FRANCIA -

Dopo gli attentati in Mali e Burkina Faso, l’Eliseo pensa a intensificare l’impegno militare. Il piano è dotare di missili i velivoli senza pilota Reaper

A General Atomics MQ-9 Reaper stands on the runway during "Black Dart", a live-fly, live fire demonstration of 55 unmanned aerial vehicles, or drones, at Naval Base Ventura County Sea Range, Point Mugu, near Oxnard, California

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di Marta Pranzetti

@BlogArabaFenice

Sebbene il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian sia sempre stato (almeno ufficialmente) contrario ad armare i droni Reaper che l’aviazione militare transalpina dovrebbe ricevere a breve dalla statunitense General Atomics, nelle ultime settimane pare invece che l’idea sia stata presa in seria considerazione a Parigi. Lo riferiscono fonti di intelligence attendibili. Degli aerei da combattimento dell’aviazione francese 12 caccia sono attualmente impegnati nei bombardamenti in Siria e Iraq, 26 sono al servizio della marina militare mentre altri 8 sono operativi nelle basi africane di N’Djamena (capitale del Ciad) e Niamey (capitale del Ciad) al servizio dell’Operazione “Berkhane” nel Sahel.

 

L’idea di utilizzare droni armati risponderebbe a una duplice esigenza principalmente nel Sahel. La prima è finalizzata al “risparmio” delle risorse strategiche disponibili: di questi 8 caccia, infatti, se i Rafale sono utilizzabili per attività di ricognizione e intelligence nel deserto, i Mirage di base a Niamey potrebbero essere invece risparmiati usando al loro posto droni Reaper armati. Questi velivoli senza pilota offrono due vantaggi di non poco conto: resistenza e capacità offensiva. Un solo missile Hellfire (ogni drone potrebbe trasportarne quattro), ad esempio, è infatti sufficiente per distruggere qualsiasi veicolo usato dai jihadisti nel deserto, mentre l’utilizzo di una bomba sganciata dal Mirage sarebbe spropositato per questo tipo di necessità. La seconda esigenza è quella di far fronte a una crescente minaccia jihadista nella regione saheliana. E i droni armati, in tal senso, potrebbero fare al caso della Francia.

 

La minaccia di AQIM alla Francia

Dopo l’assalto dello scorso novembre al Radisson Hotel (dove stazionano con frequenza diplomatici delle Nazioni Unite e vertici militari francesi) nella capitale del Mali Bamako, e dopo il duplice attentato della settimana scorsa a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM o AQMI) comincia a delineare in maniera evidente la propria strategia. L’appello alle forze jihadiste saheliane a coadiuvare gli sforzi nella “guerra contro la Francia” da parte dell’Emiro del Sahara di AQIM, Djamel Okacha (nome di guerra Yahya Abou Hamam), era giunto non a caso poco prima dell’ultimo attentato a Ouagadougou.

 

French Army General Bernard Barrera speaks with a French soldier during a patrol in the Tigharghar valley, about 100 km south of the town of Tessalit in northern Mali

(Truppe francesi e maliane nell’area di Tigharghar, in Mali)

 

Come riporta Le Monde, il messaggio dell’algerino, ex membro del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, è apparso l’11 gennaio 2016 sul sito d’informazione mauritano Al-Akhbar e conferma l’alleanza tra AQIM, Ansar Eddine, il Fronte di Liberazione del Macina e il gruppo Al Mourabitoun (o parte di esso, dal momento che una branca avrebbe giurato fedeltà al Califfato islamico) fedele a Mokhtar Belmokhtar. Un’alleanza motivata tanto dalla volontà di contrastare l’attività dello Stato Islamico in Nord Africa, quanto dalla necessità di serrare i ranghi di fronte all’eliminazione di diversi capi jihadisti operativi in quest’area.

 

La strategia dell’Operazione “Barkhane”

La Francia è d’altronde la forza occidentale in prima linea nel contrasto dei gruppi jihadisti operativi nell’area del Sahel e nell’Africa subsahariana. Dopo la campagna militare che nel 2013 ha parzialmente ristabilito l’ordine in Mali (Operazione “Serval”), riconsegnando il potere al governo centrale di Bamako, nell’agosto del 2014 l’esercito transalpino ha avviato una vasta operazione antiterrorismo denominata Operazione “Barkhane” che ha per obiettivo il monitoraggio della stabilità nel Sahel e lo smantellamento dei flussi jihadisti transfrontalieri. Il piano prevede il dislocamento di 3.000 soldati tra Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad (i paesi del cosiddetto “G5 del Sahel”).

 

french troops africa

 

 

La strategia finora portata avanti dall’Operazione “Barkhane” è stata quella di eliminare i vertici delle organizzazioni jihadiste saheliane. Ma l’effetto prodotto è stato inverso, ovvero ha incoraggiato la formazione di nuove coalizioni jihadiste in cui vari gruppi hanno unito milizie, risorse economiche e capacità logistiche. È proprio per questo che, a un anno e mezzo dall’avvio di “Berkhane”, la situazione in questa regione non accenna a migliorare. Anzi, come dimostra il caso del recente attentato in Burkina Faso, un Paese finora apparentemente immune al radicalismo islamista, la sua partecipazione al G5 del Sahel e la collaborazione con la Francia lo hanno esposto a rischi maggiori.

 

C’è da dire, inoltre, che i contingenti militari stranieri (francesi in questo caso) non sono ben visti in molti dei Paesi i cui governi collaborano ufficialmente alla missione anti-terrorismo nel Sahel, soprattutto per le vittime collaterali (come la recente eliminazione di un capo jihadista ucciso insieme al figlio di 10 anni) causate dai raid aerei. Ciò ha inevitabili impatti sugli equilibri e sull’efficienza delle collaborazioni tra militari e locali. In quest’ottica, la decisione di armare droni per missioni nell’area saheliana potrebbe rivelarsi controproducente e screditare ulteriormente l’immagine della Francia in Africa (alla stregua di quanto è successo agli Stati Uniti in Pakistan), con il rischio di far fallire completamente gli intenti, strategicamente ambiziosi, dell’Operazione “Barkhane”.