TURCHIA -

Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia. I curdi sono un popolo “incastrato” all’interno di questi Paesi. Dopo la guerra allo Stato Islamico potrebbero avere un futuro unito, se la politica e la lungimiranza prevarranno sulle armi

Turkish Kurds watch the Syrian town of Kobani from near the Mursitpinar border crossing

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I curdi sono un’etnia che abita le regioni montuose a cavallo tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia. Spesso ci si riferisce al loro territorio con espressioni come “enclave” e “regione autonoma” oppure usiamo il termine “Kurdistan” associato a uno di questi quattro Paesi. Mai una volta, invece, abbiamo sentito la parola “Stato curdo” perché il Kurdistan non è uno Stato. Ed è proprio questo il problema, il dramma se vogliamo, che attanaglia questa popolazione.

 

I curdi sono in totale circa 30 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive all’interno del territorio turco, e costituiscono il quarto gruppo etnico in Medio Oriente. La loro storia è caratterizzata da nomadismo: storicamente i curdi erano pastori erranti che pascolavano per le pianure della Mesopotamia e gli altopiani che vanno dalla Turchia sud-orientale fino all’area sud-occidentale dell’Armenia.

 

I curdi non hanno una vera e propria lingua né un’unica religione, sebbene per la maggior parte siano musulmani sunniti. Non avendo una propria patria, hanno però l’esigenza di crearla. Da cui il Kurdistan, che vorrebbe essere uno Stato indipendente e farsi spazio tra questi Paesi. I curdi, invece, sono rimasti “incastrati” dopo la prima guerra mondiale, con la sconfitta dell’Impero Ottomano, quando gli alleati occidentali, vincitori della guerra, previdero la creazione di uno stato curdo (nel Trattato di Sèvres del 1920) ma poi dimenticarono di dargli sostanza.

 

Così, le varie enclave curde reclamano da allora l’indipendenza – ma si accontenterebbero anche di federazioni e vere autonomie regionali – e costituiscono un problema politico per ciascuno dei Paesi in cui abitano. La popolazione curda non è stata esente da persecuzioni e massacri.

 

I curdi in Turchia

 

In Turchia, dove abita oltre il 20% della popolazione curda totale, le rivolte iniziarono già negli anni Venti del Novecento e col tempo nomi e costumi curdi furono vietati, l’uso della lingua venne limitato e all’identità etnica curda si preferì il termine tolkeniano “Turchi delle montagne”.

 

Negli anni Settanta, fu Abdullah Ocalan a radicalizzare le posizioni curde e a costituire nel 1978 il PKK, partito che iniziò la lotta armata contro la Turchia ma non ottenne altro che 40mila morti, migliaia di profughi e il carcere per Ocalan. Nel 2012 sono iniziati i colloqui di pace e la contemporanea tregua. Ma il PKK ha mantenuto armi e contiguità con altri gruppi curdi armati, come il YPG, le unità di protezione popolare che al momento combattono soprattutto lo Stato Islamico in Siria.

I curdi in Siria

 

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In Siria, i curdi rappresentano tra il 7% e il 10% della popolazione totale, la maggior parte vive nelle due più grandi città, Damasco e Aleppo, e nelle aree settentrionali, come dimostra Kobane. Per i curdi della Siria, la vita non è stata facile, dato che dal 1960 gli vengono negati molti diritti e persino la cittadinanza dal 1960.

 

Le terre curde, di conseguenza, sono state confiscate e redistribuite alle popolazioni arabe, in un tentativo di “arabizzazione” delle regioni curde ad opera della famiglia degli Assad. Anche per questo motivo, i curdi siriani lottano per deporre il regime di Bashar Al Assad e ottenere l’indipendenza una volta finita la guerra.

 

Allo stesso tempo, le unità di protezione popolare (YPG) lottano anche contro i jihadisti in Siria già dal 2013, consapevoli che chi sostituirà Assad – fosse lo Stato Islamico o altri gruppi ribelli – non sembra intenzionato a concedere loro maggior spazio dei predecessori. Nel frattempo, i curdi siriani stanno sperimentando forme di autonomia amministrativa locale, come a Rojava, che potrebbe diventare il modello al quale riferirsi per un futuro Stato.

 

I curdi in Iraq

 

I curdi iracheni rappresentano tra il 15% e il 20% della popolazione. In Iraq, i curdi ebbero sin dall’inizio più diritti ma subirono poi una violenta repressione. Ribellatisi al mancato riconoscimento post-bellico, nel 1946 formarono il KDP, Partito Democratico del Kurdistan, che sotto la guida di Mustafa Barzani iniziò a rivendicare anzitutto maggiore autonomia. Nel 1961 iniziò la lotta armata.

 

Il Kurdistan iracheno oggi è di fatto una regione autonoma – lo dimostra la resistenza allo Stato Islamico intorno a Kirkuk – ma al tempo di Saddam Hussein non lo era e i curdi pagarono con la vita la vendita del petrolio, di cui la regione è ricca, all’Iran durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988).

 

Saddam Hussein, infatti, si vendicò con brutalità sulla popolazione curda e arrivò a usare armi chimiche sulla città di Halabja. A metà anni Settanta, le divisioni all’interno del KDP portarono il partito a una divisione che vide nascere il PUK, l’Unione Patriottica del Kurdistan guidata da Jalal Talabani, divenuto presidente iracheno dal 2005 al 2014.

 

I dissidi tra KDP e PUK porteranno i curdi iracheni a una lotta intestina a metà degli anni Novanta, dopo la guerra del Golfo del 1991, che vide il primo intervento americano contro il dittatore Saddam Hussein. Rovesciato definitivamente Saddam nel 2003, i curdi hanno goduto di crescenti diritti e oggi hanno un governo regionale del Kurdistan, che amministra le tre province di Dohuk, Irbil e Sulaimaniya.

 

Stranamente, la Turchia ha accettato di buon grado la costituzione del “Kurdistan iracheno” che, pur essendo nominalmente regione autonoma, è di fatto uno Stato curdo indipendente da Baghdad, dove gli investimenti turchi, con il loro 56%, superano quelli di qualsiasi altro Paese.

 

I curdi in Iran

 

In Iran, i curdi rappresentano l’11% della popolazione. Nel 1946 il KDPI (Kurdish Democratic Party in Iran) stabilì la Repubblica di Mahabad, nell’Iran occidentale con l’appoggio dell’Unione Sovietica, ma il progetto fallì nel giro di un anno per le resistenze iraniane e vent’anni dopo si aprì una fase di aperta ribellione a fasi alterne, che perdura tutt’oggi. La Repubblica Islamica dell’Iran non ha risposto con la stessa brutalità vista negli altri Paesi alla lotta contro i curdi, ma la situazione è lontana da una soluzione. Anche se oggi, con la minaccia dello Stato Islamico, Teheran guarda con crescente favore all’operosità dei soldati Peshmerga che combattono lo Stato Islamico.

 

Come emerge dalla loro storia, i curdi hanno aspettato decenni prima di ottenere uno Stato indipendente e forse mai come oggi sono vicini a quell’obiettivo. Se e quando lo Stato Islamico sarà sconfitto, la ricostruzione post-bellica in Siria e Iraq dovrà passare anche per il riconoscimento del Kurdistan. Una soluzione politica difficilissima, che Turchia e Iran in particolare dovranno ponderare, ma che difficilmente vorranno concedere, viste le porzioni di territorio che dovrebbero cedere e le immense ricchezze petrolifere controllate dai curdi.

(Articolo pubblicato il 23 ottobre 2014)