STATI UNITI D'AMERICA -

La soluzione scelta da Trump per la cessione del suo impero, il parere contrario dell’Ufficio per l’Etica, i precedenti storici e cosa dice la Costituzione in merito a una sempre più rilevante controversia politica

Donald Trump

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Dopo che il direttore dell’Ufficio governativo per l’Etica, Walter Shaub Jr, ha criticato il piano del presidente eletto per evitare il conflitto d’interesse, la delicata questione è tornata in primo piano, surclassando persino la boutade sulle supposte ingerenze russe nell’elezione di Donald Trump. A differenza delle illazioni sul ruolo di Mosca e sulla vicinanza di Putin con il tycoon, basate più su supposizioni che su fatti concreti, il caso del conflitto d’interessi è invece una questione dirimente per l’intera politica americana e potrebbe alimentare una tempesta che già da settimane avvolge Washington D.C. e il Campidoglio.

 

Come noto, Donald J. Trump è proprietario della Trump Organization, una società ombrello che controlla le numerose attività commerciali di un impero di famiglia, fatto principalmente di immobili, hotel e resort in America e nel resto del mondo, il cui valore è stimato in una decina di miliardi di dollari. Con la nomina a presidente, Trump è obbligato a passare la mano in ottemperanza alla clausola emolument clause prevista dalla Costituzione americana. Perciò, ha deciso di affidare ai figli l’intera gestione patrimoniale della Trump Organization. Uno dei suoi avvocati, Sherri Dillon, ha confermato che il management dell’organizzazione passerà ai figli Don ed Eric, e al capo dell’ufficio finanziario, Allen Weisselberg.

 

Cos’è il blind trust

Ma questo non sembra bastare al capo dell’Ufficio governativo per l’etica (e ai suoi numerosi detrattori), che ha criticato la strada scelta del presidente eletto per sottrarsi al conflitto d’interesse affermando che “non rispetta gli standard americani”. L’Ufficio, tra le righe, fa intendere che sarebbe stato preferibile optare per un “blind trust”, ovvero affidare l’amministrazione del gruppo d’imprese a persone differenti dal proprietario o dall’azionista di maggioranza, senza vincoli di parentela. Con il blind trust, infatti, d’ora in avanti gli affari delle sue società sarebbero sconosciuti a Trump, che di conseguenza non potrebbe disporre del patrimonio aziendale né vedrebbe influenzate le sue scelte politiche in base agli interessi societari.

 

TRUMP ORGANIZATION(La home page del sito della Trump Organization)

 

Il trust è un istituto nato specificamente nei Paesi che seguono la Common law, secondo cui il soggetto disponente (settlor) pone i propri beni sotto il controllo di un gestore (denominato trustee) nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico, comportando la cosiddetta segregazione patrimoniale, che mette così il disponente al riparo da ogni influenza perché, nei fatti, i beni conferiti nel trust sono gestiti nell’interesse di beneficiari diversi dal proprietario. L’indipendenza di chi è stato incaricato a governare un Paese per il bene del popolo, in questo modo, è salva.

 

Cosa dice la Costituzione USA sul conflitto d’interesse

Tale concetto è stato incorporato anche nella Costituzione americana, segnatamente all’articolo I, sezione 9, comma 8, che ha previsto la suddetta “emolument clause”, una norma pensata al fine di mettere al riparo i funzionari di governo e i militari degli Stati Uniti principalmente dalla corruzione estera. Ecco cosa recita precisamente la Costituzione del 1787 in merito: “Gli Stati Uniti non accordano alcun titolo di nobiltà. Nessun individuo che abbia un incarico esecutivo o fiduciario presso il governo può, senza il consenso del Congresso, accettare alcun dono, emolumento, incarico o titolo di qualsiasi tipo, da alcun re, principe, o stato estero”.

 

Secondo l’interpretazione di alcuni giuristi, la dicitura di questa norma è talmente ampia e assai poco circostanziata che essa non obbligherebbe direttamente il presidente degli Stati Uniti ad applicarla ma soltanto i membri del governo; dunque, sinora è stata solo una consolidata tradizione bipartisan a imporre ai presidenti degli Stati Uniti di seguirla pedissequamente.

 

Trump Tower(La Trump Tower a Manhattan, New York)

 

I precedenti casi storici

Alcuni precedenti storici aiutano forse a chiarire il comportamento da tenere in una simile situazione. Andrew Jackson, che fu presidente dal 1829 al 1837, appena entrato in carica ricevette una medaglia d’oro dal rivoluzionario latino-americano Simon Bolivar, divenuto presidente della Colombia. Jackson, però, convinto di non poter accettare un tale dono senza il consenso del Congresso, chiese un parere vincolante e il Congresso stabilì che, in effetti, il presidente non poteva tenere quell’omaggio. Che, pertanto, fu restituito.

 

07_andrew_jackson[1](Andrew Jackson, whitehouse.gov)

 

Il suo successore Martin Van Buren nel 1840, a un anno dalla fine del mandato presidenziale ricevette un carico di doni dall’Imam di Muscat (l’attuale Oman) consistente in due cavalli arabi, unguenti e acqua di rose, tessuti di cachemire, un tappeto persiano e una scimitarra. Non volendo offendere l’Imam di Muscat ma anche consapevole della “emolument clause”, Van Buren chiese al Congresso di poter accettare i regali che tuttavia sarebbero poi stati rivenduti, e i profitti destinati al Tesoro. Il Congresso, in questo caso, acconsentì.

 

08_martin_van_buren(Martin Van Buren, whitehouse.gov)

 

Diversamente da loro, il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, ritenne che la clausola non si applicasse al suo ruolo. Così, quando il politico francese Marchese de Lafayette – che aveva contribuito al successo della guerra d’indipendenza americana combattendo al fianco di Washington con le sue truppe francesi – gli inviò come omaggio le chiavi della Bastiglia conquistata durante la Rivoluzione, Washington fu ben felice di riceverle.

 

01_george_washington[1](George Washington, whitehouse.gov)

I pericoli in agguato

Differentemente dal passato, l’attuale situazione non si dipana molto facilmente, per la natura aleatoria delle indicazioni costituzionali e per l’inedito curriculum del 45esimo presidente. Se la Trump Organization fosse stata quotata in borsa, ad esempio, la questione si sarebbe probabilmente risolta da sé ma, essendo invece la società di Trump familistica e del tutto privata, sarà sin troppo arduo per i legislatori americani determinare in quale maniera il suo ruolo di presidente potrebbe incidere o influenzare decisioni quali quelle di partner stranieri che dovessero consentire all’azienda dei figli di fare affari all’estero o concedere loro sgravi fiscali.

 

In ogni caso, un fatto è certo: se, da un lato, le nazioni come gli Stati Uniti che adottano il sistema della Common law hanno fatto delle consuetudini regole vincolanti, dall’altro è pur vero che il tratto distintivo di Donald Trump è proprio rompere gli schemi e cambiare le regole del gioco. Tale per cui il nuovo presidente potrebbe decidere di tirare dritto e non acconsentire all’ipotesi del “blind trust”, come invece auspicato dall’Ufficio per l’Etica.

 

Su questo tema, molto presto si scontreranno due visioni opposte della politica statunitense. Quella che domanda un profilo presidenziale e una condotta politica rispettose delle tradizioni e convenzioni americane, contro quella che vuole resettare ciò che è stato sinora, comprese le alleanze internazionali. Come noto, la resistenza alle innovazioni è sempre molto forte. Presto scopriremo se a pagarne il prezzo più alto sarà lo stesso Donald Trump, il suo partito oppure il popolo americano.