per pianificare attacchi in grande stile, ma è stato fermato prima che il suo gruppo potesse entrare in azione.

 

Ciò nonostante, osservatori come Al Monitor dubitano delle informazioni sull’emiro del Califfato, poiché il nome di Abu Aisha al-Kurdi era saltato fuori già lo scorso aprile, quando ne era stata annunciata la morte a Makhmour, cittadina nella provincia di Erbil a sud est di Mosul. Non è chiaro se si sia trattato di omonimia o altro.

 

Jaish-ul-Adl(membri di Jaish-al-Adl in azione)

 

Jaish Al-Adl e le altre minacce

 

In ogni caso, l’Iran non è immune dalle spinte jihadiste e dalla minaccia terroristica del Califfato. Oltre a Jaish al-Adl (“Esercito della Giustizia”), gruppo salafita afghano in quota Al Qaeda che dal 2012 minaccia l’Iran con attentati contro civili e militari, il jihadismo è cresciuto molto negli ultimi cinque anni, e ha visto fiorire soprattutto simpatizzanti del Califfato.

 

Secondo i servizi di sicurezza nazionali, sono almeno 1.500 i giovani iraniani cui è stato impedito di unirsi allo Stato Islamico, un numero che non può non preoccupare Teheran. Sinora si conoscevano i nomi di due soli iraniani affiliati allo Stato Islamico: Abu Mohammad al-Irani, che si è fatto esplodere a Ramadi nel maggio del 2016, e il giovane Reza Niknejad, un americano-iraniano scomparso dai radar dopo che era volato in Siria per unirsi ai miliziani di Al Baghdadi.

 

Ragion per cui lotta al terrorismo in tutta la regione è divenuta la preoccupazione numero uno del regime, sempre più palpabile sopratuttto a giudicare dai toni di quest’ultimo video.