CINA (PRC) -

Lo Xinjiang è da tempo teatro di tensioni tra i cinesi di etnia Han e gli Uiguri. Pechino teme lo svilupparsi di una rete che colleghi i gruppi più radicali alle realtà del terrorismo internazionale

A frame from a video purportedly from the Turkistan Islamic Party (TIP), taken from the Internet, shows a man speaks in front of a black banner

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di Priscilla Inzerilli

In seguito agli attacchi al Radisson Blu Hotel di Bamako in Mali, che il 20 novembre hanno provocato 21 vittime, tra cui tre cittadini cinesi, Pechino ha invocato prudenza e una maggior presenza delle Nazioni Unite nell’ambito della lotta al terrorismo globale. Secondo il quotidiano cinese Global Times, “un’alleanza anti-terrorismo ha bisogno di essere formata all’interno di una struttura delle Nazioni Unite”, che dovrebbe realizzare “un piano anti-terrorismo coordinato”, con particolare rifermento alla minaccia dello Stato Islamico.

 

Il richiamo alla necessità di un’azione congiunta di carattere internazionale, è un elemento che porta a riflettere sulla possibilità che il governo cinese stia ripensando la propria strategia di sicurezza interna, nel tentativo di sensibilizzare la comunità internazionale nei confronti dei focolai di terrorismo che interessano la regione cinese dello Xinjiang.

 

Lo Xinjiang – noto anche come Turkestan Orientale – è un territorio della Cina occidentale ricco di giacimenti petroliferi, essenziali per soddisfare il crescente fabbisogno cinese di idrocarburi. La sua prossimità geografica con paesi come Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, India e Pakistan, lo rende inoltre un ponte strategico per l’accesso alle rotte energetiche oltrefrontiera. Il programma di sviluppo industriale, avviato in questa regione dal governo di Pechino negli anni Novanta, ha incentivato “l’esodo” dei cittadini cinesi Han – l’etnia maggioritaria in Cina – intensificando gli attriti tra questi ultimi e la minoranza musulmana turcofona degli Uiguri che abitano la regione.

 

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La serie di attentati terroristici avvenuti negli ultimi due decenni, a firma di gruppi di Uiguri estremisti che rivendicano l’indipendenza dal governo centrale, hanno causato l’inasprimento delle misure repressive, arrivando – dopo l’11 settempre 2001 – a veri e propri episodi di violazione dei diritti umani da parte delle autorità cinesi nei confronti dell’intera comunità uigura. Il governo cinese identifica nei cosiddetti “tre mali” (ovvero terrorismo, estremismo religioso e separatismo) le principali minacce per la stabilità della Nazione. Uno “standard” invero fortemente criticato dallo stesso Osservatorio per i diritti umani.

 

Il timore di Pechino è che i gruppi più violenti, come l’East Turkistan Islamic Movement (ETIM) - conosciuto anche come Turkistan Islamic Party (TIP, nella foto in apertura)  - stabiliscano contatti con realtà legate al terrorismo internazionale. Secondo il Ministero di pubblica sicurezza della Repubblica popolare cinese, sarebbero diverse centinaia gli individui che negli ultimi due anni hanno tentato di valicare illegalmente il confine, utilizzando il passaggio nel Sud-est asiatico per raggiungere la Turchia e di qui la Siria, con l’obiettivo di arruolarsi tra le fila dello Stato islamico.

 

Uighur ethnic men gather at a corner of a market in Kashgar, Xinjiang provinc

(Un gruppo di Uiguri a Kashgar, nella regione dello Xinjiang)

 

La preoccupazione per la possibile presenza sul territorio cinese di una rete terroristica di stampo internazionale è dimostrata anche dall’attenzione che le autorità riservano a organizzazioni come Hizb ut-Tahrir (o Partito della Liberazione), favorevole all’istituzione di un califfato pan-islamico, ma lontano dalle rivendicazioni regionali ed etniche degli Uiguri. Anch’esso fortemente presente nell’area dello Xinjiang, il gruppo è sospettato dalle autorità di Pechino di intrattenere rapporti con Al Qaeda e lo Stato Islamico, nonostante i suoi esponenti abbiano più volte sottolineato la natura non violenta del proprio proselitismo.

 

Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri, ha dichiarato in una recente conferenza stampa che la Cina è pronta a fornire “nuove proposte per assicurare la sicurezza dei cittadini e le istituzioni cinesi all’estero”. Interrogato sulla possibilità che la Cina stia considerando di abbandonare la sua classica politica di non-intervento, Hong ha chiarito che “la priorità sarà assicurare la sicurezza, i diritti e gli interessi dei cittadini cinesi” che vivono e lavorano all’estero, “specialmente”, ha concluso, “se si tiene conto dell’attuale minaccia terroristica”.