EGITTO -

Migliaia di cristiani copti in fuga dal governatorato al confine con la Striscia di Gaza in cui imperversano le milizie di Wilayat Sinai. Ecco perché sta fallendo la strategia militare del Cairo

AL SISI

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Sull’immagine delle oltre 200 famiglie cristiane fuggite negli ultimi giorni da Al Arish, capoluogo del governatorato egiziano del Sinai del Nord, si riflette il momento di profonda difficoltà attraversato dal governo del presidente Abdel Fattah Al Sisi.

 

A innescare la diaspora, destinata ad assumere proporzioni sempre maggiori, sono stati i ripetuti attacchi di matrice jihadista contro la minoranza dei copti egiziani. Nel Nord del Sinai, regione confinante con Israele e la Striscia di Gaza, nell’ultimo mese le persone barbaramente uccise da miliziani di Wilayat Sinai (Provincia del Sinai), gruppo affiliato a ISIS, sono state sette. Esecuzioni sommarie, sparatorie in mezzo alla folla, case devastate e date alle fiamme e ad Al Arish, addirittura, un giovane arso vivo e poi scaricato sul ciglio di una strada insieme al cadavere del padre. ISIS non intende fermarsi e in un recente video ha minacciato che tornerà a uccidere altri cristiani copti e chiunque proverà a collaborare con le forze di sicurezza egiziane.

 

In un intervento trasmesso ieri, martedì 28 febbraio, sulla tv di Stato, il presidente Al Sisi ha invocato l’unità del popolo egiziano contro la minaccia terroristica. «Stanno provando a disunirci», ha dichiarato il presidente respingendo le accuse di chi lo ha accusato di aver abbandonato il Nord del Sinai a se stesso. Per quanto Al Sisi abbia provato a rimarcare l’impegno del suo governo per venire a capo di questa emergenza, dalla mattanza dei cristiani copti a emergere sono soprattutto i vani tentativi dei militari di stringere la morsa attorno alle cellule jihadiste.

 

AL ARISH CRISTIANI COPTI(Famiglie di copti egiziano lasciano Al Arish, capuologo del Sinai del Nord)

 

Il salto di qualità di Wilayat Sinai

Di fronte a questi omicidi in serie la domanda che molti si pongono, e a cui né le forze di sicurezza egiziane né analisti ed esperti dell’area hanno saputo dare risposte certe, è qual è l’entità – numerica e militare – della minaccia dello Stato Islamico in Egitto.

 

Wilayat Sinai, nota fino al novembre del 2014 come Ansar Beyt al-Maqdis (formazione che era nata nel 2011 durante la rivoluzione che portò alla caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak), ad oggi disporrebbe di una forza militare non superiore alle 2mila unità sotto la guida del religioso egiziano Abu Osama al-Masry, formatosi all’Università Al Azhar del Cairo. Si tratta però evidentemente di una stima sottodimensionata, considerata la portata degli attacchi compiuti negli ultimi due anni dal gruppo jihadista, indirizzati inizialmente contro le istituzioni e le forze di sicurezza egiziane ma concentratisi, da qualche mese a questa parte, contro civili e contro le minoranze religiose come quella dei copti.

 

SINAI ISIS

 

L’affiliazione a ISIS ha permesso ai jihadisti del Sinai di compiere un enorme balzo in avanti, dovuto non tanto a rinforzi o rifornimenti di armi ricevuti dalle roccaforti del Califfato in Siria e Iraq, quanto piuttosto dai benefici che Wilayat Sinai ha potuto trarre da questa operazione in termini di immagine. L’utilizzo del brand dello Stato Islamico ha infatti favorito l’afflusso di centinaia di miliziani che continuano ad arrivare nel Sinai eludendo i controlli al confine tra l’Egitto e i territori palestinesi.

 

Per radicarsi in questo territorio Wilayat Sinai ha utilizzato un modus operandi proprio di altri gruppi jihadisti affiliati allo Stato Islamico operativi tra Nord Africa (Libia, Algeria e Tunisia), Medio Oriente (Yemen), Asia Centrale (Afghanistan) e del Sud-Est asiatico (soprattutto nelle Filippine e in Indonesia). La formazione di Abu Osama al-Masry ha puntato sulla ricerca di alleanze con tribù e gruppi islamisti locali, sfruttando a proprio favore il risentimento dei Fratelli Musulmani nei confronti dei militari, amplificatosi con le uccisioni e gli arresti in massa seguiti al golpe che nel luglio del 2013 ha portato alla destituzione di Mohammed Morsi.

 

Al contempo, la condivisione del proprio marchio con i jihadisti del Sinai ha avuto degli effetti benefici anche per il Califfato, principalmente per due motivi. Il primo è che ponendo il proprio cappello su Wilayat Sinai lo Stato Islamico si è potuto posizionare nel cuore del Mediterraneo, in un punto di congiuntura di altissimo valore strategico tra i teatri di tensione del Nord Africa e i territori palestinesi. Inoltre, l’operazione ha fruttato molto a ISIS anche in termini di propaganda perché ha issato l’organizzazione di Abu Bakr Al Baghdadi a unica vera forza di contrapposizione nei confronti di un regime militare che sta reprimendo con la violenza centinaia di migliaia di musulmani con il sostegno trasversale della comunità internazionale. Nell’insieme questi fattori stanno rafforzando l’immagine globale dello Stato Islamico, permettendo ad Al Baghdadi di tenere vivo un fronte alternativo a quello siro-iracheno.

 

Perché Al Sisi sta fallendo nel Nord del Sinai

Nel difendere la sua strategia nel Nord del Sinai, Al Sisi ha utilizzato testuali parole: «Siamo come un chirurgo che vuole debellare il pericolo senza perdere il paziente». Ma la sua strategia militare contro lo Stato Islamico finora si è rivelata fallimentare e nel “curare” il Sinai il rischio per Al Sisi è di perdere il controllo totale dell’Egitto.

 

SINAI ISIS(Una torre di avvistamento dell’esercito egiziano nel deserto di Negev al confine con Israele)

 

Lo stato d’emergenza, la politica dei rastrellamenti casa per casa, le case dei presunti fiancheggiatori dei jihadisti demolite, il trasferimento forzato di migliaia di egiziani in un’area adibita a zona cuscinetto al confine con la Striscia di Gaza in accordo con Israele, per l’ennesima volta stanno mettendo i militari contro la popolazione, contribuendo a una iper-radicalizzazione della società locale. In questo contesto la minoranza dei copti (il 10% di una popolazione nazionale pari a 90 milioni di abitanti) è una vittima designata della ritorsione degli ambienti islamisti radicali e jihadisti, essendo sempre stata accusata di connivenza con le dittature militari che si sono succedute al potere dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento a oggi.

 

Al Sisi continua a trasmettere forza all’esterno. Sa di essere l’unico interlocutore credibile su cui l’Occidente, così come la Russia, possono puntare per evitare il caos nel Mediterraneo e sperare in un risoluzione della crisi libica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un recente intervento lo ha definito «un tipo fantastico», facendo capire che il disgelo delle relazioni tra USA ed Egitto dei tempi di Obama è destinato a finire e che Washington riprenderà a versare al Cairo aiuti quantificati in circa 1,3 miliardi di dollari all’anno. Ma questa autorevolezza oltre confine non corrisponde a una solidità interna. E ISIS è solo una delle spie di questo stato di cose.