FRANCIA -

L’azione rivendicata dallo Stato Islamico a Magnanville, sommata alle manifestazioni di Parigi e agli scontri tra holligans, trasmette l'immagine di un Paese incapace di rispondere alle minacce alla sicurezza

Police arrive at the scene where a French police commander was stabbed to death in front of his home in the Paris suburb of Magnanville

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di Alfredo Mantici

Dopo le stragi del 13 novembre 2015 a Parigi ad opera di un commando jihadista franco-belga, il governo francese aveva proclamato uno stato di emergenza che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, mettere le forze di sicurezza d’oltralpe in condizioni di prevenire nuovi attentati. Ma a distanza di sette mesi la Francia si è trovata a dover registrare un’altra sanguinosa azione islamista.

 

Stavolta non si è trattato di un attacco organizzato e pianificato da un “nucleo di fuoco” dotato di armi e di esplosivi, ma dell’iniziativa isolata di un cittadino francese di origini marocchine, Larossi Abballa, che nella serata del 13 giugno ha ucciso con nove coltellate al petto il commissario di polizia Jean-Baptiste Salvaing di 42 anni, nei pressi della sua abitazione di Magnanville, un paesino a 60 chilometri da Parigi. Alcuni testimoni presenti sulla scena del crimine hanno dichiarato che mentre Abballa abbatteva a coltellate il poliziotto, gridava secondo l’uso jihadista la frase di rito “Allah uh Akbhar” (“Dio è grande”).

 

Dopo il delitto l’assassino è penetrato nell’abitazione della sua vittima e ha ucciso con una coltellata alla gola la sua compagna, Jessica Steiner di 36 anni, che lavorava come segretaria in un commissariato di polizia della zona. Nell’appartamento si trovava il figlio delle due vittime che Abballa ha preferito prendere in ostaggio. Mentre la polizia circondava l’appartamento, Abballa ha postato su Facebook un video di 12 minuti mostrando il bambino di tre anni seduto alle sue spalle e dicendo di non avere ancora deciso “cosa fare di lui”. Nel video, fra l’altro, l’assassino ha promesso che “i campionati europei si trasformeranno in una tomba”.

 

Police arrive at the scene where a French police commander was stabbed to death in front of his home in the Paris suburb of Magnanville

(L’intervento della polizia francese a Magnanville)

 

Durante i negoziati avviati dalle forze speciali che lo stringevano d’assedio, Abballa ha sostenuto di aver agito in risposta all’appello del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, capo dello Stato Islamico, che tre settimane fa aveva diffuso in rete un messaggio in cui invitava i musulmani di tutto il mondo “a uccidere gli infedeli e le loro famiglie durante il mese sacro del Ramadan”. Dopo tre ore di assedio, le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nell’appartamento e hanno ucciso Abballa e salvato il bambino tenuto in ostaggio.

 

L’azione di un estremista isolato

Dopo che la notizia del duplice omicidio è stata diffusa dalle agenzie di tutto il mondo, l’ISIS ha immediatamente tentato di approfittarne sul piano della propaganda diffondendo, tramite la sua emittente ufficiale, la Albayan Radio, una sorta di rivendicazione nella quale Abballa viene definito un “soldato del Califfato”.

 

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(Larossi Abballa, foto BBC)

 

Nonostante il tentativo dell’ISIS di far passare l’azione come se fosse stata eseguita su precise istruzioni provenienti dalla Siria, è evidente che l’attentato è stato frutto dell’iniziativa di un estremista isolato che, forse prendendo esempio dagli attentatori palestinesi che da oltre sei mesi agiscono in Israele pugnalando a morte passanti e vicini di casa ebrei in quella che è stata definita “l’Intifada dei coltelli”, ha deciso di accoltellare due rappresentanti delle istituzioni la cui sfortuna è stata quella di essere suoi vicini di casa.

 

Gli errori delle forze di sicurezza francesi

Anche se quindi l’azione omicida non può essere classificata come un atto di terrorismo “strategico”, organizzato e perpetrato da un gruppo clandestino, ma come un gesto spontaneo (e come tale difficilmente prevedibile) di un singolo esaltato, desta comunque perplessità la scarsa capacità di prevenzione messa in luce (di nuovo, dopo gli attentati contro Charlie Hebdo e del Bataclan) dalle autorità di sicurezza francesi in questa occasione.

 

Abballa infatti non era uno sconosciuto “lupo solitario”. Fin dal 2011 era inquisito perché sospettato di appartenere a una rete jihadista. Nel 2013 era stato condannato a tre anni di prigione per aver aiutato, con il concorso di sei complici, militanti islamisti a entrare in Pakistan per compiere attentati. Il suo nome è ricomparso in un’inchiesta antiterrorismo come possibile facilitatore di viaggi verso la Siria di foreign fighters francesi. Per tre volte, poi, è stato arrestato per furto aggravato e guida senza patente. Come si vede, dunque, il suo era un curriculum di tutto rispetto. Abballa non è però stato considerato dalle autorità una minaccia per la sicurezza ed è stato addirittura scarcerato con sei mesi di anticipo per “buona condotta”.

 

Tear gas surrounds youths who face off with French police and gendarmes during clashes at the Invalides square during a demonstration as part of nationwide protests against plans to reform French labour laws, in Paris

(Manifestazioni violente a Parigi contro la riforma del mercato del lavoro)

 

Mentre sembra legittimo domandarsi cosa si debba fare oggi in Francia per essere considerati, nonostante lo stato d’emergenza, pericolosi sotto il profilo della sicurezza, il primo ministro francese Manuel Valls se l’è cavata con parole di circostanza, prive di qualsiasi cenno di autocritica, dichiarando in parlamento: “A Orlando dopo il terribile attacco terrorista omofobo (con riferimento alla strage compiuta da un altro islamista negli Usa il 12 giugno, ndr) e a Magnanville, in un modo differente, la stessa ideologia della morte con lo stesso credo si è manifestata per uccidere, spargere terrore, per contestare chi e cosa siamo e per impedirci di vivere liberamente”.

 

Parole commosse che tuttavia non spiegano come ancora adesso in territorio francese i terroristi islamisti, più o meno isolati anche se pregiudicati e ben conosciuti alle forze di polizia, possano continuare ad agire indisturbati sia perché protetti da leggi non più adeguate all’attuale congiuntura storica, sia forse perché non adeguatamente contrastati da un sistema di prevenzione che evidenzia ormai difetti strutturali e che sta dimostrando chiare défaillances non più casuali. Le stesse evidenziate nella mancata prevenzione degli scontri tra hooligans di tutti i Paesi affluiti in Francia per gli europei di calcio e delle violenze degli anarco-insurrezionalisti che hanno trasformato, come era ampiamente prevedibile, le manifestazioni sindacali contro la legge di riforma del mercato del lavoro in momenti di devastazione e di violenza.

 

Dopo i fatti di Magnanville, gli scontri di Parigi e le violenze dei tifosi a Lille, la Francia esce da giornate da “bollino nero” non per colpa del caso ma per ben precise responsabilità istituzionali, tanto più gravi in quanto evidenti fin dal gennaio 2015, ai tempi della strage di Charlie Hebdo.