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La Casa Bianca contro le corti federali. I repubblicani contro se stessi e i peana dei democratici che non si rassegnano alla sconfitta. La politica americana rischia il corto circuito

President Donald Trump reacts as he hosts a Greek Independence Day celebration at the East room of the White House in Washington

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di Alfredo Mantici

 

Era opinione comune di tutti gli osservatori delle vicende americane che l’avvio dell’amministrazione della nuova presidenza Trump non sarebbe stata una facile passeggiata per il nuovo inquilino della Casa Bianca. Dopo le feroci polemiche che hanno segnato la campagna elettorale, una delle più accese dell’ultimo secolo, era facile prevedere che in questo caso non ci sarebbe stata nessuna luna di miele tra il neopresidente, il congresso, la stampa e quella metà dell’opinione pubblica americana, che si era schierata con Hillary Clinton rifiutando poi di accettare il verdetto delle urne.

 

I primi giorni dopo l’insediamento sono stati segnati da manifestazioni popolari di dissenso contro Trump quali raramente si sono viste in passato, neanche quando sussistevano fondati dubbi sulla legittimità dell’esito elettorale (come nel 2000 dopo la contestata vittoria di George W. Bush contro Al Gore).

 

 

Ora la reazione popolare sembra essersi calmata o almeno essersi trasferita dalle strade ai social network. Ma non per questo il cammino della nuova amministrazione si è rivelato più facile. Nell’ultimo sondaggio Gallup, pubblicato il 27 marzo, la popolarità di Donald Trump sembra crollata al 36%, il livello più basso raggiunto durante la sua breve presidenza.

 

Tutto il sistema dei media, dalla carta stampata alle televisioni e ai blog, è nella stragrande maggioranza schierato su posizioni ferocemente critiche nei confronti del presidente e delle sue iniziative politiche, sintetizzate in una raffica di executive orders attraverso i quali Trump ha tentato fin dal primo giorno dopo il suo insediamento di tradurre in realtà le sue promesse elettorali.

 

U.S. Attorney General Jeff Sessions speaks at a news conference in Washington(Il ministro della Giustizia Jeff Sessions)

 

I giudici contro

 

Ma non è l’ostilità del sistema mediatico l’unico problema dell’amministrazione. Il “muslim ban”, il decreto che limita fortemente l’ingresso negli Stati Uniti da parte di immigrati o rifugiati provenienti da sette stati africani o mediorientali, è stato bloccato per due volte per iniziativa di giudici federali, mentre il tentativo di riformare il sistema di assistenza sanitaria nazionale varato dal suo predecessore, noto come “Obamacare”, è clamorosamente fallito per la manifesta incapacità del partito repubblicano di far valere la propria maggioranza in ambedue i rami del Congresso.

 

Sotto la lente della magistratura federale è finita anche la direttiva con la quale l’Attorney general, il ministro della giustizia James Session, si proponeva di tagliare i fondi federali a quelle municipalità, le cosiddette “città santuario”, che continuano a garantire assistenza pubblica agli immigrati clandestini. Session non ha fatto in tempo ad annunciare la nuova iniziativa il 27 marzo, che il 29 marzo un giudice federale di Seattle, una delle sanctuary city nel mirino di Trump, ha aperto un procedimento formale per dichiararne l’incostituzionalità.

 

Bisogna ammettere che Donald Trump non sembra essere stato particolarmente intimidito dai clamori e dalle proteste suscitati dai suoi interventi, visto che il 28 marzo si è presentato davanti alle telecamere, affiancato da un gruppo di muscolosi minatori della West Virginia, per firmare pubblicamente un ordine esecutivo che cancella le restrizioni all’estrazione del carbone dalle miniere e al suo uso industriale (precedentemente stabilite da Obama per limitare le emissioni e il riscaldamento globale).

 

Trump si è sempre dichiarato scettico in materia di difesa dell’ambiente, sostenendo in campagna elettorale che le restrizioni all’uso del carbone imposte dai protocolli ambientali internazionale danneggiavano l’economia americana, provocando una costante emorragia di posti di lavoro. Con questo provvedimento, ha dichiarato il presidente «la mia amministrazione mette fine alla guerra al carbone Da ora in poi avremo carbone pulito e sicuro».

 

USA-Today-Trump-told-Russia-has-dirt-on-him-VIDEO(Le accuse di Usa Today hanno fatto il giro del mondo)

 

L’attacco di Usa Today

 

Se forse è finita la “guerra al carbone”, per Trump tuttavia non è finita quella sui fronti mediatico e congressuale sul tema spinoso dei rapporti intrattenuti con la Russia nel passato recente da lui stesso o da suoi stretti collaboratori. Il più diffuso quotidiano americano, Usa Today, sul numero del 28 marzo ha pubblicato i risultati di una lunga inchiesta di un team di giornalisti sulle relazioni tenute dal Trump imprenditore negli anni duemila con industriali e oligarchi russi – alcuni dei quali sospettati di legami con ambienti del crimine organizzato – per espandere la sua rete di affari nell’ex Unione Sovietica.

 

Una delle scoperte potenzialmente più imbarazzanti per Trump fatte dai cronisti di Usa Today illumina, o meglio mette in una pessima luce, i rapporti dell’allora immobiliarista newyorkese con Felix Sater, immigrato russo con precedenti penali per tentato omicidio e riciclaggio, che nel 2007 esibiva un biglietto da visita che lo qualificava come senior advisor (consulente ad alto livello) della Trump Organization.

 

L’inchiesta di Usa Today si diffonde su tutti i legami, veri o presunti, di Trump con la Russia dagli anni Novanta fino al 2015 e potrebbe recare ulteriore danno all’immagine di un presidente che anche nel Congresso viene sospettato di essere stato attivamente sostenuto da Vladimir Putin nella sua corsa alla Casa Bianca. Donald Trump ha immediatamente reagito a modo suo, e cioè con un tweet, alle accuse del giornale, pubblicando in rete un’esplicita accusa contro Bill e Hillary Clinton: «Perché il Comitato d’intelligence della Camera dei rappresentanti non dà uno sguardo all’accordo voluto da Hillary e Bill per una grossa esportazione di uranio verso la Russia?».

 

FILE PHOTO: Russia's President Putin makes his annual New Year address to the nation in Moscow(Vladimir Putin, una presenza scomoda)

 

Fake news!

 

Trump ha puntato il dito contro i Clinton per le notizie pubblicate dal New York Times nell’aprile 2015, e mai smentite, circa un finanziamento russo di oltre 2 milioni di dollari a favore della Clinton Foundation, versati proprio mentre l’Agenzia russa per l’energia atomica cercava di acquisire il controllo di una compagnia che gestiva il 20% dell’uranio prodotto negli Stati Uniti, e mentre Bill Clinton teneva a Mosca una conferenza sponsorizzata da una banca di investimenti ritenuta vicina al Cremlino, dietro compenso di 500mila dollari.

 

Il dossier della “Russia connection” si arricchirà con il suo prevedibile corredo di polemiche sanguinose nei prossimi giorni, quando la Commissione intelligence del Senato ascolterà la testimonianza di Jared Kushner, genero del presidente e suo ascoltato consigliere di gabinetto, in merito a un suo presunto incontro – avvenuto subito dopo le elezioni dello scorso novembre – con il presidente di una banca di Stato russa, iscritta nell’elenco delle istituzioni sottoposte a sanzioni dopo l’annessione della Crimea.

 

Accuse, controaccuse, veleni e rivelazioni sono, insomma, all’ordine del giorno nella politica americana. La domanda che viene spontanea porsi da questa parte dell’oceano è: fino a quando la prima superpotenza mondiale potrà permettersi un tasso d’instabilità interna e di ingovernabilità così elevato?