COLOMBIA -

L’intesa raggiunta a L’Avana il 23 settembre potrebbe porre fine a oltre cinquant’anni di conflitto armato. Ma il rischio, secondo l’opinione pubblica colombiana, è che tutto si risolva in una generale impunità

A man puts up a flag of the FARC before the news conference of Colombia's President Juan Manuel Santos, FARC rebel leader Rodrigo Londono, better known by the nom de guerre Timochenko and Cuba's President Raul Castro in Havana

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

La storica stretta di mano che il presidente colombiano Juan Manuel Santos e il leader delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) Rodrigo Londoño (noto come “Timochenko”) si sono scambiati lo scorso 23 settembre a L’Avana, potrebbe segnare la svolta decisiva nei negoziati di pace in Colombia.

 

Rispetto alle precedenti intese, questa volta i presupposti per porre fine al conflitto armato, che negli ultimi cinquant’anni ha provocato più di 200mila morti, sembrerebbero esserci tutti. A L’Avana sono infatti stati incastrati i tasselli che mancavano per arrivare alla firma di un accordo finale, fissata per il 23 marzo del 2016. Entro sessanta giorni da questa data le FARC si sono impegnate a consegnare tutte le armi in loro possesso.

 

Inoltre, è stata concordata la creazione di un tribunale speciale a cui spetterà il compito di fare luce sugli orrori di questo conflitto. Il Sistema Integral de Verdad, Justicia, Reparación y No Repetición, su cui è stato trovato l’accordo a Cuba, sarà formato da due organismi separati. La Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad, la Convivencia y la No Repetición si occuperà del risarcimento dei famigliari delle vittime di guerra. La Jurisdicción Especial de Paz sarà invece costituita da due camere: la Salas de Justicia e il Tribunal para la Paz, formato da giudici colombiani (in maggioranza) e stranieri e sulla cui composizione avranno voce in capitolo anche le FARC. Compito delle due camere sarà quello di emettere giudizi definitivi entro tre anni dal marzo del 2016.

 

Quest’ultimo è certamente il risultato più rilevante ottenuto in questa tornata delle trattative, con le FARC che si sono dichiarate pronte a rispondere delle loro responsabilità purché esse siano inquadrate nell’ottica di un conflitto in cui venga riconosciuto che a commettere crimini e atrocità sono stati anche membri dell’esercito regolare e gruppi paramilitari.

 

Il disarmo dei guerriglieri

Nonostante gli evidenti passi in avanti registrati, c’è attesa per conoscere la struttura del testo definitivo che dovrà essere firmato da qui ai prossimi sei mesi. Tra i punti dati per assodati c’è il disarmo dei guerriglieri, anche se non è ancora chiaro come questo passaggio verrà concretizzato. L’ipotesi più probabile è che le armi in possesso delle FARC vengano consegnate a un soggetto terzo incaricato della loro distruzione, ma ad oggi non si sa né dove né con quali tempistiche verrà portato a termine lo smaltimento. E non è un interrogativo da poter eludere, considerato che dovrebbe trattarsi di un ingente quantitativo di armi.

 

Cuba's President Raul Castro (C) reacts as Colombia's President Juan Manuel Santos (L) and FARC rebel leader Rodrigo Londono, better known by the nom de guerre Timochenko, shake hands in HavanaL’Avana, 23 settembre 2015. La storica stretta di mano tra il presidente Santos e il leader delle FARC Rodrigo Londoño

 

Il sistema di giudizio

L’altro tema spinoso conduce al sistema che verrà applicato per giudicare i colpevoli. Venire a capo di un conflitto così lungo, in cui finora sono stati riscontrati circa 38mila episodi criminosi commessi tanto dai guerriglieri (attualmente sono 16mila quelli sotto indagine) quanto da soldati e paramilitari, non sarà certamente semplice. A dividere, al momento, è soprattutto il metodo scelto per stabilire le pene che dovranno essere scontate dai colpevoli: da 5 a 8 anni per chi deciderà di collaborare, da scontare non in carcere ma effettuando lavori socialmente utili (l’impiego nei campi per la conversione delle piantagioni di cocaina, la bonifica dei territori minati, la realizzazione di opere pubbliche; fino a 20 anni di carcere per chi, invece, non confesserà i reati commessi; infine, l’amnistia per i reati politici.

 

In molti hanno espresso perplessità per questo metodo di giudizio, compreso il direttore della divisione delle Americhe di Human Right Watch, José Manuel Vivanco, secondo il quale con questi parametri centinaia di criminali non sconteranno nemmeno un giorno di carcere. Si verrebbe insomma a creare quello che l’editorialista de La Nacion Emilio Cárdenas ha definito un “grave problema di proporzionalità tra l’enorme gravità dei crimini commessi e la natura quasi simbolica delle sanzioni che verranno applicate”.

 

Anche questo è un punto chiave su cui dovrà essere fatta chiarezza in tempi brevi principalmente per due motivi. Questo sistema di giudizio dovrà infatti essere approvato non solo dalla Corte Costituzionale colombiana ma anche dalla Corte Penale Internazionale. Inoltre, si dovrà tenere conto del parere del popolo colombiano. Stando a dei recenti sondaggi citati sempre da La Nacion, l’81% dei colombiani intervistati si aspetta che chi verrà giudicato venga valutato in maniera obiettiva e rigida, pagando con il carcere se ha commesso crimini. Perché il rischio, sostiene la netta maggioranza dell’opinione pubblica colombiana, è che questa lunga guerra possa concludersi con una generale impunità. In vista di un possibile referendum, che potrebbe essere convocato per la ratifica dell’accordo, il governo non potrà non tenere conto di questo dato.

 

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Le richieste di estradizione degli USA

Altro nodo da sciogliere è riguarda le richieste di estradizione che gli Stati Uniti potrebbero presentare al governo colombiano nei confronti di quegli ex guerriglieri coinvolti in traffici di droga internazionali. È un rischio che le FARC non intendono correre ancora, considerato che già nel 2008, a seguito di una prima smobilitazione di massa di guerriglieri, alcuni di questi vennero consegnati alle autorità americane e da allora stanno scontando lunghe pene detentive.

 

Le sorti dell’ELN

Sullo sfondo resta da decifrare il trattamento che verrà riservato al secondo movimento guerrigliero più grande della Colombia, vale a dire l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).Ad oggi l’organizzazione conta ancora su circa 1.500 militanti, agli ordini di Nicolas Rodriguez Bautista (nome di battaglia “Gabino”). All’ombra dei negoziati de L’Avana, i vertici dell’ELN negli ultimi mesi hanno avviato colloqui esplorativi con il governo colombiano in Stati “amici” come l’Ecuador e il Venezuela. Nel momento in cui le FARC raggiungeranno un accordo definitivo con il governo di Santos, è possibile che all’ELN sarà concesso di accodarsi e di accettare le stesse condizioni. Ma questa è un’altra storia. Ciò che conta per la Colombia adesso è lasciarsi alle spalle la sfida più complicata, quella con le FARC.