SIRIA -

La tattica russa sta portando vantaggi evidenti al regime di Damasco. Ma espugnare Aleppo potrebbe rafforzare lo Stato Islamico e provocare l’intervento di Turchia e Arabia Saudita

An aerial view shows damaged buildings in Seif El Dawla neighbourhood in Aleppo

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

La battaglia finale per Aleppo si avvicina. Nelle ultime settimane, il campo di battaglia siriano è stato trasfigurato grazie alla pioggia indiscriminata di bombe che la Federazione Russa ha rovesciato sopra la provincia omonima della città-simbolo della guerra, aprendo la strada all’esercito di Assad. Una violenza che, complici i buoni esiti degli assalti delle SAA (Syrian Arab Army, le truppe governative fedeli al presidente), hanno compromesso le speranze dei ribelli di respingere l’esercito. Così si prepara l’assedio: mentre decine di migliaia di abitanti sono già fuggite dai bombardamenti in direzione Turchia, altre centinaia di migliaia – le fonti parlano di 320mila persone – restano ancora intrappolate in città.

 

La manovre di terra del regime, sostenute dagli iraniani e dalle milizie sciite libanesi (leggi Hezbollah), hanno puntato a tagliare la strada principale che da Aleppo conduce al confine turco e poi si sono concentrate sulla cittadina di Tal Rifaat, considerata l’ultima roccaforte ribelle del settore nord. Le truppe del regime hanno conquistato anche la cima di Barlaheen, altura da cui i governativi dicono di poter controllare i movimenti di uomini e rifornimenti per gli assediati.

 

Aleppo e Ginevra

Divisa in due sin dai primi giorni del conflitto, Aleppo è la città-chiave della Siria. Più estesa e maggiormente popolata di Damasco prima della guerra, è ritenuta crocevia per il futuro esito della guerra. Dopo aver messo in sicurezza la provincia di Latakia, il regime ha lanciato nuove offensive anche su Idlib e Deraa. E ora si è deciso a muovere su Aleppo. Prenderla offrirebbe al presidente Assad la possibilità concreta di mantenersi al potere.

 

Questo consentirebbe poi ai russi di concentrarsi sullo Stato Islamico, che sinora è stato solo lambito dalle battaglie in quel settore, giacché le prime linee ribelli oggi sono composte dalle sole milizie jihadiste dell’Esercito della Conquista e del Fronte Jabhat Al Nusra, oltre ai ribelli del Free Syrian Army.

 

Le operazioni congiunte nel settore nord sono considerate da Mosca propedeutiche a trattare in quel di Ginevra – dove le diplomazie internazionali stanno lavorando per una risoluzione pacifica del conflitto, nonostante alcune defezioni – con maggiori capacità contrattuali. Secondo altre opinioni, tuttavia, è solo un modo per far saltare il banco e rimandare le offerte di pace, preferendo alla soluzione diplomatica una vittoria imposta sul terreno.

 

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La strategia russa e il precedente di Grozny

Per capire la strategia militare del presidente russo Vladimir Putin ad Aleppo bisogna guardare a Grozny, in Cecenia. Secondo molti analisti, l’offensiva russa in Siria coincide esattamente con la campagna militare del 1999 contro gli insorti ceceni, che all’epoca fu diretta dallo stesso Putin in qualità di primo ministro.

 

Ecco alcuni punti in comune: perseguire una soluzione esclusivamente militare contro l’insurrezione; bollare indistintamente come terroristi tutti i ribelli; rendere inabitabili o radere al suolo città-simbolo dove vivono gli insorti (vedi Grozny); insediarvi un regime compiacente. La violentissima campagna cecena, nonostante anni di guerra e un numero imprecisato di vittime anche tra i militari russi, ha funzionato bene secondo il Cremlino e, nei fatti, da allora la Repubblica cecena è gestita come un feudo dal presidente Putin. Replicare questo schema ad Aleppo, secondo le valutazioni di Mosca, porterà al successo. In ogni caso, la “tattica cecena” già ha dato i suoi frutti sul campo, spiazzando tanto i ribelli siriani quanto la coalizione internazionale.

 

Workers hang a portrait of former Chechen President Kadyrov next to a portrait of Russian Prime Minister Putin on the facade of a new stadium in Grozny(Le gigantografie di Putin e dell’ex presidente ceceno Akhmad Kadyrov all’ingresso dello stadio di Grozny)

 

Eppure, gli obiettivi russi in Siria sono sempre stati chiari e coerenti: proteggere gli interessi economici di Mosca nella regione; assicurare il mantenimento strategico dell’accesso al Mediterraneo; fiaccare i gruppi jihadisti che continuano a minacciare direttamente il territorio russo; consolidare il potere politico in un momento di gravi difficoltà economiche e di possibili rivolgimenti interni; posizionare la Russia quale forza alternativa allo strapotere americano; testare le proprie armi.

 

Le possibili incognite al piano di Mosca: Riad e Ankara

Tuttavia, ci sono almeno due variabili perché in Siria non si ripeta il successo ceceno: una di queste è rappresentata dagli interessi di Turchia e Arabia Saudita, mentre l’altra è la presenza dello Stato Islamico nell’area. Proprio a Ginevra, nei primi giorni di febbraio, rappresentanti turchi e sauditi hanno ventilato l’ipotesi d’inviare proprie truppe nel settore di Aleppo, per puntellare i ribelli e mettere nuovamente in difficoltà il regime. Ankara e Mosca in particolare sono ormai acerrimi nemici e, come Riad, il governo turco ha investito troppe risorse in questa guerra perché possa cedere proprio adesso.

 

Secondo la visione neo-ottomana, una parte dei territori un tempo afferenti alla Siria, domani dovrà passare sotto controllo turco. E questo per due ragioni: mettere in sicurezza i confini nazionali ed evitare che i curdi approfittino della situazione per creare uno stato indipendente, che rappresenterebbe una minaccia diretta agli interessi di Ankara nella regione. Secondo la visione saudita, invece, è inaccettabile una soluzione della guerra in cui il clan degli sciiti alawiti mantenga il potere, dal momento che questo rafforzerebbe troppo l’Iran sciita e preluderebbe a un progressivo accerchiamento della stessa Arabia Saudita, visto che anche in Iraq gli sciiti producono progressi sul campo.

 

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Il ruolo dello Stato Islamico in Siria

L’altra variabile è rappresentata dallo Stato Islamico: se in Iraq le milizie del Califfo perdono terreno, invece in Siria ne hanno guadagnato lungo tutto il 2015 e gli avamposti ISIS sono stati soltanto sfiorati dall’offensiva del regime e dai raid russi. Così, oggi gli uomini di Al Baghdadi, già ben posizionati a Est di Aleppo, restano a osservare ciò che accade in città, in attesa di capire se e chi romperà l’assedio, e sono pronti a intervenire solo quando sarà necessario.

 

Se è vero che Mosca conta di espugnare Aleppo per poi rivolgere la propria potenza di fuoco contro Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico, è vero anche il contrario: le milizie ISIS, a loro volta ostili ai gruppi ribelli che difendono Aleppo, hanno oggi la possibilità di rinforzarsi e fortificare le proprie conquiste senza colpo ferire, in attesa che i propri nemici si annientino vicendevolmente.

 

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Questa guerra sta costando un prezzo altissimo, in termini sia economici sia di vite umane,. E ciò vale anche per Mosca e Damasco. Così, se l’offensiva di Aleppo dovesse rallentare, c’è da chiedersi per quanto ancora i governativi riusciranno a sopportare gli oneri di guerra. Anche se dovessero prendere interamente la città, infatti, le forze di Assad usciranno assai logorate dallo scontro e potrebbero non avere la forza necessaria per resistere o sconfiggere lo Stato Islamico.

  • Pierpaolo1947

    L’investimento del Dipartimento di Stato in Siria si configura, ad ogni giorno che passa, sempre più come “charity” e sempre meno come “profit”.
    Ciò è diametralmente opposto alla più profonda raison d’être dello Stato nordamericano e non può durare.
    Nel riconoscere il fallimento, gli USA cercheranno, comunque, di recuperare quanto più possibile dei pochi crediti acquisiti, ma ulteriori investimenti a fondo perduto non sono nemmeno concepibili; il Dipartimento di Stato ha altre parti del globo che reclamano con urgenza investimenti.
    Le schermaglie con la presidenza Putin vertono su quanto potrà ancora rimanere in mano USA e quanto, invece, dovrà essere ceduto.
    Diversamente per Turchia ed Arabia Saudita, per le quali l’investimento in Siria è un fatto esistenziale. Loro lì perdono tutto. Alla Turchia c’è, ancora, l’espediente di un regime change endogeno che salvi il Paese al prezzo dell’impiccagione del duo Erdogan-Davutoglou. All’Arabia Saudita non rimane, dopo gli ultimi, disperati, colpi di testa, che la scomparsa, nel sangue, della dinastia.