STATI UNITI D'AMERICA -

Le relazioni diplomatiche tra i due paesi non sono mai state così cordiali. Archiviata l’era della Guerra Fredda, le due superpotenze possono davvero ricominciare da zero

CAMPIDOGLIO USA

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

È ufficiale. Anche gli Stati uniti parteciperanno ai negoziati di pace per la Siria, che avranno inizio lunedì 23 gennaio ad Astana, in Kazakhstan, dove siederanno i delegati diplomatici di Russia, Iran e Turchia. Lo ha confermato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov: “Sono già stati invitati”, ha affermato il capo della diplomazia di Mosca, rispondendo alla domanda di un giornalista.

 

Il Cremlino sapeva fin troppo bene che, senza gli Stati Uniti, il summit e le eventuali decisioni prese avrebbero rischiato di valere molto poco. Mentre con quest’astuzia, Valdimir Putin non solo si è assicurato il premio “scaltrezza diplomatica” dell’anno, ma ha anche messo in cassaforte un credito con Washington che potrà riscuotere più avanti.

 

L’invito ufficiale ad Astana avrà un peso notevolissimo nelle relazioni diplomatiche tra Washington e Mosca e questa notizia, a nostro giudizio, oscura persino il battesimo di Donald Trump alla Casa Bianca. Perché ci racconta di come forse è stata definitivamente archiviata l’era della Guerra Fredda, e di come adesso vi siano davvero i presupposti perché le due superpotenze possano davvero ricominciare da zero, impostando una nuova era di relazioni internazionali fondata sul dialogo franco, finalmente scevro da condizionamenti storici ed eccessivi pregiudizi politici.

 

Nel marzo 2009, pochi mesi dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, durante un viaggio a Ginevra, in Svizzera, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton affermò che gli Stati Uniti erano intenzionati a premere il pulsante “reset” nelle relazioni con la Russia. Ma – ironia della sorte – sarà invece Donald Trump a premere quel pulsante. L’annunciato “reset” con Mosca, infatti, non c’è mai stato e, anzi, Barack Obama anziché inaugurare un nuovo corso politico si è fatto alfiere di una consolidata prassi politica americana, quella che non si è mai discostata dal concepire la Russia come il principale nemico. Complici la crisi ucraina e l’annessione della Crimea, dall’insediamento di Obama i rapporti tra i due Paesi si sono deteriorati anno dopo anno, fino alle sanzioni economiche comminate per volere di Washington a numerosi settori industriali e ad alti papaveri della società russa.

 

Il 2017 ci racconta un’altra storia. Quella in cui Astana può forse rappresentare una nuova Yalta mediorientale, portando a un’intesa sulla guerra e a una nuova ripartizione della regione secondo aree d’influenza e protettorati che ridisegneranno i vecchi confini, resi ormai obsoleti da anni di guerre civili. Ma non s’illuda il Cremlino: anche se Mosca ha acquisito un vantaggio notevole sul campo sin da quando è intervenuta militarmente in Siria e da quando ha aperto il dialogo con il mondo arabo e musulmano – svariando dalla Siria alla Libia, dall’Iraq alla Palestina – il peso complessivo di Washington è schiacciante in confronto.

 

Donald Trump(Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump)

 

Mentre gli Stati Uniti sono davvero una superpotenza, la Russia oggi come ieri fatica non poco a inseguire il rango del suo principale competitor. Questo Vladimir Putin lo ha sempre saputo e, da abile giocatore di scacchi, si è sempre mosso in anticipo per tentare di colmare quel gap che ancora oggi mantiene i russi a distanza siderale dagli americani. È successo anche per il caso di Astana, ed è una buona notizia. Vedremo se si tradurrà in qualcosa di concreto e fruttuoso per i numerosi attori internazionali. Di certo, Iran e Turchia, che già sognavano un ruolo da comprimari nella definizione del “nuovo ordine mediorientale”, adesso tremano all’idea di poter giocare in Kazakhstan solo un ruolo da comparse.

 

Sia come sia, al tavolo della pace di Astana il presidente russo può contare sul fatto che, d’ora in avanti, qualunque sarà il comportamento di Donald Trump in politica estera è chiaro che, almeno durante la sua presidenza, il nemico numero uno non è più la Russia, ma è la Cina. Ecco perché, secondo Mosca, vale la pena fare un tratto di strada insieme agli americani.

 

Obama Putin(Barack Obama e Vladimir Putin)

 

Pubblichiamo di seguito un articolo estratto dal libro “USA Vs. TRUMP” (uscito a settembre 2016 per Lookout Group) e intitolato Putin-Trump: le affinità elettive

 

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha fatto un inaspettato intervento nella campagna presidenziale americana lo scorso giugno, durante un dibattito organizzato dalla CNN a San Pietroburgo. Putin ha definito Donald Trump un candidato “brillante, eccellente e pieno di talento che sostiene di voler far fare progressi sostanziali alle relazioni con la Russia.

 

Come potremmo non vedere favorevolmente questa prospettiva?”. “È sempre un grande onore ricevere complimenti da un uomo così rispettato nel suo Paese e oltre – ha replicato Trump -. Ho sempre pensato che USA e Russia dovrebbero essere in grado di lavorare bene insieme per sconfiggere il terrorismo e portare la pace nel mondo. Per non parlare del commercio e di tutti gli altri benefici derivanti dal rispetto reciproco”.

 

Posizione diametralmente opposta a quella dell’Amministrazione Obama (e dunque Clinton), che invece negli ultimi otto anni ha promosso il rafforzamento NATO all’interno di quella che il Cremlino definisce una politica aggressiva da “nuova Guerra Fredda”.

 

USA VS.TRUMP - LOOKOUT NEWS - COPERTINA

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Trump ha sempre riservato un’attenzione speciale alla Russia, non per motivi ideologici ma per ragioni molto pratiche. Fin dagli anni ’80 quando la Russia era parte dell’Unione Sovietica, Donald Trump ha compiuto molti viaggi a Mosca alla ricerca di opportunità di affari, specialmente nel settore immobiliare. Il suo sogno era quello di costruire nella capitale russa una “Trump Tower” identica a quella di New York. Il sogno non si è poi realizzato, ma dopo la caduta dell’URSS Trump ha costruito una solida rete di relazioni con un buon numero degli oligarchi che si sono enormemente arricchiti durante le privatizzazioni dell’era post comunista, al punto di attirare verso le sue imprese ingenti capitali provenienti da fondi moscoviti.

 

Secondo un’inchiesta del Washington Post il socio principale di Trump in Russia è il miliardario Aras Agalarov, con il quale ha organizzato nel 2013 il concorso di Miss Universo a Mosca (del quale Trump detiene il marchio) con un guadagno netto per i tycoon di 14 miliardi di dollari. Agalarov non sarebbe soltanto socio in affari, ma costituirebbe il canale di comunicazione diretta tra il candidato repubblicano e il presidente Putin. I più influenti consulenti della campagna di Trump hanno tutti relazioni privilegiate con la Russia, a cominciare da Paul Manafort che ha fatto affari multimilionari con molti oligarchi russi ed è stato consulente del presidente ucraino filo russo Viktor Janukovic (oltre ad essere lo spin doctor dei più importanti presidenti repubblicani, Trump compreso). Un altro consigliere, Michael Caputo è stato a lungo consulente del colosso russo dell’energia, Gazprom, mentre Carter Page, esperto di politica estera dello staff del candidato ha diretto per molti anni gli uffici della banca d’affari americana Merril Lynch a Mosca.

 

In un’intervista ad Howard Kurz di Fox News, Trump ha dichiarato: “invece di considerare la Russia come parte del gruppo di Paesi con i quali noi non parliamo, dovremmo invece iniziare il dialogo subito. Noi vogliamo abbattere l’ISIS, loro vogliono abbattere l’ISIS [...] la Russia può essere una forza positiva e un alleato contro il terrorismo”.