STATI UNITI D'AMERICA -

Donald Trump ha nominato l’ad del colosso petrolifero Exxon nonostante i pareri contrari di una parte dei repubblicani, che gli criticano l’eccessiva vicinanza con Putin e la Russia

Tillerson, chairman and CEO of ExxonMobil, testifies before the House Energy and Environment Subcommittee on Capitol Hill in Washington

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di Luciano Tirinnanzi

 

Il presidente eletto Donald Trump ha nominato Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil, come nuovo Segretario di Stato americano. La scelta di nominare un petroliere senza precedenti incarichi governativi come ministro degli esteri di Washington D.C., è subito suonata preoccupante in ambienti democratici ma soprattutto repubblicani. Tillerson, 64 anni, è infatti da più di quarant’anni dentro il colosso degli idrocarburi Exxon, dove ha scalato la compagnia da semplice ingegnere a ceo. Certamente, ha viaggiato per il mondo quanto e più di un Segretario di Stato attraverso ExxonMobil, visto che il gruppo è presente in oltre 50 paesi Russia compresa, ed è stato artefice di importanti operazioni come l’acquisto di XTO Energy nel 2009. Tanto per capire di quale caratura si tratti, basti sapere che nel 2015 il businessman – che è anche un boy scout convinto – ha guadagnato 27,3 milioni di dollari e attualmente possiede azioni di Exxon per un valore di quasi 240 milioni.

 

Ma a preoccupare i detrattori del presidente Trump non è certo la ricchezza personale del nuovo Segretario. Piuttosto, sono i legami di Tillerson con Mosca e la simpatia con il suo più importante cittadino, Vladimir Putin. Questo non solo perché l’unica sua dichiarazione sulla politica estera (2014) è stata critica nei confronti delle sanzioni e non solo per il fatto che la Exxon ha una joint venture con Rosneft, la compagnia petrolifera di proprietà in maggioranza del governo russo. Ma soprattutto per il rapporto personale che Tillerson può vantare col presidente russo, che nel 2013 gli ha conferito il premio “Ordine dell’Amicizia” per i progressi compiuti nel lavoro e la cooperazione tra i popoli. Ammesso che ciò sia un fatto negativo (lo ha ricevuto anche Placido Domingo, per dire). John Hamre, amministratore delegato di un think tank di cui Tillerson è consigliere, ha dichiarato in proposito “Tillerson ha passato più tempo con Putin di ogni altro americano, a eccezione di Kissinger”.

 

Sulle politiche estere che la nuova amministrazione inaugurerà il 20 gennaio prossimo, insomma, pesa come un macigno proprio l’avvicinamento al Cremlino, da molti giudicato un abbraccio mortale. Inoltre, la nomina di Tillerson nel pieno dello scontro tra Trump e la CIA – che ha aperto un’indagine su presunte intrusioni di hacker russi durante le elezioni presidenziali USA – non può che rinfocolare le polemiche. Ultime in ordine di tempo, quelle seguite alle parole di Putin stesso, giudicate da molti provocatorie: “il presidente eletto americano  si è detto pubblicamente a favore della normalizzazione dei rapporti russo-americani. Non possiamo non sostenerlo. Noi naturalmente siamo a favore di questo e, come ho già detto pubblicamente, capiamo che sarà un compito difficile tenendo conto del livello di degrado in cui si trovano adesso i rapporti russo-americani, ma noi siamo pronti a fare la nostra parte del percorso“.

 

0320_tillerson-putin_1024x576(Rex Tillerson con Vladimir Putin)

 

I repubblicani vecchio stile come John McCain, insomma, continuano a vedere rosso per la nomina del Segretario di Stato: “Quando arriva il premio all’amicizia da un macellaio, francamente, è un problema che penso debba essere esaminato. Ma questo non significa che dovremmo avere pregiudizi sul signor Tillerson” ha dichiarato a Fox News. Come lui, all’interno del GOP molti si aspettavano la scelta di Mitt Romney, già concorrente di Barack Obama nelle presidenziali 2012 (come McCain prima di lui), quale Segretario di Stato fedele al partito. Romney paga il fatto di aver definito Trump “un falso e un truffatore” (non esattamente il tipo di uomo che un presidente desidera avere accanto come segretario di stato) ma, con la classe che lo ha contraddistinto in altre occasioni, ha glissato sulla mancata nomina, definendosi onorato per la possibile candidatura e affermando di avere “grandi speranze che la nuova amministrazione porterà la nazione ad una maggiore forza, prosperità e pace”. Ma Donald Trump tira dritto: “Tillerson è un giocatore di classe mondiale” ha detto sempre a Fox News domenica scorsa “ed è a capo di una compagnia petrolifera che è praticamente il doppio della dimensione del suo concorrente più vicino”. Tanto basta.

Ora la palla passa al Campidoglio, dove il Senato potrebbe non approvare direttamente le scelte di Trump. Un’audizione ostile da parte repubblicana non azzopperebbe in maniera irreparabile l’inizio della sua presidenza, ma certo la farebbe cominciare in salita (un simile evento non capita dal 1989). Trump, come evidente, è abituato a tirare dritto e lo farà certamente anche stavolta. In ogni caso, il tycoon deve ancora tessere una fitta rete relazionale all’interno del partito dell’elefantino, che per parte sua deve soppesare gli equilibri tra un governo monocolore e l’antipatia per l’imprenditore, se vuole che la sua presidenza – ma soprattutto le sue riforme – decollino senza incontrare ostacoli.

 

Eppure, Tillerson potrebbe essere proprio il pontiere che il GOP stava cercando: non solo vanta ottimi rapporti e ingenti finanziamenti al Campidoglio ma, contrariamente a Trump, è sensibile alla questione dei cambiamenti climatici causati dall’uomo – la definisce  una questione “reale e seria”-, sostiene l’accordo di Parigi sul clima e si è detto favorevole al TTP. Durante la campagna elettorale, inoltre, non ha mai sostenuto il tycoon preferendogli invece Jeb Bush, che certo non nutre alcuna simpatia per The Donald. Rex Tillerson non è insomma uno yes man, ma una nomina di peso nel segno della discontinuità con l’establishment e della più audace politica trumpista. Al nuovo Segretario di Stato il compito di portare avanti la bandiera americana secondo lo schema più congeniale a Donald Trump, quello del fare profitto a ogni costo per rendere l’America “great again”.