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Vittime, scenari di guerra, investimenti e, nel futuro, la possibilità che i velivoli senza pilota finiscano nelle mani sbagliate. Come quelle di ISIS o Al Qaeda

The Navmar Applied Sciences Corp. TigerShark is escorted off the runway after landing during "Black Dart" at Naval Base Ventura County Sea Range, Point Mugu

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di Marco Giaconi

Fino a meno di dieci anni fa, il Pentagono aveva in azione meno di cinquanta UAV (UnmannedAerial Vehicles), ovvero i droni. Oggi le forze armate di Washington ne possiedono almeno 7mila. Ma nessuno sa quanti siano quelli attualmente in azione nel mondo, a est come a ovest. Peraltro, una delle maggiori aziende di UAV utilizza tecnologie made in USA ma li assembla nella zona economica speciale di Shenzen, in Cina. Paese, quest’ultimo, tra i maggiori produttori al mondo sia per scopi militari che civili.

 

Sul piano militare, la guerra dei droni rappresenta la quadratura del cerchio tra azione offensiva e impatto minimo sull’opinione pubblica, facilmente suggestionabile dai media o, più spesso, dalle azioni di psyops del nemico.

 

Le vittime ufficiali (e non)

 

percorso_droniIn Pakistan, soprattutto nell’area delle FATA (Federally Administered Tribal Areas), dove si trova ancora oggi il nucleo dirigente di Al Qaeda e dei talebani, dal 2006 al 2013 si sono avuti oltre 415 missioni UAV ordinate dagli Stati Uniti, con 2.371 vittime, molte delle quali civili. Si immagini poi come un nemico potrebbe utilizzare come psyops le imprecisioni degli UAV, magari utilizzando la popolazione civile come scudo umano e scaricando le vittime sul conto del “nemico”. È proprio questo il vero problema, ovvero la relativa imprecisione degli UAV.

 

Se in realtà il drone in missione può essere “coperto” dalla curiosità dei media, è peraltro vero che – proprio perché esso combatte in aree in cui il controllo è remoto e spesso difficile – la probabilità di vittime civili aumenta enormemente. Finora solo nella FATA ce ne sono state tra 423 e 962, a seconda delle fonti.

 

In Yemen ci sono state fino a oggi 114 missioni, con un numero di vittime che oscilla tra 661 e 444 (anche qui il dato dipende dalle fonti). Mentre in Somalia, fino a quest’anno, le missioni sono state 13, 105 le vittime e, forse, nessun civile ucciso. In Afghanistan, malgrado l’importanza strategica dell’area, ci sono state solo 6 missioni (più, probabilmente, altre 7 missioni segrete) con un bilancio di 40-60 vittime. Proprio la carenza inevitabile di precisione, e la possibilità da parte dei ribelli di verificarne il passaggio con un certo anticipo, hanno consentito ai droni degli Stati Uniti e degli alleati occidentali di eliminare inutilmente anche 38 cittadini di Paesi dell’UE e degli USA, utilizzati dai talebani come scudi umani.

 

La tecnologia bellica di punta è ormai quasi equamente distribuita tra le forze in campo. AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba) ha recentemente fatto circolare nei suoi siti internet di riferimento un video in cui si insegna ai terroristi come evitare la segnalazione da parte delle telecamere a infrarosso utilizzate dai Predator, i più diffusi droni da guerra americani.

 

I droni nelle mani dei gruppi jihadisti

In questo scenario in continua evoluzione, nulla vieta che presto potrebbero iniziare a volare anche dei droni qaedisti o dello Stato Islamico. ISIS si finanzia tramite la vendita del petrolio, i rapimenti, le rapine alle banche, il contrabbando di oggetti d’arte e con le donazioni di governi e privati del mondo islamico sunnita. Sul fronte opposto, quello sciita, i droni iraniani, il Raad-65 e lo Yasir, sono programmati come gli shaheed: arrivano sull’obiettivo e fanno scoppiare la carica della loro testata. Entrambi operano da tempo in Siria, controllati dagli Hezbollah libanesi.

 

Niente è più facile, quindi, di un acquisto di droni da parte di un intermediario che poi li possa girare a ISIS. Le grandi tecnologie globali sono oggi come internet: non si possono controllare pienamente e tendono a ripartirsi equamente tra tutti gli attori militari in campo. Basti pensare che qualche tempo fa un’associazione ambientalista radicale è arrivata a far atterrare un drone con una piccola quantità di materiale radioattivo sul tetto della casa del premier giapponese Shinzo Abe, “colpito” perché intende riattivare il nucleare a scopi civili nel Paese.

 

Quali scenari futuri?

Quando i droni saranno facilmente vendibili al pubblico (già quest’anno negli USA l’uso degli UAV per finalità civili potrebbe diventare del tutto legittimo), diventeranno protagonisti di uno scontro in cui non ci saranno più Stati o differenze tra militari e civili: tutti potranno minacciare tutti, e la stessa piccola dimensione degli UAV renderà difficilissima la gestione dei cieli e delle tipologie di minaccia. Certo, c’è da tenere conto anche della pars costruens della tecnologia UAV. Ad esempio, si potranno soccorrere le popolazioni con estrema rapidità, o salvare vite umane colpite da gravi malattie in aree remote dei vari Paesi.

 

Oppure, si potranno usare i droni per il trasporto di beni, come peraltro ha già dichiarato Amazon, il maggior venditore di libri on line. Per non parlare della protezione della fauna e della flora, del controllo e della gestione delle colture o delle riprese televisive o cinematografiche. Sul piano legale, la FAA USA, l’agenzia che regola i voli, sostiene che non saranno richiesti certificati specifici per la guida dei droni. L’agenzia non gestirà un’attività di controllo e ispezione degli UAV, mentre richiederà la guida “a vista” dei droni da parte degli operatori a terra.

 

Sul piano militare, gli UAV non sono finora coperti dal “Drone Strike Transparency Act” proposto da Adam Schiff, membro della House of Representatives nordamericana, mentre un recente testo della CIA sostiene che gli effetti politico-militari delle operazioni con gli UAV sono minimi.

droni_statunitensi

 

È ovvio, però, che se dopo l’eventuale uccisione di un capo terrorista nel Waziristan o nei territori di ISIS, non si gestisce una reale operazione di penetrazione-controllo dell’area, i jihadisti ritornano, come le erbacce quando vengono tagliate ma non sradicate. La guerra, d’altronde, è un atto supremamente politico, non una tecnologia da usare comodamente seduti al tavolo di lavoro.

 

Certo, la dottrina di utilizzo dei droni riguarda oggi soprattutto la segnalazione degli IED (Improvised Explosive Device) a terra, l’attacco al suolo di gruppi di miliziani, l’IMINT (Imagery Intelligence) aggiornata dei luoghi dello scontro. Ma, in ogni caso, i droni sono utili per fare una guerra di lunga o lunghissima durata, con il minimo dispendio di uomini, l’azzeramento o quasi delle perdite in azione, il minimo impatto sull’opinione pubblica. Lo scontro bellico non è però solo tecnologia e in futuro bisognerà controllare la proliferazione dei droni, che potrebbero facilmente cadere nelle mani sbagliate.

Articolo pubblicato sul n. 16 del magazine (maggio-giugno 2015)