COLOMBIA -

La vittoria del fronte del “no” non solo spegne gli entusiasmi per la storica intesa con i guerriglieri ma è anche una sconfitta politica per il presidente Santos

Colombia_FARC

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Con il 50,2% dei voti domenica 2 ottobre il popolo colombiano ha detto “no” all’accordo di pace con le FARC che era stato firmato lo scorso 26 settembre a Cartagena dal presidente Juan Manuel Santos e dal leader dei guerriglieri Rodrigo Londoño (detto Timochenko).

 

La corsa verso la vittoria del “sì” si è fermata al 49%, distanziata dal “no” di 63.000 preferenze. A pesare sull’esito del voto sono stati principalmente tre fattori, da cui emerge l’immagine di un Paese di fatto spaccato a metà. Il primo fattore è stato la distribuzione dei voti: i sì hanno prevalso soprattutto nelle aree costiere, dove gli strascichi del conflitto con le FARC si sono continuati a sentire anche negli ultimi anni; al centro, tanto nelle grandi aree urbane quanto nei villaggi rurali, dove la guerra da tempo non è più avvertita come un problema reale, ha invece prevalso il no.

 

Il secondo fattore è l’altissimo astensionismo: oltre il 60% degli aventi diritto non si è recato a votare, e di ciò ha approfittato il fronte del “no” per compattarsi attorno alla figura dell’ex presidente Alvaro Uribe e far leva sui timori e le paure di chi in questi anni di negoziati non ha mai creduto nella possibilità di arrivare alla pace con le FARC.

 

Il terzo fattore, infine, è stato prettamente politico. La vittoria del “no” è una vittoria di Uribe e, di conseguenza, una sconfitta per il presidente Santos. Battuto alle due ultime tornate elettorali – le politiche del 2014 e le regionali e municipali del 2015 – e impossibilitato dalla Costituzione a correre per un nuovo mandato alla guida del Paese, con il suo partito Centro Democratico Uribe si è comunque dimostrato in grado di poter ancora dire la sua, rimettendo così in discussione il proseguimento del mandato di Santos. Il campanello d’allarme non suona però solo per il presidente, ma più in generale per l’attuale classe politica e dirigente colombiana, accusata da buona parte dell’opinione pubblica di essere corrotta e di essersi lasciata prendere in “ostaggio” da un clientelismo capillare e ramificato a ogni livello dello Stato.

 

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(Il presidente Santos al momento del voto per il referendum)

 

Vincitori e vinti

Il contrasto tra questi opposti stati d’animo – da un lato chi voleva pace, dall’altro chi non ha voluto “fidarsi” delle FARC – era già emerso, d’altronde, nelle settimane che hanno preceduto il voto. Mentre a Cartagena i media internazionali contemplavano i simbolismi che hanno accompagnato lo storico accordo di pace (protagonisti dell’intesa e invitati vestiti di bianco, il colore della pace, e patto firmato con un baligrafo, ossia una pallottola trasformata in penna stilografica), nell’altra Colombia, quella cavalcata da Uribe, montava il dissenso. Molti non hanno accettato né l’amnistia concessa con troppa clemenza ai guerriglieri (oggi circa 6-7mila), né la “seconda vita politica” garantita ai leader delle FARC, i quali trasformando l’organizzazione paramilitare in un partito avrebbero potuto correre alle prossime elezioni legislative del 2018 con la certezza di aver già assicurati dieci seggi nel prossimo parlamento.

 

Alvaro Uribe
(L’ex presidente Alvaro Uribe)

 

Nel contestare questi termini dell’accordo, Uribe ha avuto più gioco facile del previsto lasciando passare un concetto rivelatosi incisivo: “La pace è qualcosa di emozionante – ha affermato – ma gli accordi raggiunti all’Avana sono deludenti. Vogliamo anche la pace, ma con standard più elevati di giustizia e di verità”. Lasciando filtrare questo messaggio tra i propri elettori, così come tra quelli scontenti del presidente Santos, Uribe ha fatto capire ai colombiani che con il “no” avrebbero potuto ottenere una rinegoziazione dell’intesa e, con essa, maggiori garanzie sul piano della sicurezza.

 

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(Il leader delle FARC Rodrigo Londoño)

 

Lo slogan alla fine ha funzionato, demolendo il “processo di modernizzazione” su cui la leadership delle FARC ha provato a fare leva soprattutto nelle ultime battute dei negoziati per farsi accettare dall’opinione pubblica interna una volta deposte le armi. I 600 kg di esplosivo consegnati nelle scorse settimane dai guerriglieri alle Nazioni Unite per essere stati distrutti non sono però serviti a invertire la tendenza del voto. Nè ha sortito l’effetto sperato la promessa di risarcire i famigliari delle vittime del conflitto consegnando allo Stato entro 180 giorni asset finanziari e patrimoniali dell’organizzazione.

 

Santos, dal canto proprio, ha provato in queste ore a reggere il colpo quantomeno sul piano mediatico. “Io non mi arrendo – ha dichiarato poco dopo aver appurato le dimensioni della sconfitta – continuerò a cercare la pace fino all’ultimo minuto del mio mandato”. Il cessate il fuoco su cui è in vigore un accordo con le FARC continuerà a essere rispettato come confermato dallo stesso Londoño. Ma il “no” ormai ha vinto e, come ha ben sintetizzato El País oggi, la Colombia viene nuovamente risucchiata in “un limbo di incertezza” e “nessuno adesso sa cosa accadrà esattamente”.