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Le chiamano “operazioni di martirio”. Sono le armi migliori dell’ISIS: uomini disposti a morire pur di servire la causa jihadista. Un fenomeno che non si arresta e coinvolge anche la Striscia di Gaza

ISIS

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Ben 132 sono le azioni suicide eseguite dai combattenti dello Stato Islamico nei campi di battaglia tra l’Iraq e la Siria solo nel mese di novembre. Di queste azioni, definite “operazioni di martirio” dagli uomini del Califfato, 20 sono state condotte in Siria: 4 nel settore di Raqqa, 14 in quello di Aleppo e 2 ad Hasaka. Gli obiettivi: 13 di queste operazioni sono state condotte contro l’opposizione siriana e l’esercito turco, e 7 contro il PKK.

 

Quelle in Iraq, invece, sono state molte di più, 112 così suddivise: 2 nella provincia di Falluja, 1 a Baghdad, 3 in quella di Anbar, 6 a Salahuddin, 6 a Kerbala, ma soprattutto 94 nella provincia di Ninive, ovvero nelle operazioni per la difesa di Mosul. Tutte le 112 operazioni sono state condotte contro le forze irachene, le milizie sciite e i Peshmerga curdi.

 

La tecnica delle azioni suicide da parte dello Stato Islamico è nota, ma i numeri forniscono un cinico quanto agghiacciante conteggio: per le 132 “operazioni di martirio” sono state usate 118 autobombe, 3 mezzi corazzati, 9 cinture e 5 giubbotti esplosivi. Ma sarebbe più corretto affermare che sono state usate 132 persone, disposte a morire per la causa del Califfato contro ogni logica. Ammesso che in guerra ci sia una logica. La fonte di questi numeri è lo stesso Stato Islamico, attraverso la sua agenzia di stampa Amaq.

 

IRAQ_SIRIA_ISIS(Le operazioni dello Stato Islamico in Siria e Iraq)

 

Prima di continuare, vale la pena sottolineare qui che ciò che sfugge alle forze che combattono il Califfato, è la incredibile disponibilità di uomini pronti a morire per Abu Bakr Al Baghdadi, come se la loro vita terrena fosse solo una parentesi. Una prospettiva che dovrebbe atterrire e farci riflettere sul fatto che la guerra non si fermerà con la presa di Mosul ed eventualmente di Raqqa.

 

I numeri della battaglia di Mosul

Per quanto riguarda la battaglia per la presa della capitale del Califfato nel nord del Paese – un passaggio cruciale per ridimensionare la minaccia dell’ISIS – le ultime notizie dicono che la Nona divisione irachena avanza da sud-ovest ed è ormai vicina all’unico ponte sul Tigri rimasto in piedi (gli altri quattro sono stati fatti saltare per isolare i miliziani e impedire loro l’accesso alle vie di rifornimento). Gli sciiti sarebbero ora a meno di 2 chilometri dal centro di Mosul. Gli scontri si stanno svolgendo più precisamente intorno all’ospedale Salam, dove è in corso un violentissimo combattimento, tra i peggiori dall’inizio dell’accerchiamento di Mosul.

 

Nella settima settimana di battaglia, secondo stime e dati sul campo, sono 580 i militari uccisi tra le forze irachene e i Peshmerga curdi, 41 dei quali freddati dai cecchini. Lo Stato Islamico avrebbe sequestrato 6 automezzi militari, 2 Hummer, numerose armi e munizioni, oltre a 9 Jeep, mentre ha distrutto 2 carri armati, 3 blindati, 73 Hummer, 2 cingolati, 6 bulldozer, 7 tank (T-72 sovietici) , 15 Jeep e persino 2 aerei da ricognizioni.

 

ISIS_MOSUL(Le operazioni dello Stato Islamico nella battaglia di Mosul)

 

 

Libia ed Egitto

Mentre le forze residuali dello Stato Islamico a Sirte sarebbero state definitivamente sconfitte – anche se si segnalano rastrellamenti vicino alla zona costiera, dove si anniderebbero ancora piccoli nuclei di militanti ISIS sfuggiti all’accerchiamento – e le operazioni di bonifica non sono ancora concluse, arrivano i primi dati: da maggio a novembre, nella battaglia di Sirte sono stati uccisi 713 miliziani e 3.210 sono rimasti feriti. Mentre i dati sulle vittime delle milizie di Misurata e di altre milizie libiche non sono ancora stati ufficialmente diffusi, ma i numeri sarebbero molto alti.

 

SINAI_ISIS(Le operazioni dello Stato Islamico nel Sinai)

 

Per quanto riguarda l’Egitto, invece, va segnalato che al momento il fronte più caldo è quello del Sinai, dove opera il Wilayat Sinai, la provincia del Sinai del Califfato in cui è confluita la gran parte dei jihadisti già operanti nell’area sotto il nome Ansar Beit Al Maqdis: durante i mesi di ottobre e novembre sono state 60 le vittime tra soldati e poliziotti egiziani, colpiti da attacchi improvvisi, assassinii e autobombe. Inoltre, sono stati distrutti 2 Humvee, 3 veicoli corazzati, 1 dragamine e 3 veicoli per il trasporto delle truppe M113. La maggior parte di queste azioni è stata condotta nelle località di Bir Abd, Arish, Sheik Zuweid e Nakhl.

 

Non tutte le “operazioni di martirio” sono state pensate e coordinate dalla penisola del Sinai. Molte di queste – e non è un dettaglio insignificante – provengono dalla Striscia di Gaza, dove lo Stato Islamico da mesi sta crescendo di popolarità e continua ad attirare a sé una parte dei jihadisti un tempo fedeli alla rete terroristica di Hamas, accusata di essere troppo debole e inattiva negli ultimi tempi.