CUBA -

Così come una partita di ping pong segnò l’apertura delle relazioni tra USA e Cina nel 1972, allo stesso modo un match di baseball ufficializza adesso il disgelo tra Washington e L’Avana

Members of the Cuba's baseball national team take part in a training session in San Jose de las Lajas, Mayabeque province

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di Alfredo Mantici

Mentre la visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Cuba si avvia verso la conclusione, si possono iniziare a trarre alcune riflessioni sull’esito della riapertura del dialogo tra Washington e l’Avana. Si dice, giustamente, che nelle relazioni internazionali la forma è sostanza. Quando si incontrano due statisti tecnicamente “nemici” le parole, le forme dell’accoglienza e addirittura il linguaggio del corpo (ricordate i sorrisini di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel a proposito dell’ex premier italiano Silvio Berlusconi al vertice di Nizza del 2011?) contano, eccome.

 

Stando a questi segnali e alla luce del comportamento dei due leader nel corso della conferenza stampa di ieri lunedì 21 marzo, al di là delle dichiarazioni e delle battute educatamente polemiche, il vertice Cuba-USA è stato un successo politico e diplomatico. Le differenze tra i due Paesi e tra i due sistemi restano ma non sembrano più tali da giustificare la prosecuzione di uno stato di conflitto che dura da oltre cinquant’anni.

 

Non dimentichiamo che la rottura delle relazioni diplomatiche e una dichiarazione di embargo totale nelle relazioni tra nazioni sono mosse che si collocano appena al di sotto di una dichiarazione di guerra. Ebbene Cuba è stata per oltre mezzo secolo, e in parte lo è ancora, sotto embargo da parte del potente vicino americano e i rapporti diplomatici tra Washington e L’Avana sono state riallacciati soltanto nel 2014.

 

Per questi motivi il dialogo tra Raul Castro e Barack Obama di fronte ai rappresentati della stampa di tutto il mondo può essere ben definitivo come un passo avanti sostanziale, e forse irreversibile, nel ristabilimento di condizioni di pace e di convivenza accettabili tra americani e cubani.

 

A photograph of Cuba's former President Fidel Castro decorates a wall inside a state's run market as Yorquis Camacho, 39, waits for customers, Havana

 (L’Avana)

 

Certo, parlando di forma e di sostanza, non si può non sottolineare il rifiuto dello storico “Lider Maximo” della rivoluzione cubana, Fidel Castro, di incontrare il presidente Obama. Forse hanno pesato le condizioni di salute dell’ex dittatore ormai novantenne, ma più probabilmente il combattivo vincitore della rivoluzione del 1959 ha voluto sottolineare che non dimentica i numerosi tentativi di assassinio ai suoi danni organizzati dalla CIA americana in collaborazione con la mafia e la tentata invasione dell’Isola del 1961 sempre architettata, con il consenso dell’Amministrazione Kennedy, dal servizio segreto americano. Il mancato incontro tra Obama e Castro getta quindi un’ombra sulla visita, ma restano molte luci che influiranno positivamente sul riavvicinamento tra i due (ex) nemici.

 

I discorsi di Obama e Raul Castro 

Durante la conferenza stampa le differenti posizioni sono emerse chiaramente. I due capi di Stato si sono garbatamente rinfacciati le manchevolezze dei rispettivi sistemi politici. Il presidente Obama, nel promettere una progressiva e totale abrogazione dell’embargo economico, ha sottolineato di voler parlare “francamente […] della questione dei diritti civili e politici a Cuba”. Infatti, “il nostro punto di partenza è che abbiamo differenti sistemi e alle nostre spalle ci sono decenni di profonde differenze […] ma anche se la strada che dobbiamo percorrere non è facile, per fortuna non dobbiamo nuotare insieme agli squali per raggiungere gli obiettivi che ci siamo assegnati”.

 

U.S. President Barack Obama and Cuban President Raul Castro gesture after a news conference as part of Obama's three-day visit to Cuba, in Havana

(L’Avana, 21 marzo 2016: lo storico incontro tra Barack Obama e Raul Castro)

 

Raul Castro, con altrettanta franchezza, ha ribadito che a Cuba vengono assicurati a tutta la popolazione dei diritti fondamentali quali l’assistenza sanitaria gratuita e totale per tutti, il diritto allo studio generalizzato e un pari trattamento economico per le donne che lavorano senza discriminazioni salariali nei confronti dei maschi. Si tratta di tre argomenti sensibili rispetto ai quali gli Stati Uniti non possono che trovarsi in imbarazzo viste le difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria da parte degli americani meno abbienti, esclusi anche da un’accettabile educazione scolastica, e la perdurante discriminazione economica delle donne che lavorano. Comunque per il presidente cubano da questo incontro “verranno benefici non soltanto per Cuba e per gli Stati Uniti ma per tutto il continente americano”.

 

Nella serata di martedì 22 marzo, il presidente americano concluderà la sua visita all’Avana assistendo alla partita di baseball tra la squadra americana dei Tampa Ray Boys e la nazionale cubana. Anche in questo caso forse la forma ha superato la sostanza. Nel 1972 l’incontro tra il presidente americano Richard Nixon e il presidente della Cina comunista , Mao Ze Dong, che segnò l’apertura delle relazioni tra i rispettivi Paesi, venne favorito e sottolineato da un incontro delle due nazionali di ping pong.

 

Dalla “diplomazia del ping pong” alla “diplomazia del baseball”. Come nel caso dei rapporti con la Cina, per quel che riguarda Cuba – che ha uno standard di rispetto (o di non rispetto) della libertà politica o di parola certamente non inferiore a quello della Turchia di Erdogan, membro della NATO – il percorso per una pacificazione sembra segnato, spinto anche da importanti settori produttivi americani che mostrano grande interesse a una stabilizzazione economica di tutta l’area caraibica, all’insegna dell’antico detto secondo il quale “ dove arrivano le merci, non passano i soldati”.