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La resa delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia non risolve tutti i problemi del Paese. La lotta per il controllo dei traffici di droga lasciati scoperti è già iniziata

COLOMBIA COCAINA

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di Maria Zuppello

 

Prima l’accordo di pace firmato lo scorso 26 settembre tra il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, e Rodrigo Londoño Echeverri, alias “Timochenko”, attuale leader delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), il gruppo guerrigliero più antico dell’America Latina.

 

Poi l’inizio della smobilitazione, con una lunghissima marcia, un fiume umano composto da oltre 6.000 guerriglieri che dopo 52 anni hanno finalmente deciso di deporre le armi. Una vera e propria “processione del cambiamento”, che lascia dietro di sé qualcosa come 280mila morti e quasi 7 milioni di “desplazados” (“sfollati”), costretti a fuggire dagli orrori del conflitto. In mezzo, dopo quattro anni di faticose negoziazioni, si sta tentando di costruire il futuro della Colombia. Non senza preoccupazioni.

 

Le nuove rotte del narcotraffico

Le FARC nella loro fase più recente si erano dedicate al narcotraffico per finanziarsi. A differenza degli anni Ottanta e Novanta, quando in Colombia i traffici di droga erano in mano al cartello di Medellin di Pablo Escobar e a quello di Cali, negli ultimi anni sono state proprio le FARC a produrre più cocaina, fornendo il 60% della polvere bianca che entra negli Stati Uniti. La loro smobilitazione genera adesso un vuoto di potere che presto porterà alla nascita di nuovi assetti che interesseranno non solo la Colombia ma tutto il continente latinoamericano.

 

Al contempo desta perplessità uno dei punti degli accordi di pace che rimanda al varo di un piano nazionale per sradicare vaste piantagioni di coca e riconvertirle a coltivazioni di frutta e cacao. I primi a dubitare della riuscita di questo piano sono gli stessi contadini che da vittime delle FARC – in questi cinquant’anni le violenze commesse dai guerriglieri sulle popolazioni locali assoggettate sono state atroci, dagli stupri ai sequestri – adesso si trovano i ribelli a capo di un progetto fondato sui principi dell’etica e della democrazia.

I gruppi esclusi dagli accordi

A tutto questo si aggiunge la difficoltà di contare al momento su un accordo di pace a 360 gradi. Mancano infatti all’appello i guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN), con cui solo ora si è cominciato a negoziare, l’Ejército Popular de Liberación (EPL), i paramilitari che non aderirono alla smobilitazione una decina d’anni fa (molti dei quali ex membri dell’esercito regolare riuniti in veri e propri squadroni della morte in funzione anti-guerriglia e a protezione degli interessi di latifondisti e multinazionali) e le BACRIM, acronimo che sta per “bande criminali”, la più potente delle quali è quella degli Urabeños. Tutti questi gruppi oggi si finanziano principalmente con il narcotraffico.

 

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Inoltre, quando sono cominciate le trattative di pace, uomini, donne e minori dediti alla guerriglia delle FARC erano a detta di molti analisti tra gli 8mila e i 10mila (alcuni hanno parlato addirittura di 17mila combattenti), mentre nei registri consegnati alle autorità da Timotchenko ci sono appena poco più di 6 mila nominativi.

 

Il timore è che, come già annunciato dal Frente numero 1 delle FARC, solo una parte dei guerriglieri abbandoni le armi, mentre gli altri continueranno a dedicarsi al narcotraffico, ingrossando le file degli altri gruppi non rientrati nell’accordo di pace.

 

Il rischio di una nuova guerriglia in Venezuela

Altro problema riguarda il vicino Venezuela: la questione è stata paventata già dopo la Decima Conferenza delle FARC nel settembre del 2016, l’ultima tenutasi in armi prima dell’agognato passaggio alla vita civile lo scorso autunno, quando è stato proposto di chiamare Movimento Bolivariano il futuro partito politico dei guerriglieri. Un chiaro riferimento all’ideologia chavista. Visto il confine poroso e violento tra Venezuela e Colombia – sia per il narcotraffico che per la presenza massiccia di uomini in armi – il rischio è che possa nascere una nuova guerriglia proprio in Venezuela, un Paese che dalla morte di Hugo Chavez nel 2013 attraversa una stagione sociale e politica tumultuosa, senza dimenticare che è qui che risiede la maggior comunità estera di rifugiati colombiani.

 

Venezuela's President Nicolas Maduro(Il presidente venezuelano Nicolas Maduro)

 

Quello tra le FARC e lo Stato colombiano è un conflitto “anti-storico” almeno dagli anni Ottanta, decennio a partire dal quale tutte le altre guerriglie latinoamericane deposero le armi per entrare nell’agone politico. Tutte meno due: quella colombiana e, in misura minore, quella peruviana di Sendero Luminoso.

 

Entrambe, ed è una probabile ragione della loro resistenza, hanno avuto un ruolo importante nella gestione dei due più grandi centri mondiali di produzione di cocaina presenti in Colombia e Perù. Un’eredità con cui adesso soprattutto la Colombia riappacificata di Juan Manuel Santos dovrà fare necessariamente i conti.

 

Dal blog Cronache Sudamericane