STATI UNITI D'AMERICA -

In questa fase di transizione il nuovo presidente americano sta già ridisegnando le relazioni con Russia, Cina ed Europa. Nella storia degli Stati Uniti non si era mai visto un passaggio di consegne così movimentato

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di Alfredo Mantici 

 

Il periodo piuttosto lungo che intercorre tra l’elezione di un presidente americano e il suo successivo insediamento effettivo alla Casa Bianca – detto comunemente “la transizione” – è piuttosto lungo, della durata di circa due mesi e mezzo. Si tratta di una fase complicata nella politica americana, in quanto il presidente in carica – sebbene definito una “lame duck”, vale a dire un’anatra zoppa – mantiene intatti tutti i suoi poteri, mentre il presidente eletto dovrebbe dedicarsi esclusivamente alla selezione della sua squadra di governo.

 

Non a caso, durante la sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, lo scorso 14 novembre, Barack Obama ha ricordato ai giornalisti e all’opinione pubblica che in America “c’è un solo presidente per volta”.

 

Donald Trump, confermando la sua fama di spregiudicato e politico insolito proveniente dai ranghi del business e non dai corridoi ovattati del Campidoglio di Washington, ha ribaltato la tradizione con una serie di interventi in politica estera che hanno gettato nella costernazione sia la Casa Bianca che i circoli politici della Capitale.

 

L’invito rivolto a Farage

La prima uscita inconsueta in politica estera è stata alla fine di novembre, quando il presidente eletto ha chiesto pubblicamente al governo inglese di nominare il leader populista britannico Nigel Farage, il “padre ideologico” della Brexit, ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti. Una richiesta quantomeno intempestiva in quanto, come ha fatto notare il governo di Sua Maestà, il Regno Unito ha già un ambasciatore a Washington.

 

Trump_Farage(Nigel Farage a un comizio di Trump tenuto il 25 agosto 2016 a Jackson, in Mississippi)

 

Taiwan e i rapporti con la Cina

Se questa mossa è stata giudicata poco aderente al protocollo diplomatico e tutt’al più dettata dall’inesperienza, l’intervento successivo nelle vicende internazionali ha avuto effetti dirompenti sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il 2 dicembre, infatti, Trump ha trovato il tempo di intrattenersi cordialmente al telefono con il presidente di Taiwan, la signora Tsai Ing Wen, leader di un Paese che la Cina popolare considera, fin dal 1949, una “provincia ribelle” che prima o poi dovrà riunirsi alla madrepatria.

 

Proprio per imprimere un nuovo e amichevole corso alle relazioni cino-americane, fin dal 1979, durante la presidenza di Jimmy Carter, gli Stati Uniti hanno interrotto i rapporti diplomatici con Taiwan, continuando tuttavia a rifornire costantemente di armi moderne l’isola erede del nazionalismo di Chang Kai Shek, il generale cinese sconfitto da Mao Zedong al termine della guerra civile del 1945-1949.

 

Tsai Ing-wen(Il presidente di TaiwaN Tsai Ing-wen)

 

Anche se Trump si è affrettato a far sapere al mondo di non aver preso l’iniziativa di contattare la signora Wen, ma di essersi limitato educatamente a rispondere a una sua telefonata, l’episodio ha provocato una vera e propria burrasca diplomatica che ha portato Pechino a minacciare di “rivedere” tutto l’insieme delle relazioni politiche ed economiche con gli Stati Uniti. Per tentare di calmare le acque, mentre tutta la stampa liberal accusava Trump di comportarsi come “un elefante in una cristalleria”, il suo vice presidente, Mike Pence, ha tentato di abbassare i toni della polemica dichiarando il 4 dicembre in televisione che la telefonata con Taiwan doveva essere considerata solo come l’esempio “della tremenda energia con la quale Trump gestisce la transizione”, evidenziando “il tipo di approccio che mostrerà di fronte alle sfide in casa e all’estero”.

 

Il Medio Oriente e le relazioni con la Russia

Il 6 dicembre durante un thank you speech, un incontro di ringraziamento con i suoi elettori a Fayetteville in North Carolina, Donald Trump è di nuovo intervenuto in politica estera ribadendo la necessità per gli Stati Uniti di smetterla di farsi coinvolgere e di intervenire militarmente in conflitti “in giro per il mondo”. Riferendosi all’Iraq e alla Libia, Trump ha sottolineato che “il ciclo distruttivo di interventi seguiti dal caos deve finire una volta per tutte […] Gli americani non combatteranno più nelle aree nelle quali non dovrebbero combattere e smetteranno di tentare di abbattere regimi dei quali non sappiamo alcunché”. Questa decisione, tuttavia, non riguarda l’ISIS che resta un obiettivo “da distruggere”. Parole chiare che lasciano presumere anche un nuovo approccio nei confronti della Russia, che con Trump potrebbe diventare un alleato obbligato nella guerra al Califfato in Siria e Iraq.

 

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Il conflitto di interessi

Nei giorni della transizione il neo presidente non ha trascurato di intervenire in merito al potenziale conflitto di interessi riconducibile alle sue attività economiche in campo immobiliare e finanziario. Per smentire le accuse, Trump ha annunciato di non voler rinnovare il contratto con la Boeing, della quale è attualmente azionista, per la costruzione del nuovo Air Force One, l’aereo presidenziale giudicato “troppo oneroso”, mentre la sua portavoce ha dichiarato che già dal mese di giugno aveva ceduto tutte le sue partecipazioni azionarie. Resta il problema delle proprietà immobiliari che Trump ha trasferito ai suoi figli. Mossa che non è stata considerata sufficiente dai suoi critici perché i suoi figli sono parte attiva nel team della transizione.

 

Insomma, nel bene o nel male, tutte le aspettative della vigilia delle elezioni americane circa la “novità Trump” stanno avendo conferma durante la transizione e mostrano che nei prossimi quattro anni con il tycoon newyorkese alla Casa Bianca di certo non ci sarà di che annoiarsi.