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Il paradosso di Cleveland: il candidato più imprevedibile di sempre allo stesso tempo è quello che offre agli elettori repubblicani più garanzie di sicurezza

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Una convention dominata dal più sgargiante degli outsider in cui un terzo del partito non si presenta, una fronda imbestialita forza una votazione irrituale, un senatore sale sul palco e si rifiuta di dare l’endorsement al candidato, gli scandali s’inseguono, la gestione dell’evento sfugge di mano e pure il segretario della Nato entra a gamba tesa nella disputa, può far pensare a una rivoluzione, a un grandioso processo di rottamazione politica. Si abbatte un sistema vecchio per crearne uno nuovo”.

 

Mattia Ferraresi sul Foglio descrive così lo speech di Donald Trump alla convention repubblicana nella Quicken Loans Arena di Cleveland, dove il “suo” popolo gli ha affidato il compito di conquistare la presidenza degli Stati Uniti a novembre. Mettendo in fila una serie di fatti, preconizza quello che è già evidente a molti: Donald Trump sta cambiato il volto del Grand Old Party e, se sarà eletto, cambierà anche diversi altri aspetti dalle istituzioni americane.

 

Che il cambiamento avvenga da dentro il partito fa pensare che egli intenda, per usare un’espressione cara alla politica italiana, “rottamare” la vecchia dirigenza del GOP per sostituirla con qualcosa di più attuale. La destra alla quale pensa Trump, però, è un ritorno alle origini, visto che i neoconservatori negli ultimi otto anni non hanno prodotto risultati eccellenti. E lo si è visto nelle candidature emerse già lo scorso anno. Anche se si sono garantiti la maggioranza al Congresso, è evidente che hanno dovuto subire otto anni di governo democratico che, per un paese presidenzialista, non sono pochi.

 

U.S. Republican presidential nominee Donald Trump and his running mate Indiana Governor Mike Pence at the Republican National Convention in Cleveland

(Trump e il suo vice Mike Pence acclamati alla convention repubblicana di Cleveland) 

 

La narrazione di Trump non convince il partito ma fa sfracelli tra la popolazione, che vede in lui quell’homo novus che i conservatori avevano tanto attesto. Per questo, sono disposti anche a soprassedere su alcune lacune e défaillance che il candidato outsider – sinora molto poco avvezzo alla politica e ai suoi cerimoniali – di certo non riesce a nascondere. Ma queste debolezze non rendono Trump meno attraente, semmai ne fanno un personaggio dal volto umano. E dunque vincente agli occhi di una nazione disillusa in cerca di un leader forte al quale aggrapparsi.

 

Quello che il senatore Ted Cruz ha tentato di fare a Cleveland, invitando i repubblicani a “votare secondo coscienza” e dunque contro Trump, è solo l’ultimo atto di una dirigenza repubblicana indebolita dall’assenza di un vero leader e logorata ai fianchi da movimenti come il Tea Party, che si rende conto di aver fallito la propria missione e appare sempre più minoritario rispetto al clan dei Trump. Perciò si aggrappa al boicottaggio, per non consegnare il partito in mano a un soggetto che potrebbe persino distruggerlo.

 

 

 

 

Cruz, come del resto molti altri (a partire dai media), però non ha ancora compreso che demonizzare The Donald lo rende solo più forte e attraente agli occhi di chi – e in America sono la maggioranza – è disgustato dall’ipocrisia cui i politici hanno nutrito sinora il popolo, e che da tempo si sente abbandonato a se stesso. E questo vale per i repubblicani ma anche per i cosiddetti “Trump democrats”, i democratici incerti che tutto sommato non vedono poi così male l’ipotesi di un presidente che parla molto di economia, aggressivo sì ma non guerrafondaio, e che alla fine potrebbero persino decidere di votarlo.

 

In ogni caso, di certo i conservatori apprezzano moltissimo Donald Trump, quando afferma io sono la vostra voce e plaudono alla promessa secondo cui “il 20 gennaio 2017 gli americani si sveglieranno finalmente in un Paese dove le leggi vengono fatte rispettare” perché lui è “il candidato dell’ordine e della legalità”. E lo giustificano anche quando mette in dubbio un’istituzione come la NATO al grido di America first, cioè vengono prima l’America e i suoi bisogni, e poi dopo gli alleati. Chiedere ai veterani per conferma.

 

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Presentandosi come l’uomo che aggiusterà gli equilibri e restituirà la centralità agli Stati Uniti anche a costo di scendere a patti con la Russia, Trump scende dunque nell’attualità e si posiziona come un tentativo diverso e all’apparenza nuovo, in ogni caso fuori dall’ordinario, di candidato presidente. Questo non può non piacere a quella gran parte dei disillusi che non vota più da anni e che rappresenta ormai quasi la metà della popolazione attiva negli Stati Uniti.

 

Magari Trump non riuscirà a colmare il gap che lo separa ancora da Hillary Clinton, ma sa di poter contare sulle impressioni positive che già sono emerse da Cleveland dove, dicono i sondaggisti, secondo il 55% dei repubblicani il suo discorso ha convinto e gli dà maggiori chance di vittoria, mentre il discorso di Ted Cruz è stato visto dall’80% come un mero calcolo politico a fini personali.

 

Come scrive Michael Grunwald su Politico, insomma, “le tensioni ribollenti tra conservatorismo e populismo in mostra a Cleveland potrebbero definire la battaglia per l’identità del GOP per i decenni a venire”. Ma intanto, se anche il partito repubblicano è diviso sull’ideologia, resta unito sull’attitudine e quasi tutti i suoi membri apprezzano l’attenzione di Trump verso i problemi che loro sentono più vicini, dalla retorica muscolare sull’ordine e la legalità alla necessità di avere più certezze e forza politica. Il paradosso di Cleveland è dunque che il candidato più imprevedibile di sempre allo stesso tempo è anche quello che offre loro più garanzia di sicurezza. Il che conferma come con Donald Trump ormai tutto sia possibile.