COREA DEL NORD -

Con il lancio di un missile balistico a 90 km dalla regione russa di Vladivostok il dittatore nordcoreano allarga pericolosamente il fronte dei suoi nemici. Il tempo della diplomazia si sta esaurendo

Kim Jong Un

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Con il lancio dell’ennesimo missile balistico, avvenuto domenica 14 maggio, il dittatore nordcoreano Kim Jong Un potrebbe aver compiuto un fatale errore strategico. Infatti, mentre durante i precedenti test missilistici gli ordigni erano caduti in mare nelle acque di fronte al Giappone, stavolta il razzo, denominato Hwasong 12, dopo un volo di meno di 30 minuti è caduto nel Mar del Giappone a poco più di 90 chilometri a sud della regione russa di Vladivostok.

 

«Questo missile è caduto così vicino al suolo russo, più vicino alla Russia che al Giappone, che il presidente immagina che la Russia non ne sia contenta», ha commentato la Casa Bianca in un comunicato diffuso poche ore dopo il nuovo lancio.

 

Le reazioni della Russia

In effetti, alla notizia dell’ultima provocazione di Kim Jong Un, Vladimir Putin, che ieri si trovava a Pechino per partecipare al Forum “Belt and Road for International Cooperation” sulla Nuova Via della Seta organizzato dal governo cinese, si è immediatamente incontrato con il presidente cinese Xi Jinping per discutere, come riferisce l’agenzia russa Interfax, «in modo molto dettagliato della situazione nella penisola nordcoreana».

 

PUTIN XI JINPING(Putin e Xi Jinping al Forum di Pechino sulla Nuova Via della Seta)

 

Il portavoce del Cremlino, Vladimir Peskov, ha aggiunto che Cina e Russia «hanno espresso preoccupazione per gli sviluppi della situazione (alla luce del nuovo esperimento balistico, ndr) e per la crescita della tensione». Il ministero della Difesa di Mosca ha comunque evitato ulteriori toni allarmistici commentando che il sistema russo di intercettazione antimissile ha tenuto sotto controllo il vettore coreano per 23 minuti, mentre i sistemi di difesa aerea venivano tenuti in condizione di combattimento.

 

Qual è la potenza del nuovo missile nordcoreano?

Secondo le prime analisi compiute dagli esperti militari, il nuovo missile nordcoreano potrebbe avere una gittata massima di 4.000 chilometri, non sufficiente perché lo si possa definire “intercontinentale” (la gittata dovrebbe infatti raggiungere i 6.000 km), ma capace invece di colpire le basi americane nel Pacifico, da Guam a Okinawa.

 

COREA NORD MISSILI

 

Per gettare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche e nel tentativo evidente, quanto incomprensibile, di far crescere la tensione internazionale, l’agenzia di stampa ufficiale della Corea del Nord KCNA ha specificato che «l’esperimento ha confermato che il nuovo missile è in grado di trasportare una testata nucleare di grandi dimensioni». Il dittatore di Pyongyang ha ammonito poi gli Stati Uniti che «se continueranno a provocare la Corea del Nord andranno incontro al peggior disastro della storia. Le minacce e le fanfaronate dei codardi militari americani se hanno effetto contro le nazioni che non hanno armi nucleari, non funzionano con la Corea del Nord».

 

Dialogo sempre più lontano

Parole violente che, oltre che a suscitare fondati dubbi sulla salute mentale di Kim Jong Un, riportano in alto mare le possibilità di un dialogo costruttivo per abbassare la tensione nella penisola coreana, possibilità rese più concrete dalla vittoria elettorale a Seoul del liberale Moon Jae In, che il 9 maggio scorso si era aggiudicato la presidenza della Repubblica della Corea del Sud con un programma pacifista che metteva in primo piano la ripresa dei colloqui di pace con i bellicosi vicini del Nord.

 

Il neo presidente sudcoreano ha reagito al test del 14 maggio definendo la mossa di Pyongyang «molto spiacevole», aggiungendo che Seoul «tiene aperta la porta del dialogo con la Corea del Nord ma è pronta a reagire con decisione di fronte alle provocazioni nordcoreane» e disponendo un rafforzamento dei sistemi di difesa antimissile.

  Tillerson_Haley(Il segretario di Stato USA Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Haley)

 

Dopo le recenti aperture di Donald Trump, che nei giorni scorsi si era spinto a dichiarare pubblicamente che si sarebbe sentito «onorato» di incontrare il dittatore nordcoreano, si era registrata una timida apertura positiva anche da parte di Pyongyang.

 

Sabato 13 maggio, infatti, a poche ore dal test missilistico, un alto funzionario del ministero degli Esteri della Corea del Nord, la signora Choi Sun Hee, su disposizione dell’Amata Guida (come vuole essere chiamato Kim Jong Un), aveva dichiarato che il suo governo avrebbe gradito un incontro con l’Amministrazione Trump ma «a determinate condizioni».

 

Il lancio del nuovo missile e le minacce esplicite agli Stati Uniti rendono adesso molto difficile l’inizio delle trattative, mentre anche Pechino – che da settant’anni difende l’integrità della Corea del Nord – comincia a stancarsi del suo lunatico alleato. «La Cina disapprova decisamente il programma di riarmo missilistico della Corea del Nord che è contrario alle risoluzioni delle Nazioni Unite», ha dichiarato in un comunicato ufficiale il ministero degli Esteri di Pechino dopo l’esperimento balistico.

 

Il comportamento di Kim Jong Un è difficile da decifrare. Forse ha ragione l’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley, quando sostiene che per spiegare le mosse del dittatore nordcoreano è necessario «entrare nella testa di Kim Jong Un che vive in uno stato di paranoia». Paranoia o meno, con le ultime minacce nucleari agli Stati Uniti e con un missile lanciato nelle vicinanze delle coste russe, per Kim sembra avvicinarsi il momento in cui si sarà circondato di troppi nemici contemporaneamente per evitare di essere attaccato. In questa condizione, se Pechino decidesse di togliergli ogni appoggio, la sua paranoia potrebbe essere curata solo con una robusta dose di “medicina militare”.

di Alfredo Mantici