GERMANIA -

Dalle ultime indagini condotte in Germania emergono le connessioni tra influenti imam e i Paesi del Golfo. Un network che si estende a tutto il nostro Continente, Italia compresa

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di Stefano Piazza

Nuovi casi legati all’Islam radicale scuotono l’opinione pubblica tedesca dopo l’attentato avvenuto ad Amburgo lo scorso 28 luglio, quando Ahmad Allaw,giovane palestinese nato nel 1991 in Arabia Saudita e già noto ai servizi di sicurezza tedeschi, uccise un uomo e ne ferì altri sei in un supermercato brandendo un lungo coltello al grido di “Allah Akbar”.

 

Negli scorsi giorni a tornare sotto i riflettori dei media è stata la moschea di Berlino Dar-as-Salam situata nel quartiere di Neukölln. Il suo imam, Mohamed Taha Sabri (nella foto in apertura), apparentemente è un uomo insospettabile al punto che l’Ordine al Merito dello stato federale di Berlino (Verdienstorden des Landes Berlin) lo ha inserito tra i suoi insigniti. La polizia ha parlato di una «crescente attività estremista» all’interno della moschea, probabilmente connessa all’ospitalità concessa a predicatori salafiti provenienti da Arabia Saudita e Kuwait.

 

Dar-as-Salam Berlin

(La moschea di Berlino Dar-as-Salam)

 

Una delle figure che desta maggiori sospetti è quella dell’imam saudita Muhammad Al Arifi, il quale frequenta abitualmente la Germania da almeno un decennio. Nei suoi sermoni Al Arifi incita a colpire gli ebrei, gli omosessuali e gli sciiti, invitando gli uomini a punire le loro mogli se non ubbidiscono al loro “wali” (il guardiano, ndr). Al Arifi, è ben sottolinearlo, non è un religioso qualsiasi. Ricopre infatti importanti funzioni a Riad essendo l’imam della moschea dell’accademia Re Fahd e della Marina militare saudita.

 

Dopo le verifiche effettuate dalle autorità tedesche, i responsabili della moschea Dar-as-Salam, che fino a pochi giorni fa avevano sempre negato qualsiasi finanziamento da parte di Paesi del Golfo Persico, hanno dovuto ammettere che il progetto di costruzione di un nuovo edificio di preghiera – il cui costo è di circa due milioni di euro – verrebbe pagato da un ente caritatevole del Kuwait.

 

Finora l’imam Mohamed Taha Sabri era riuscito a non rendere conto a nessuno delle attività finanziarie della moschea (l’ultimo rendiconto presentato è quello del 2014, ndr). È stata una donazione alquanto sospetta di 500.000 euro ad allertare il fisco tedesco. Da qui le verifiche amministrative che hanno fatto emergere un quadro molto preoccupante.

 

mohammed-al-arifi(L’imam saudita Muhammad Al Arifi)

 

Il finanziamento alle moschee e alle associazioni islamiche, in particolare quelle di matrice salafita, sono uno dei più gravi problemi che i servizi segreti dei Paesi europei devono affrontare con risultati non sempre all’altezza delle attese. Questo anche a causa delle infiltrazioni di membri dei Fratelli Musulmani nei gangli vitali della nostra società: nel mondo economico e finanziario e in alcuni partiti politici, soprattutto nei Socialisti e nei Verdi o in altre formazioni dell’area di centro-sinistra come accade in Germania, Austria, Svezia Norvegia, Inghilterra, Francia, Belgio, Danimarca, Svizzera e da poco anche in Italia.

 

Cointeressenze, complicità e opportunistici calcoli elettorali di fatto annacquano ogni tentativo di inchieste utili a scoprire la verità sull’enorme flusso di “petrodenaro” che dal Golfo Persico e dalla Turchia innaffia l’Europa. Allo stato attuale chi potrebbe osare discutere a Parigi e dintorni delle mosse della famiglia qatarina degli Al Thani dopo la mostruosa operazione che ha portato il calciatore Neymar Jr dal Barcellona al Paris St Germain per la cifra complessiva di 600 milioni di euro? Probabilmente nessuno, anche se da facoltose famiglie del Qatar, tutte imparentate tra loro, fiumi di denaro continuano a essere diretti alle organizzazioni islamiste in tutt’Europa, Svizzera compresa dove a beneficiarne è il Consiglio centrale islamico Svizzero dell’imam Nicholas Blancho.

 

Un silenzio, quello della politica, assordante, a cui fa da contraltare l’attivismo delle forze di polizia e d’intelligence che continuano ad alzare il livello di attenzione specie dopo la diffusione dell’ultimo rapporto dell’Interpol, nel quale si afferma che sono 173 i foreign fighters rientrati in Europa e pronti a colpire su ordine dello Stato Islamico. Chi sostiene le loro latitanze? Chi può fornire loro armi, documenti, denaro e rifugi sicuri? Alla luce di quanto si sta scoprendo, la riposta è fin troppo semplice.