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Con Donald Trump alla Casa Bianca i trattati economici che legano gli USA ai partner internazionali potrebbero subire delle importanti modifiche. A trarne vantaggio potrebbe essere la Cina

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di Priscilla Inzerilli

Nei due mesi che separano Donald J. Trump dal suo effettivo insediamento alla Casa Bianca, in programma il 20 gennaio del 2017, sarà possibile avere maggiore chiarezza su quali punti della roboante campagna elettorale condotta dal tycoon newyorchese verranno effettivamente approfonditi e messi in atto.

 

Già in una delle sue prime interviste rilasciata al quotidiano Wall Street Journal nelle vesti di neo presidente, Trump ha mostrato toni ben più stemperati rispetto a una serie di argomenti, affermando, ad esempio, la volontà di salvare almeno una parte della Obamacare, la riforma sanitaria approvata dal presidente uscente Barack Obama nel 2010 e che “The Donald” aveva giurato di abolire durante la sua campagna elettorale.

 

Il futuro dei trattati TTP, TTIP e NAFTA

Tra gli argomenti su cui il nuovo presidente degli USA non sembra invece intenzionato a compiere alcun passo indietro, almeno per il momento, vi è la definitiva retromarcia sul Trans Pacific Partnership (TPP), l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e gli 11 paesi dell’anello del Pacifico: Canada, Messico, Australia, Cile, Brunei, Giappone, Malesia, Nuova Zealanda, Perù, Singapore e Vietnam.

 

Il destino del TTP, la cui ratifica definitiva ha costituito una delle maggiori preoccupazioni del presidente Obama nei suoi ultimi mesi di mandato, è riposto ora nelle mani di Trump e del suo nuovo staff, che ha prontamente ammonito l’ex inquilino della Casa Bianca di sospendere gli sforzi per far approvare l’accordo al Congresso e di non assumere alcun tipo di iniziativa rilevante in politica estera nel corso del periodo di transizione, affinchè si eviti di “inviare segnali contrastanti” ai potenziali partner esteri.

 

TPP

 

“Uno stupro del nostro Paese”, così Trump aveva definito la scorsa estate il TTP, pilastro di quel “pivot to Asia” così fortemente perseguito dall’amministrazione Obama, tanto da sviare l’attenzione dalla polveriera mediorientale. “È una parola dura – disse all’epoca il tycoon – ma di questo si tratta, uno stupro del nostro Paese”. Accordi come il TPP, ha poi detto Trump in un’altra occasione, rappresentano un pericolo poiché creano “una nuova commissione internazionale che prende decisioni sulle quali il popolo americano non può porre alcun veto”.

 

Secondo Trump per gli Stati Uniti “è tempo di dichiarare ancora una volta la nostra indipendenza economica”. Nel lanciare questo appello il nuovo presidente è tornato a strizzare l’occhio all’esito del voto sulla Brexit, grazie al quale a suo modo di vedere gli “amici britannici” hanno riconquistato l’autonomia economica e politica.

 

Dunque, con Trump presidente il percorso tracciato da Obama per l’approvazione del TPP potrebbe giungere al capolinea. Così come ci sono molte incertezze sulla piega che prenderanno le trattative per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) su cui stanno lavorando Stati Uniti e Unione Europea.

 

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 (Grafico ilcartello.eu)

Ma non finisce qui: a subire i contraccolpi del neo-protezionismo trumpiano potrebbero essere anche gli accordi di libero scambio già in vigore, come quello tra Stati Uniti, Messico e Canada (North American Free Trade Agreement, o NAFTA), definito da Trump come “il peggior accordo commerciale nella storia del Paese”.

 

I futuri rapporti con la Cina

Con Trump alla presidenza degli USA restano da decifrare anche i rapporti con la Cina, accusata in campagna elettorale dal candidato repubblicano di essere una “manipolatrice di valuta”. Alla fine, a trarre profitto dalle politiche protezionistiche americane potrebbe essere però proprio il gigante asiatico.

 

Con lo stop definitivo alle trattative sul TPP, dalle quali la Cina è sempre rimasta implicitamente esclusa, a dominare la scena economica asiatica rimarrebbe infatti solo la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo di libero scambio tra Pechino, gli stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) e altri Paesi, come l’Australia, l’India, il Giappone e la Corea del Sud, che rappresentano i principali partner commerciali e alleati strategici degli Stati Uniti in Asia.