FRANCIA -

Subordinare le scelte della politica alle situazioni contingenti, frutto dell'emotività, e non al più ampio contesto della sicurezza nazionale, può creare vulnus come l'attentato di Parigi. Analisi sul servizio segreto francese

A person holds an umbrella as others brave heavy rain holding placards reading "I am Charlie", to pay tribute to victims during a vigil in Frankfurt

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Si è appena conclusa la vicenda che ha terrorizzato Parigi e la Francia per tre giorni. I fratelli Said e Chérif Koauchi, autori del massacro di Charlie Hebdo, e Amedy Coulibaly, lo sparatore che aveva assassinato una poliziotta, sono stati uccisi in due blitz contemporanei delle forze speciali francesi rispettivamente a Dammartin (in una tipografia) e in un negozio kosher di Parigi dove si era rinchiuso Coulibaly. Sarebbero morti anche alcuni ostaggi. Dopo l’apparente fine dell’incubo – una donna, Hayat Boumeddiene, è ancora in fuga e in fondo non sappiamo se e quante persone sono realmente coinvolte nei due episodi, tra loro connessi – è opportuna una prima riflessione su come si sia giunti a questa situazione.

 

Sulla tragica vicenda dell’attentato parigino a Charlie Hebdo si possono dire molte cose, ma è importante centrare un punto. Se politici, giornalisti e intellettuali – italiani ed europei – non saranno capaci di qui in avanti di inquadrare correttamente quello che sta accadendo oggi all’interno tanto dei palazzi di potere quanto nelle comunità periferiche d’Europa (islamiche ma non solo) corriamo tutti un grosso rischio. Quello di offrire il fianco a una mistificazione della realtà, da cui non può nascere niente di buono per la pace sociale dell’Unione Europea. Solo una reazione razionale, lucida e non emotiva nell’analizzare l’attentato è la miglior ricetta che gli addetti ai lavori possono offrire oggi alla cittadinanza. E questo non è pane solo per la sociologia.

 

Parlare ad esempio di un “11 settembre francese” o peggio di un “11 settembre europeo” è un errore marchiano e grave. Simili semplificazioni dimenticano che un “11 settembre europeo” c’è già stato. Anzi, ve ne sono stati due, in Spagna e nel Regno Unito. Per non scomodare l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Atocha a Madrid, può essere utile analizzare le dinamiche degli attentati del 7 luglio 2005 ai trasporti pubblici di Londra, quando cittadini britannici di fede musulmana si caricarono degli zainetti esplosivi in spalla e si fecero esplodere sui treni della metropolitana di Londra e su un autobus, provocando oltre 50 vittime.

 

Gli attentatori materiali morirono dunque insieme alle vittime innocenti e solo due settimane dopo nuovi arresti della polizia impedirono una seconda ondata di attacchi terroristici. Anche in questo caso, non si trattò di “foreign fighters”, ma di cittadini britannici di fede musulmana, che volevano compiere una strage in nome di quell’Islam radicale che odia l’Occidente e i suoi costumi. La strage alla redazione parigina di Charlie Hebdo è soltanto la prosecuzione di tale fenomeno, che gli inglesi hanno valutato soltanto a posteriori e che i francesi hanno invece colpevolmente quasi del tutto sottovalutato fino a questa mattina

 

Le responsabilità della politica e dei servizi segreti

 

Ci sono certamente alcune cose che ancora non sappiamo e altre che non tornano o, quantomeno, non sembrano lineari con la ricostruzione ufficiale sulla strage di mercoledì. Ma il punto è un altro, e cioè che questa strage – probabilmente inevitabile – è frutto anche di scelte politiche sbagliate. Sul banco degli imputati deve finire, tra gli altri, anche la riorganizzazione dei servizi segreti francesi. Dal 1 gennaio 2014 la sicurezza interna francese è stata riformata con un criterio che non convince appieno.

 

Prima della riforma, infatti, esistevano due servizi per la sicurezza nazionale: la DST, Direction de la Surveillance du Territoire, e la DCRG, Direction Centrale des Renseignements Généraux, spesso semplificata con l’acronimo RG. Ambedue queste direzioni centrali dipendevano dal capo della polizia francese. Per adeguare i servizi agli standard europei e togliere loro quell’aura da polizia segreta che aveva l’intelligence francese, è stato così deciso di applicare una riorganizzazione che ha portato alla nascita della DGSI, Direzione Generale della Sicurezza Interna (Direction générale de la sécurité intérieure), sulla falsa riga della già esistente DGSE, Direzione Generale Sicurezza Esterna. Come quest’ultima, che dipende dal ministro della difesa di Francia, la nuova DGSI dipende direttamente dal ministro dell’Interno (attualmente Bernard Cazeneuve).

 

In termini pratici, cosa significa tutto questo? Che da due corpi tecnici molto professionali ma composti esclusivamente da poliziotti con la DST e la RG, si è passati oggi a un servizio di intelligence civile alle dipendenze del ministro dell’interno, quindi fortemente politicizzato – almeno nei suoi vertici – e molto più “ubbidiente” agli indirizzi governativi di quanto non fosse la vecchia Sécurité, che rispondeva soltanto al capo della polizia.

 

La riforma dei servizi ha comportato anche una decisa riorganizzazione di tutta la sicurezza interna, con i problemi che sempre derivano da simili riassetti: immissione di nuovi funzionari, perdita di professionalità “vecchia maniera” (con relativa perdita di asset fondamentali del mestiere quali fonti, informatori e agenti che accettano di essere gestiti solo dai loro fiduciari e non dai nuovi arrivati) e incertezza sugli obiettivi operativi, poiché dettati direttamente dal ministro e quindi influenzabili da decisioni esclusivamente politiche, che possono rivelarsi strategicamente miopi quando la classe politica non è all’altezza del compito.

 

Il caso Charlie Hebdo

 

Ora, riesaminiamo cosa è successo a Parigi. Da un lato, due estremisti islamici noti alla polizia come jihadisti recidivi, addirittura iscritti sulle no-fly list dell’FBI americana, hanno potuto pianificare con cura un attentato annunciato (Charile Hebdo era già stato minacciato e attaccato anni fa con ordigni incendiari) dopo avere avuto l’opportunità di frequentare quell’università del terrorismo che è diventata la Siria sotto il controllo del Califfato, e gli è stato permesso di tornare in Francia senza che nessuno se ne accorgesse e di pianificare un attentato sofisticato acquisendo – no si sa come – armi da commando, compreso un lanciarazzi.

 

Quindi, sintetizzando, i due attentatori erano arcinoti, l’obiettivo prevedibile e la rispota delle forze dell’ordine tardiva. Tutto questo, più che l’11 settembre francese, dovrebbe essere considerata la Pearl Harbour della sicurezza interna transalpina, recentemente riformata ed evidentemente minata delle sue prerogative di efficienza e capacità operativa.

 

È da qui che il presidente Francois Hollande e i vertici del governo francese devono ripartire con una feroce autocritica, se si vuole ricostruire una rete di sicurezza interna adeguata ai profili di una minaccia terroristica che era e resta tutt’altro che sconosciuta e che può essere sconfitta solo con la preparazione e con la volontà della politica. A proposito, anche il servizio segreto italiano è stato riformato secondo gli stessi criteri di quello francese con la legge numero 124 del 3 agosto 2007. Dobbiamo temere anche noi?

 

di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

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