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I democratici sperano che, attraverso la deposizione dell’ex numero uno del Bureau, si possa aprire la procedura d’impeachment per il presidente. Ma mancano le prove

Comey

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di Alfredo Mantici

 

Oggi 8 giugno alle 16 ora italiana l’ex direttore dell’FBI James Comey siederà finalmente di fronte ai membri della Commissione Intelligence del Senato degli Stati Uniti per offrire la sua testimonianza sulle presunte pressioni che il presidente Donald Trump avrebbe esercitato su di lui e sul Bureau per condizionare le indagini federali sul cosiddetto Russiagate. Cioè, sui presunti contatti intrattenuti da membri del suo staff prima delle elezioni e durante il periodo della transizione, con esponenti di primo piano della diplomazia di Mosca.

 

Secondo una moda molto in voga a Washington di questi tempi, il testo integrale della dichiarazione che Comey farà oggi pomeriggio nell’aula del Senato è stato diffuso con ventiquattrore di anticipo dalla stampa (Comey ha inviato il memorandum ai senatori giusto ieri, 7 giugno) e, quindi, siamo già in grado di conoscere in anticipo i contenuti essenziali delle “rivelazioni” che – come sperano i democratici – potrebbero portare all’apertura di una procedura di impeachment contro il presidente eletto e alle sue forzate dimissioni.

 

Secondo i detrattori di Trump, la giornata di oggi potrebbe rivelarsi un «momento alla John Dean», in ricordo di quel giorno del 1973 quando l’assistente legale della Casa Bianca confessò in seduta pubblica che il presidente Nixon sapeva della tentata effrazione degli uffici del Comitato Democratico nell’albergo Watergate di Washington, da parte di un gruppo di mercenari cubani agli ordini di un ex agente della CIA, che a sua volta agiva per ordine della Casa Bianca e che aveva autorizzato il conseguente “cover up”, il tentativo di coprirne le tracce.

 

La testimonianza di Dean fu il sasso che scatenò la valanga dell’agosto 1974, che portò alle dimissioni di Richard Nixon. Occorre tener presente, però, che la testimonianza di Dean rivelò come il presidente degli Stati Uniti fosse direttamente implicato in un atto «illegale e criminale» qual erano l’effrazione clandestina concepita per piazzare microfoni nascosti nella sede del partito avversario, e i successivi maldestri tentativi di ostacolare la giustizia. Due accuse gravissime e provate dai fatti che costrinsero Nixon alle dimissioni, per evitare l’umiliazione dell’impeachment.

 

Nixon(Richard Nixon)

 

Mancano le prove

 

I paragoni con la storia sono suggestivi, ma raramente reggono alla prova dei fatti. Oggi, infatti, l’ex direttore dell’FBI Comey difficilmente sarà in grado di fornire le prove di un comportamento criminale da parte di Donald Trump. Il sentiero che percorrerà durante la sua testimonianza appare fin da ora molto stretto. Da una parte, infatti, ci sono i suoi pensieri, affidati a un memorandum dello scorso 14 febbraio, già finito da settimane sulle prime pagine dei giornali, contenente le frasi rivoltegli da Trump durante un incontro a quattrocchi, nel corso del quale il presidente aveva espresso la speranza che il direttore dell’FBI «lasciasse perdere» l’inchiesta sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, già dimessosi per aver taciuto i suoi contatti pregressi con l’ambasciatore russo a Washington.

 

Dall’altra parte, c’è la testimonianza resa sotto giuramento l’11 maggio dal suo vice, Andrew McCabe, attualmente direttore facente funzioni dell’FBI, davanti a una commissione senatoriale, secondo il quale invece non c’era stato «fino a questo momento alcun tentativo di ostacolare la nostra inchiesta». Nel suo memorandum ai senatori, Comey sostiene testualmente – e probabilmente dovrà confermarlo a voce – che il 27 gennaio durante una cena a due con Donald Trump, il presidente gli aveva detto di aspettarsi da lui un comportamento leale: «Ho bisogno di lealtà. Mi aspetto lealtà» scrive Comey il 7 giugno. Parole alle quali il direttore dell’FBI rispose affermando che si sarebbe sempre «comportato con onestà».

 

Riferendosi poi all’incontro del 14 febbraio, l’ex direttore dell’FBI riferisce del dialogo sull’inchiesta su Michael Flynn con parole leggermente differenti da quelle riportate dalle indiscrezioni stampa dello scorso maggio: «Voglio parlare di Michael Flynn – gli avrebbe detto Trump all’inizio della conversazione – Spero si possa trovare il modo di lasciarlo andare. È un brav’uomo. Al che io ho replicato soltanto “è un brav’uomo” ».

 

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Nessuna procedura d’impeachment

 

Se l’ex direttore confermerà oggi a voce – e non si vede come possa evitare di farlo – quanto scritto nella sua testimonianza inviata ieri al Senato, difficilmente i falchi democratici troveranno argomenti sufficienti ad aprire una procedura di impeachment contro Donald Trump. Che un presidente eletto si aspetti lealtà dai suoi diretti collaboratori è infatti una cosa normale, negli Stati Uniti come nel resto del mondo. Che speri di trovare, a parole, il modo di salvare un «brav’uomo» senza per questo «ostacolare l’inchiesta», come ha testimoniato McCabe, è a sua volta un fatto.

 

Ciò può essere oggetto di dibattito politico anche acceso, ma difficilmente può trovare spazio in un’inchiesta giudiziaria per comportamento criminale analoga a quella che portò alle dimissioni di Richard Nixon. Vedremo in giornata come andrà la testimonianza di fronte al Congresso e alle telecamere, ma di certo la testimonianza di Comey non sarà un «momento alla John Dean».

 

Per adesso, sulla base di ciò che è stato scritto in un documento formale dall’ex direttore dell’FBI, restano valide le riflessioni di Edward Luttwak contenute nell’intervista resa a Lookout News lo scorso 31 maggio: «Dopo tanti discorsi, alla fine tutti gli accusatori di Trump saranno obbligati ad ammettere che non hanno niente di concreto contro di lui».