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Se anche gli USA rinnegano le politiche economiche neoliberiste del “Washington Consensus”, significa che qualcosa sta cambiando. L’analisi dell’articolo “Neoliberalismo: Sopravvalutato?” La cui risposta è chiaramente: “Sì”

Anti-austerity protesters burn a euro note during a demonstration outside the European Union offices in Athens, Greece

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Come era prevedibile, alla fine anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), cioè l’istituzione internazionale che più di ogni altra si è impegnata per tradurre in azioni politiche – originariamente nei Paesi in via di sviluppo e poi in tutti i Paesi che sperimentano una crisi economica di una certa rilevanza – ha rinnegato le politiche economiche neoliberiste contenute nel progetto che John Williamson nel 1989 chiamò Washington Consensus.

 

Il FMI, dopo avere negli ultimi anni punzecchiato quando non apertamente criticato le politiche di austerità imposte dalla Commissione Europea ai Paesi mediterranei dell’Eurozona, dopo che la crisi dei mutui subprime ha travolto le loro economie (da ultimo il monito a ristrutturare il debito pubblico greco pena l’abbandono delle politiche di rifinanziamento e sostegno allo Stato ellenico), ha deciso di rompere gli indugi e ha pubblicato un dirompente articolo a firma di tre suoi autorevolissimi economisti. Il titolo è evocativo: Neoliberalismo: Sopravvalutato? La risposta, liberatoria, è inequivocabilmente: “”.

 

In sole quattro pagine, l’articolo liquida come privi di fondamento i pilastri delle politiche neoliberiste e smentisce quanto previsto dai suoi mentori e profeti: come il professore dell’Università di Harvard Alberto Alesina, famoso per avere elaborato insieme alla sua collega Silvia Ardagna la tesi cosiddetta della Austerità espansiva”, e come l’ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE), attuale presidente della Trilateral Europa, Jean-Claude Trichet.

 

In breve, la tesi del FMI sostiene che le politiche di austerità volte a ridurre il debito e il deficit pubblico mostrano benefici incerti in termini di crescita, soprattutto quando si considera un insieme di Paesi, per esempio l’Eurozona, e costi crescenti in termini di disuguaglianza sociale. Cioè, esiste un trade-off positivo tra austerità ed equità sociale ed effetti negativi sulla sostenibilità della crescita economica della crescente disuguaglianza sociale.

 

Leaders attend a euro zone summit in Brussels

(Il direttore del FMI Christine Lagarde e il presidente della Trilateral Europa Jean-Claude Trichet)

 

La tesi del Fondo Monetario Internazionale

Scendendo nel dettaglio i tre economisti osservano che:

 

  • L’apertura competa dei mercati dei capitali, se in termini generali è salutata come un toccasana per la crescita economica, perché può favorire investimenti diretti in tecnologie e capitale umano, molto più spesso si traduce in scorrerie finanziarie dall’unico movente speculativo, che producono instabilità quando non vere e proprie crisi. Gli autori ricordano che dal 1980 al 2014, su 165 casi di aumenti dei flussi di capitale in 53 Paesi emergenti, nel 20% delle volte si sono prodotte crisi finanziarie e nell’8% dei casi crisi a doppio picco che hanno generato forte crescita della disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

 

  • L’idea che esista un livello ottimo d’indebitamento dello Stato – per esempio il 60% del PIL nel caso dell’Eurozona – non ha nessuna base scientifica e soprattutto l’idea della riduzione di un debito eccessivo può avere un senso per un singolo Paese, ma sicuramente è un non senso se applicata a tutti i Paesi contemporaneamente. Infine, imporre una forte riduzione del debito in pochi anni – per esempio dal 120% al 100% del PIL – può avere costi giganteschi, soprattutto in termini di welfare, riduzione della domanda aggregata e crescita della disoccupazione, a fronte di benefici veramente minimi (stanno parlando dell’Italia?).

 

  • Esiste una forte evidenza empirica che mostra come l’effetto combinato di politiche di austerità e crescita della disuguaglianza sociale, possa indebolire fortemente la crescita economica e minarne la durata.

 

Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri, i tre economisti del Fondo Monetario Internazionale, concludono l’articolo offrendo una rilettura dell’esperienza cilena, considerata il fiore all’occhiello del Washington Consensus e mostrano come molti dei successi economici ottenuti in quel Paese siano frutto di un’appropriata regolamentazione e di un controllo dei mercati, soprattutto dei capitali. Fatti che nulla hanno a che vedere con il neoliberismo.