CINA (PRC) -

Il crac cinese semina il panico nei mercati mondiali. L'Europa prova a reagire ma se non si oppone alle politiche restrittive imposte dalla Germania difficilmente riuscirà a riprendersi

A trader works at desk in front of DAX board at Frankfurt stock exchange

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Non è solo il crollo delle borse cinesi a tenere banco nel dibattito sull’andamento dell’economia globale. Gli occhi degli analisti sono infatti puntati anche sulla ripresa americana, che appare ancora incerta, e sul precario stato di salute dell’Eurozona.

 

Lunedi 24 agosto (il “lunedi nero” delle borse asiatiche), la Borsa di Shanghai ha perso ancora l’8,49% portando le perdite negli ultimi due mesi al 56% del listino, pari a una distruzione di ricchezza di 4.200 miliardi di dollari, anche se dall’inizio dell’anno la variazione del listino è nulla e soprattutto più che positiva se lo si confronta con quello di un anno fa (+48%). Ovviamente il contagio si è propagato alle altre borse determinando forti cadute dei listini asiatici (Tokyo -4,6%, Hong Kong -5,2%, etc.) e perdite per un controvalore di 2.700 miliardi di dollari. L’ondata ribassista si è immediatamente propagata alle altre borse inducendo perdite significative sui listini delle due sponde dell’Atlantico (Wall Street -3,55%, Nasdaq -3,82% e S&P 500 -3,9%), mentre nell’UE le perdite, ben più elevate, hanno raggiunto un controvalore di oltre 400 miliardi di euro.

 

Le borse mondiali nel loro complesso fanno registrare una perdita complessiva di oltre 8.000 miliardi di dollari dalla prima svalutazione dello yuan dell’11 agosto. I mercati finanziari asiatici sono caratterizzati da un’estrema volatilità dei listini che può distruggere ricchezze e risparmi in poche sedute. Martedì 25 agosto, mentre alcune borse asiatiche hanno segnato un rimbalzo in territorio positivo, in particolare le borse australiana e coreana, la borsa di Tokyo ha perso il 4% e quella di Shanghai per il quarto giorno consecutivo è stata negativa (-7,6%), determinando la caduta dello Stock Exchange Composite Index sotto quota 3.000. Tutto questo nonostante la Banca Centrale Cinese abbia immesso 23,4 miliardi di dollari nell’economia attraverso operazioni di riacquisto di titoli (REPO), annunciato una sorta di Quantitative Easing alla cinese e nonostante i Fondi Pensione cinesi siano stati autorizzati-sollecitati a investire nel mercato azionario.

 

Contemporaneamente si assiste alla caduta inarrestabile dei prezzi delle materie prime, ai minimi del 1999, e soprattutto del petrolio che ha raggiunto sul mercato americano (WTI) quotazioni inferiori ai 39 dollari al barile, con un dimezzamento del prezzo nell’anno, mentre il brent è quotato a 44 dollari al barile (prezzi del 2009).

 

Lo stallo dell’Eurozona

La pubblicazione dei verbali della riunione di luglio della Federal Reserve americana (FED) ha fatto crescere dubbi sull’intenzione della presidente Janet Yellen di mettere fine a metà settembre, come ci si aspettava, alla politica monetaria dei tassi zero, visto che l’obiettivo dell’inflazione al 2% appare attualmente inarrivabile.

 

Intanto nell’Eurozona le politiche fiscali restrittive continuano a mortificare la ripresa, determinando tassi di crescita decimali, e hanno fatto salire di nuovo la quotazione del dell’euro rispetto al dollaro (1,14 rispetto all’1,07 di aprile) e allo yen (139 contro i 126 di aprile), proprio mentre tutte le altre valute vengono svalutate, a cominciare dallo yuan cinese (-4,5%), dal rublo (-43%), dal rand sudafricano e finendo con la lira turca, nel tentativo di rilanciare le esportazioni e frenare la fuga di capitali, stimata attorno ai 1.000 miliardi di dollari nell’ultimo anno solo nei Paesi emergenti.

 

Tutte questi eventi hanno una causa comune: la crisi dei mutui subprime e la conseguente Grande Recessione che ha investito l’economia americana, prima, e quella dell’Eurozona poi. Come sappiamo, la reazione alla Grande Recessione è stata completamente diversa sulle due sponde dell’Atlantico: gli USA da subito hanno attuato politiche monetarie e fiscali espansive (anticicliche), viceversa la Germania ha imposto politiche monetarie e fiscali restrittive, conosciute come austerità espansiva (Alesina-Ardagna), di carattere pro-ciclico all’Eurozona.

 

Traders work at their screens in front of the German share price index DAX board at the stock exchange in Frankfurt

La borsa di Francoforte in Germania

 

I risultati sono incontestabili: gli USA hanno ripreso a crescere da subito (+2,5% la crescita attesa del PIL nel 2015), mentre nell’Eurozona, ad eccezione della Germania, molti Paesi hanno subito recessioni a doppio picco che hanno brutalmente ridotto il PIL, determinando perdite a due cifre (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, etc.). Attualmente, solo grazie alla politica monetaria espansiva (Quantitative Easing) della BCE, le stime dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) parlano di una crescita media dell’Eurozona attorno all’1%, dopo sette anni di crisi che hanno distrutto il tessuto produttivo della manifattura europea e fatto si che la percentuale di imprese, sopravvissute ma incapaci di raggiungere i livelli di fatturato del 2008, sia di oltre il 30% nel Regno Unito, il 35% in Francia e Italia e ben il 56% nella Spagna dei “miracoli dell’austerità”, il che spiega un tasso di disoccupazione del 23%, inferiore solo a quello della Grecia.

 

L’Eurozona dei sacrifici e dei tassi di disoccupazione a due cifre ha però l’invidiabile primato del surplus delle partite correnti, cioè il saldo netto tra esportazioni e importazioni, che ha raggiunto nel mese di giugno 25,4 miliardi di euro. Senonché di questo attivo, ben 24,4 miliardi di euro sono l’attivo della sola Germania e 3,5 il misero attivo dell’Italia, secondo performer europeo. Quindi, mentre la Germania si appresta a realizzare per il terzo anno consecutivo un attivo commerciale del 7% rispetto al PIL, l’Eurozona muore grazie alla cannibalizzazione tedesca e alle politiche di crescita basate sulla domanda esterna mondiale che, come visto, arranca. Moody’s prevede per i prossimi due anni una crescita mondiale compresa tra il 2,7% e il 3%, cioè ben sotto i tassi pre-crisi.

 

Il prezzo del petrolio

Questa situazione ha indotto i Paesi produttori di materie prime e di commodity a spingere sulla produzione che, in presenza di domanda mondiale limitata, ha determinato una caduta dei prezzi. Stesso discorso vale per il petrolio, che di fronte alle nuove tensioni tra USA e Russia e a quelle onnipresenti nel Medio-Oriente ha visto accrescere l’estrazione. Ciò è avvenuto grazie soprattutto a Stati Uniti (record della produzione da shale), Russia e OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) e ha determinato così un eccesso di offerta di 3 milioni di barili al giorno.

 

A general view of Tesoro's Los Angeles oil refinery in Los Angeles, CaliforniaUna raffineria di petrolio a Los Angeles

 

Considerando che entro l’anno dovrebbe concludersi l’embargo contro l’Iran, conseguenza dell’accordo sul nucleare, e che la riammissione della Repubblica Islamica al libero scambio già nel 2016 potrebbe far crescere di 4 milioni di barili al giorno l’offerta, le aspettative sul prezzo del petrolio e del gas non possono che essere ribassiste.

 

Le difficoltà dei Paesi emergenti

I Paesi emergenti si trovano ad affrontare una condizione molto difficile: da una parte per contrastare l’eccesso di produzione che comprime i prezzi attuano delle svalutazioni competitive delle valute, nella speranza di rianimare la domanda estera, dall’altra la svalutazione delle monete nazionali determina la crescita dei debiti in dollari. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), negli ultimi cinque anni il debito estero dei Paesi emergenti si è raddoppiato, raggiungendo i 4.500 miliardi di dollari. La conseguenza è la fuga di capitali e, quindi, le difficoltà a finanziare nuovi investimenti, ovvero riduzione ulteriore della domanda aggregata.