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Rispetto a Obama il nuovo presidente degli Stati Uniti affronterà diversamente la sfida lanciata dall’Islam all’Occidente. Ecco come farà valere l’“eccezionalismo americano”

TRUMP

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di Emilio Minniti

Nell’attuale dibattito sull’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America sembra trovare scarsa considerazione uno dei temi forti sui quali si è strutturata la “visione” del candidato repubblicano: il rapporto con l’Islam. Si tratta infatti di una questione chiave, connessa strutturalmente a una pluralità di altre tematiche quali la sicurezza interna, il terrorismo internazionale, il recente dibattito sul diritto costituzionale dei cittadini di portare armi, la politica estera e la proiezione geopolitica degli USA.

 

Il dibattito sull’Islam tra Trump e la sua sfidante, la candidata democratica Hillary Clinton, ha fatto emergere due visioni politiche contrapposte e alternative. Pertanto, l’orientamento prevalso l’8 novembre è destinato a definire, almeno per l’immediato futuro, un nuovo punto di equilibrio della storica oscillazione tra l’idea di America quale Paese “faro” e quella di Paese “crociato”.

 

L’Islam secondo Obama e Hillary Clinton

Una critica che è stata mossa in campagna elettorale a Hillary Clinton ha riguardato gli ingenti finanziamenti erogati dal Regno dell’Arabia Saudita – oltre che dall’Algeria, dal Kuwait, dal Qatar e dall’Oman – alla Clinton Foundation. Analizzando la questione su un piano politico più ampio emerge come l’Amministrazione uscente del presidente Barack Obama abbia mantenuto un legame molto stretto con le monarchie del Golfo. I contratti di vendita di armamenti americani ai sauditi hanno raggiunto ben 110 miliardi di dollari. Inoltre, sul piano diplomatico, l’Arabia Saudita è il Paese mediorientale – Israele incluso – cui Obama ha tributato il maggior numero di visite di Stato nei suoi otto anni di mandato.

 

Oltre a mantenere queste relazioni privilegiate con Riad, allo stesso tempo Obama ha sostenuto le primavere arabe, esplosione del cosiddetto Islam popolare animato principalmente dal movimento dei Fratelli Musulmani. A completare il quadro dei rapporti con le diverse espressioni dell’Islam, l’accordo sul nucleare raggiunto da Obama con l’Iran ha, di fatto, riaccreditato la Repubblica Islamica sciita quale potenza regionale rompendo un isolamento durato oltre quarant’anni.

 

Obama_Clinton(Barack Obama e Hillary Clinton)

 

Si tratta di una strategia apparentemente contraddittoria e priva di un coerente orientamento di base, in quanto verte sul sostegno a tutte le principali espressioni politiche dell’Islam, sebbene tra di esse incompatibili e in guerra. La crisi dei rapporti tra Washington e Ankara, acuita dal fallito golpe in Turchia dello scorso 15 luglio, è collegato direttamente anche a queste contraddizioni.

 

In realtà, nella visione di Obama l’approccio tattico alla questione dell’estremismo islamico ha prevalso rispetto a quello strategico. La visione democratica, della quale la Clinton ha mostrato di sostenere gli aspetti più radicali tanto nella sua passata esperienza da segretario di Stato quanto in questa ultima campagna elettorale, prefigura una realtà globalizzata nella quale Russia e Cina permangono i principali competitor e rappresentano, in ultima analisi, i player delle principali partite geopolitiche regionali.

 

Sebbene in un contesto mondiale maggiormente integrato sul piano economico e meno diviso su quello ideologico, la politica democratica sembra riproporre una riedizione – post Guerra Fredda – della strategia del contenimento, volta a spingere sempre più a est i confini della NATO e a creare una “cintura di sicurezza” atta a contenere l’espansione cinese nel Pacifico. In quest’ottica, l’esigenza di una visione strategica del rapporto con l’Islam viene posta in secondo piano, a vantaggio di scelte calibrate a seconda dello scenario e in base al momento nel quale devono essere effettuate. In questa chiave va declinato e interpretato l’orientamento politically correct mostrato in campagna elettorale dalla Clinton sul tema del terrorismo islamico.

 

La visione di Trump

Quanto al campo repubblicano, superato definitivamente l’orientamento neo-conservatore dell’era Bush jr, Donald Trump è riuscito ad affermare una visione politica in linea con le tesi sviluppate dal politologo statunitense Samuel Huntington all’indomani della fine della Guerra Fredda.

 

L’immagine di un mondo in cui gli Stati nazionali permangono gli attori principali, ma nel quale le distinzioni di carattere ideologico, politico o economico cedono il passo a una nuova articolazione fondata sul concetto di “civiltà”, sembra rappresentare lo schema teorico di riferimento della nuova visione dell’attuale leadership repubblicana. Nel momento in cui Trump attribuisce gran parte dei problemi sorti in Medio Oriente all’errore concettuale di voler “esportare la democrazia” in quell’area, coniugando questo orientamento alla volontà di rendere l’America “great again”, sembra rifiutare una concezione universalistica a favore dell’idea di “eccezionalismo americano”.

 

Trump, a differenza dell’establishment democratico e di parte significativa di quello repubblicano, ha preso sul serio la sfida lanciata dall’Islam al modello occidentale. La riaffermazione di concezioni originarie interne alla tradizione islamica, tendenti a una visione “universalistica” dell’Islam, nonché le nuove tendenze volte ad affermare l’Islam quale “soluzione” all’inevitabile crollo della civiltà occidentale, nella quale il progresso materiale si è accompagnato a una miseria spirituale assoluta, sembrano costituire per Trump la nuova e più radicale “antitesi” al modello americano.

 

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Conclusioni

Le ampie implicazioni del dibattito elettorale americano sull’Islam hanno messo in rilievo, dunque, due diverse visioni dell’America e del prossimo futuro. In campo democratico, ha prevalso una concezione universalistica, volta a mantenere e incrementare il vantaggio acquisito con la vittoria nella Guerra Fredda, “limitando” la crescita sul piano internazionale dei due antagonisti storici: Russia e Cina. Il rapporto con l’Islam viene costretto all’interno di questo specifico schema ed è ad esso funzionale.

 

Quanto a Donald Trump e al nuovo corso repubblicano, più che al ritorno di una nuova forma di isolazionismo – il candidato repubblicano ha sostenuto l’opportunità di intensificare la guerra all’ISIS mediante l’invio sul campo di 20-30.000 soldati – sembra di essere di fronte ad una riaffermazione perentoria dell’eccezionalismo statunitense.

Il modello americano non è ritenuto esportabile, e va difeso e rafforzato nella sua essenza. L’attuale confronto con l’Islam viene interpretato in questa chiave. L’elezione di Trump potrebbe rappresentare una novità sul piano internazionale, archiviando definitivamente la logica della Guerra Fredda che ha caratterizzato il secolo scorso, e, allo stesso tempo, dando un nuovo verso all’oscillazione tra universalismo ed “eccezionalismo” che caratterizza la storia americana.

 

In quest’ultima prospettiva, certamente tra le più significative, Trump non rappresenta affatto un’anomalia bensì la riproposizione di un orientamento tipico e ricorrente della storia americana.